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Una storia di Lojol

Nel ritorno

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Pubblicato il 14 maggio 2018 in Altro

Tags: famiglia figli follia santi ufficio

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Ok sono solo in ufficio, fuori è buio perché fa freddo, o forse fa freddo perché fuori è buio. Sembra una giornata innevata dove tutto è silenzio, solo che di neve fuori non ce n'è.

Ho una gradevole sensazione, qualcosa di particolare. Ho scoperto che almeno una volta al mese ho una voglia, quasi una necessità, quella di tornare a casa dalla mia famiglia.

E' strano, la famiglia o meglio l'affetto verso la mia famiglia è qualcosa di ormai degradato, routine. Una cosa che dò per scontata, non dovrei avere nessuna propensione, eppure mi succede senza nessun motivo apparente, ed è quasi romantico non foss'altro che io non mi sento più romantico da molto.

Cos'è la mia famiglia? è quell'involucro di ripetuta noiosa improvvisazione dove non ti aspetti mai quello che accadrà, anzi come uno scherzo involontario succede sempre l'incontrario di quello che avevi previsto ma poi interiorizzi e lo trasformi in qualcosa di dovuto... la mia famiglia è la benedetta solita routine!.

Vivo di cose piccole da nulla, quelle piccole cose che ti scombussolano il giusto. Questo mi è sempre piaciuto, sino a qualche tempo fa, ora questa imprevedibilità mi deconcentra, mi destabilizza... a volte mi fa infuriare... non sono più il romantico di una volta.

Oggi no!, oggi improvvisamente sul finire della giornata lavorativa il crepuscolo mi è esploso nei reni, con un colpo micidiale che mi ha costretto ad almeno 6 minuti dentro al microscopico e lurido bagnetto che divido (ma a questo non devo mai pensare) con gli altri colleghi. Uscendo questo dolore si è diffuso per tutto il corpo diventando necessità. La necessità di tornare dentro casa mia, dentro la mia famiglia, nessuna destabilizzazione, solo un contrito affetto parziale. La voglia della mia benedetta routine!

Sono scrupoloso con gli orari, talvolta concedo qualche minuto che in verità sembra non bastargli mai (questa è la mia impressione) oggi timbrerò 12 minuti dopo l'orario d'uscita....ed avendo accumulato questa mattina un ritardo di 14 minuti, poiché sono dovuto ricorrere ai mezzi pubblici zeppi di gente lurida e untuosa (ma a questo e meglio non pensarci più) uscirò comunque quasi mezz'ora dopo.

Sono solo, mi rilasso mi distendo sulla sedia consumata, il tavolone grigio scuro riflette la mia anima, difatti non vi è alcun riflesso. Sono molto geloso del mio tavolone tanto che quando vedo qualcuno seduto al mio posto ho un momento, di variabile durata, in cui provo una nausea improvvisa nonché fremiti di rabbia. Insomma quei momenti in cui senti che la parte più bassa del cervello ruba il sopravvento e sfascerebbe la parte più alta della testa del collega, che seduto al tuo posto ti fa un sorriso di circospezione.

Non me ne frega nulla dei loro sorrisi puzzolenti (sento un odore di pelle in decomposizione quando la gente ride), ai sorrisi rispondo sempre con un impossibile sguardo che lascia tutti di stucco, lo chiamo sguardo zero, il primo che ho studiato e provato per lunghe ore davanti allo specchio del mio box.

Questa cosa mi fa letteralmente godere, non capiscono se approvo, se li sto deridendo o se sono furioso, e così continuano per minuti forse per ore a tener quel sorrisetto imbecille e a fissarmi con aria interrogativa. Io irrido interiormente!

E' una tecnica insegnatami da mio padre sin da piccolo, il controllo facciale delle emozioni, sei quello che "sguardi". Caro padre come mi manchi nonostante l'odio reciproco probabilmente dovuto ad un complicato complesso di Edipo mai superato...

Inizio a sudare, il pensiero di mio padre ogni tanto mi fa brutti scherzi, mi accuccio per contenere le emozioni ho bisogno di almeno 3 minuti di respirazione diaframmica.

In questi momenti ho la mia ancora di salvezza, Salvatore! il mio miglior amico dai tempi dell'elementari. Sembra incredibile che proprio a me sia capitato di conoscere --l'amico-- perfetto, bello (era un adone sin da piccolino) intelligente, onesto, simpatico forse un po’ superficiale e pieno di se... ma glielo si perdona... Ricordo ancora che quando ero piccolo avevo nei suoi confronti una sorta di venerazione del tutto simile ad un innamoramento ma a questo non ho più pensato da anni.

Mi rialzo atletico, spengo tutto, sento il fetore della mia sedia che riflette tutti i malumori passati da queste parti quest'oggi e macchinalmente sistemo le quattro cose sulla mia scrivania.

Mi accorgo solo ora che qualcuno ha spostato il mio portapenne che ha fatto mio figlio per natale. Questo è inammissibile, sento defluire nelle vene un caldo che parte dal petto e si propaga verso le estremità. Senza possesso delle mie facoltà sferro un pugno sulla scrivania che fa volare per terra il portapenne.

"Ei che cazzo succede !?"

Maledizione ero convinto di essere solo. Da un’isoletta dell'open space balza fuori, come quel gioco dove devi schiacciare le talpe con un martello, quella testa pelata di Cordova. Lui è un vero stronzo e prima o poi gli frantumerò la testa.

"Ah! sei tu minchiottone!, ma vattene a casa dalla tua famiglia"

Non vedo l'ora maledetto grassone fetente. Quando lo vedo mi vengono in mente i tacchini americani. I tacchini americani il 4 luglio nel momento esatto in cui vengono farciti dal pertugio posteriore.

"Scusa Cordoba, credevo di esser solo..."

"Eeee caro minchiottone, caro minchiottone... come i coglioni siamo rimasti in due qui fino a tardi, ma io a differenza tua non sono un coglione"

Che risata da maiale che riesce a propagare da quelle schifose cavità, lo fisso con severità ma lui si riabbassa come avesse preso una martellata sulla zucca, proprio come quel gioco delle talpe.

Allargo un sorriso tanto Cordoba non mi vede più.

Nonostante qualche disturbo secondario nel mio ufficio ci sto bene, di questo ne sono convinto, è il mio luogo. Tutto ciò di cui ho bisogno è disponibile, le giornate sono tutte identiche per questo so che qui sono al sicuro. Qui non mi succede e mai mi succederà nulla.

Alcuni si potrebbero spaventare per questa insopportabile monotonia, ma io penso che non capiscono nulla!, noi siamo esseri abitudinari e soffriamo enormemente quando l'imprevisto si presenta d'innanzi ad una situazione del tutto monotona.

Allargo il sorriso, ma qualcosa di veloce mi passa nella testa, mio figlio!

Il regalo di mio figlio in pezzi.

Raccolgo il souvenir, purtroppo è da buttare, questo ha su di me un impatto che non avevo previsto e sento un dolore lancinante alla bocca dello stomaco. Devo fermarmi 2 minuti a piangere in silenzio sotto il tavolo con in mano i resti del portapenne.

Salvatore è l'unico a conoscere questo mio punto debole, mi focalizzo su ciò che mi ha detto o che mi avrebbe detto e seguo il suo consiglio: cerco di correggermi schiaffeggiandomi la faccia, stando attento che Cordoba non si accorga di nulla.

Tu vali, tu vali!!, non farti sconfiggere!, tu vali tuvalituvaaaaliii

Riesco a calmarmi, decido che lascerò lì i cocci, qualcuno pagato per farlo li tirerà su e li getterà via senza che io ci pensi ancora.

Ormai la potenza che mi spinge ad andarmene è tremendamente forte, faccio tutto in velocità senza pensieri anche se sono ancora scosso poiché qualcuno ha violato la mia privacy facendomi rompere il regalo di mio figlio, ma a questo cerco di non pensare più. Domani faro un sondaggio introspettivo per capire chi è il becero e quando lo troverò gli frantumerò la testa!.

Sistemo i capelli con le mani (ho imparato a conoscermi e questo gesto mi serve per scaricare la tensione), mi avvio verso l’uscita.

"Ciao Cordoba a domani buona serata" fingo. Ovviamente fingo un’assurda gentilezza, se potessi lo appenderei nudo, senza guardarlo, in mezzo all'open space. Penso che l'unico modo di mettere a nudo una persona e spogliarla fisicamente dei propri indumenti. mi vien da ridere...e si non sono più il romantico di una volta...

Quando ti trovi nudo esponi il vero te stesso, la parte dell’ES più profonda quella senza limiti e senza freni, perché quello noi siamo, poi però ci copriamo di tante piccole camicie di forza. Che buffi pagliaccetti!

Scendo veloce dalle scale, ho il treno tra quattro minuti, ma tutto è sotto controllo, ce ne dovrei mettere solo tre per arrivare alla stazione in posizione di attesa.

La valigetta mentre scendo funge da volano. Probabilmente succede ogni sera quando esco ma ora sento l'energia dell'inerzia della valigetta. E' sorprendente se non mi concentro potrei quasi essere sbalzato giù dalla tromba delle scale per la sua spinta incrementale.

Cado rovinosamente.

Ma un secondo prima ho una sensazione, un corpo profumato (ma solo per coprire il fetore dei nostri fluidi corporei) mi sfiora le mie parti intime.

"Ma che cazzo fai ma dove guardi imbecille"

E' la donna delle pulizie, la conosco e conosco le sue intenzioni. Sicuramente questo non è un incidente casuale. Anche il suo modo di interagire con me è un complesso e macchinoso sistema che pezzo dopo pezzo vuole distruggere le mie difese psichiche per arrivare a violare il mio spazio più intimo.

La fisso con un sorriso acido, (lo chiamo il sorriso numero 7) sto al suo gioco, voglio farla soffrire dandole una sottile ed inutile speranza. Il filo impercettibile del crepuscolo, quella linea intelligibile che sta ad indicare la fine di una giornata. Questo è il sorriso che offro alla mia abile giocatrice ammaliatrice.

Borbotta qualcosa e se ne va, mi rialzo e mi tocco le parti intime come a rafforzare il contatto (voluto e cercato) con la donna delle pulizie e mi passo la mano tra i capelli.

Per terra mi cade un foglietto, lì per lì non mi sovviene l'origine di quella pagina spiegazzata, che ce l'abbia infilata quella puerile donna mentre mi distoglieva l'attenzione sfiorandomi nelle parti intime?

Sarà quindi una lettera scritta velocemente durante la notte che finalmente dichiara senza mezzi termini la forte attrazione che ha nei miei confronti?

Se così fosse sarebbe un bel colpo, potrei anche iniziare a stimarla. Le sue occhiaie in fondo parlavano chiaro, qualcosa questa notte non l'ha fatta dormire, e quel qualcosa potrei essere io.

Mi esce fuori una fragorosa risata, impossibile da contenere! Il rimbombo della tromba della scale rende il mio ghigno un po’ diabolico.

TuValiTuValiTuVoli...

"Ma che cazzo ti ridi!?"

Merda c'è qualcun altro di cui non riconosco il timbro vocale.

"Sei l'unico idiota che ha ancora voglia di ridere dopo una giornata di lavoro!"

Capisco subito dalla voce melliflua che è il capo del personale quella sottospecie di ostrica dalla pelle sempre lucida.

E' una schifezza che si muove dinoccolata riesce ad adattare il suo corpo all'ambiente circostante, sarà difficile che qualcosa lo colpisca e lo ferisca ma poi perché qualcosa dovrebbe colpirlo?.

L'unica parte resistente, con una certa consistenza sembra essere la sua testa sempre unta, perfetta per essere distrutta in tanti piccoli pezzi!.

Mi blocco e gli sorrido, trattasi comunque di un pezzo grosso, questo è lo scotto da pagare per far carriera, cosa che tra l'altro mi è stata prospettata proprio da lui qualche anno fa.

Il mio sorriso non è una semplice ghigno come vedo fare dai colleghi più irrilevanti, la mia risata è qualcosa che ho studiato a lungo davanti allo specchio del bagno la chiamo sorriso del Leone numero 3, una delle più difficili da eseguire.

Ore ed ore con la mia immagine riflessa tanto che sovente mi capita di estraniarmi da quella stessa immagine e non riconoscere più la figura riflessa. Io con la faccia di un altro! Devo dire che questa extracoorporeietà mi ha aiutato molto nell'affinare il sorriso del Leone.

Questo sorriso comunica alleanza, socievolezza e disponibilità, chi ha un minimo di dimestichezza con l'espressività intrinseca (come il mio capo del personale) capisce subito di aver di fianco non un semplice collega ma un alleato pronto a tutto un Leone appunto! all'apparenza calmo e sornione in realtà una perfetta ed elegante macchina da guerra. Questo il mio sorriso numero tre!.

"Torna al lavoro egregissimo?"

Mi guarda di tre quarti, sembra una salamandra.

"E si diciamo pure che oggi..."

"...Oggi ho del lavoro extra da fare"

sorride anche lui, le ore passate davanti allo specchio del cesso iniziano a dare i loro frutti.

Corre via non mi saluta nemmeno, sono sicuramente nella sua cerchia confidenziale per cui non c'è più la necessità di un saluto verbale.

Sono felice, mio padre ne sarebbe entusiasta! ci credo alla mia attuale felicità, ma la necessita pulsa non passa devo tornare...tornare dalla mia famiglia.

"Gabriel Gabriel..."

L'ambiente è sudato, umido. Di là, oltre la porta bianca chiusa a chiave, arrivano i latrati di un televisore annoiato con di fronte un bambino annullato.

"Dai, ti prego ora basta è già troppo tardi te ne devi andare!" Il soffitto è buio di un buio voluto, non che fuori ci sia ancora molta luce, le giornate si stanno accorciando.

E' un buio di protezione ulteriore nonostante la chiave e la TV annullatrice!

"Dai dai vestiti veloce non c'è più tempo bisogna che io e te..." Odore di fumo di sigaretta, solo l'odore poiché tutto è buio. Il fumo, se mai possa esistere del fumo nell'oscurità più profonda, si contorce e forma nella camera strati soporiferi.

"No ma che cazzo fai!, ti metti a fumare, dai c'è di là il bambino!" Un neo rosso incandescente si staglia sul pavimento illuminando l'area appena attorno.

"Cazzo le mutande ma sei scemo mi hai fatto un buco proprio in centro alla mutanda!"

Risate e fumo, fumo che esce dalla bocca insieme alla risata quasi fossero labbra di smog, denti neri, fumo bianco incandescente!

Una passione che ha bruciato e come una candela spenta rilascia spirali fumogene.

Rumore di vestiti che risalgono, strisciano sulla pelle liscia sudata e consumata. Al fumo si aggiunge odore di ammorbidente scadente.

Gabriel immobile davanti alla TV si mette un ditino nel naso, scava un pochino tirando fuori qualcosa, un pensiero, ancora molto piccolo che ancora non riesce a comprendere ma che quando sarà grande si farà forte e chiaro.

Ah!, il biglietto il biglietto della donna delle pulizie. Lo scarto con frenesia.

- Ho preso un altro telefono usa solo questo numero un bacio -

Lo sapevo!, lo sapevo ella mi adora, mi vien quasi voglia di tornar su, non vorrei commettere adulterio ma semplicemente testare come sia compierlo.

Mio padre su questo era assai integralista e integerrimo, non si è goduto appieno la vita, io di rimando credo di essere come lui ma con una differenza, io nutro il presentimento che non sia del tutto giusto essere come lui!. Salvatore, lo so, si butterebbe a capofitto in un’avventura così intrigante. Lo fa sempre ama il rischio circoscritto, non vuole farsi male, vuole semplicemente godere ed è un vigliacco atavico…la qual cose stride con la sua condotta a tratti rischiosa (me lo immagino scappare in mutande dalla finestra di una casa qualunque inseguita dal marito della sua amante).

Il biglettino!, lo annuso, lo rigiro tra le dita.

Ho un momento improvviso di decadimento fisico, in questi casi mi scappa forte di cagare, il che non sarebbe neanche male, il fatto è che arriva con un’esuberanza tale che mi devo accovacciare e pensare a qualche icona che mi faceva vedere mio nonno raccontandomi per filo e per segno la vita del santo.

<<San Lorenzo fu martirizzato a causa di un editto dell'imperatore Valeriano nell'anno 258 del Signore secondo il quale tutti i vescovi dovevano essere messi a morte. Il dieci Agosto Lorenzo, che aveva 33 anni fu bruciato con graticola messa sul fuoco ardente.>>, Mio nonno faceva il rosticcere.

Mi rialzo.

La mia genetica stride con la mia saggezza, so che il tradimento è da umili, ci ho pensato parecchie volte. Ma se fosse una cosa veloce senza senso quasi un atto di pietà nei confronti dell'amante.

Lorenzo fu bruciato vivo!

Esatto!, Lo faccio per lei solamente e unicamente per lei. Odio deludere le persone, e lei in questo momento ha necessita di una persona come me. Semplicemente mi ha capito! ha compreso chi sono veramente. Forse qualche briciolo di sentimentalismo è ancora presente dentro di me...

Mi passo con calma la mano sui capelli riflettendo sul dafarsi.

L'impulso è quello di tornare ma anche di scappare. Per la prima volta (o la seconda) nella mia vita assecondo l'istinto. Strano a pensarci, nel giorno in cui ho bisogno della mia famiglia possiederò la mia unica amante.

Corro sino alla porta di entrata dell'open space, mi faccio cauto, vedo dai vetri che il maledetto ciccione e l'ostrica del personale stanno confabulando amichevolmente, la qual cosa mi crea un senso di disagio e nausea. Devo accucciarmi 2 minuti a fianco alla porta chiusa per riprendermi e pensare…, non credevo avessero tale livello di confidenza, e poi cosa combinano insieme dopo il lavoro, ma soprattutto perché il viscido non mi coinvolge.

Mi asciugo il sudore dalla fronte, non riesco a credere che Cordoba abbia soggiogato anche l'ostricone. Maledetto chissà cosa gli sta dicendo. Comunque non manderanno all'aria il mio piano.

Un botto in fronte perdo l'equilibrio e cado per terra. Si spegne tutto, sembrano minuti, sono solo pochi attimi, devo riaprire gli occhi per capire.

Come un sogno che si focalizza compare davanti al mio viso la donna delle pulizie, è più bella di come l'ho interiorizzata pochi attimi fa e l'odore di spray per i vetri da un tocco di sensualità al suo grembiulone azzurro. Le sorrido di un sorriso improvvisato.

"Ma che cazzo ci facevi dietro la porta... oddio stai bene?"

Mi alzo imperioso con la testa bassa mi scuoto i vestiti e passo la mano tra i capelli con un gesto che rende tutto più passionale. Mi guarda un po’ imbarazzata, lo capisco, gli faccio capire che sono pronto. Dobbiamo solo trovare un nido per sfogare la nostra tensione lontano dai due colleghi e soprattutto dal ciccione spavaldo.

"Ok… cristo, che spavento, ma che… stai bene? rispondi pero cazzo!!"

"Hey ma chi c'è?"

No! Cordoba, la voce di quella talpona a cui dovrei, a questo punto, spaccare la testa. Rovina tutto, in un batter di ciglia perdo concentrazione, sorriso e devo accucciarmi circa 2 minuti effettuando una attenta respirazione costale per riprendermi.

"Ma questo è …"

La mia venere azzura!?, rumori di passi svelti e la scia di un ricordo svanito.

E lei!?, dov'è la mia lei, lavanda azzurra e peli di strofinaccio, occhi santi bruciati sulla graticola, seni duri quasi inesistenti o dove sei mia soma perversa...

Alzo la testa, scomparsa!, svanita! cosi come mi è apparsa!, cosa devo fare? era forse un invito a seguirla?, forse più che un invito era un ordine a seguirla!, ho il suo numero potrei provare un approccio più cauto. Anzi no in questi frangenti bisogna essere decisi e pronti ed io lo sono!.

Mi giro per ritrovare un minimo di equilibrio e senso della realtà, scorgo per un momento Cordoba che mi sta guardando attraverso l'oblo di vetro della porta. Ho un sussulto.

Ancora in parte stordito lo fisso controvolere anch’ io. Dal suo labiale leggo delle parole non dette

"Ma che cazzo faaaaiiii" con un gesto della mano inequivocabile.

Merda! non avrebbe dovuto vedere, oltretutto al suo fianco c'è anche il capo del personale!.

Decido per la via più breve ed indolore (maledetto ciccione hai vinto la battaglia ma non la guerra) faccio un cenno con la mano e scappo giù dalle scale.

Potrebbe sembrare una ritirata, ma non è così! e poi quale ex romantico che sono in questo caso si tratta di una ritirata d'amore, un incontro rivelatore ma che non ha potuto consumare tutto la sua essenza. Non preoccuparti mia amazzone con la ramazza!, l'attesa rovente renderà il tutto eccitante!.

…l'attesa ci renderà fuoco in questo buio!

Arrivo in strada, finalmente!, faccio un lungo respiro chiudo gli occhi.

Mi scuoto le spalle e decido che a breve gli manderò un messaggio di scuse, gli dirò che l'aspetto ansioso in qualche luogo da decidere.

"Gabriel!, guarda che zio ti ha salutato è!"

Gabriel non si desta orami quasi assopito dall'oggetto che ha di fronte. Gli occhi sono sbarrati sembra non percepire più nulla, l'esterno è solo un lontano ricordo, lui ormai fa parte dei circuiti integrati del televisore.

"Però sei proprio cretino!, dai spegni sta sigaretta! ebbasta fumare" rumore di passi imponenti da uomo con scarpa numero 45 e tacco lucido e duro. Lei, la madre lo segue premurosa da dietro sorpassandolo per aprirgli velocemente la porta.

"E si, guarda che Gabriel non è scemo prima o poi potrebbe insospettirsi scemo! ma smettila sta solo guardando la tv" risatina di supporto alla tensione in circolo, rumore di piccoli baci sparsi per tutto il corpo (o solo la parte visibile di corpo), il portone si apre. Al di là nell'androne spunta, come sempre, il viso del vicino stupido o presunto tale che casualmente si trova proprio lì.

"Ci mancava solo Ferretti, maledetto spione non ha da fare nulla tutto il giorno è sempre lì" un saluto dal formalismo un po’ forzato e i due si separano. Lei torna a casa, guarda suo figlio con aria assorta come a dover scegliere un importante destino per lui, controlla l'ora al polso ma l'orologio non lo tiene più da anni. Dovrebbero già esser sul fuoco le pietanze per la cena, ma oggi ha fatto tardi. E’ soddisfatta, senza remore, la cena si farà un po’ in ritardo.

Dentro i pensieri del bimbo le parole rimbalzano, <<saluta zio...salutaaazioooo>> sbatte gli occhi, le orbite si muovono i capelli si scuotono: ma chi è mio zio?

Corro, sto sudando e odio sudare perché quando sudo sento gli odori che emana il mio corpo senza il mio permesso. Si!, ho le ascelle bagnate e il petto inumidito di sudore. Chissà sotto i vestiti che fetore. Se non fossi così di corsa mi fermerei per far defluire e evaporare il mio sudore. La mia unica speranza è che il treno abbia fatto ritardo. Per colpa di quei tre imbecilli mi tocca correre e sudare.

Ormai sono decisamente in ritardo... e sudato.

Non posso fermarmi nonostante il sudore, cerco però nel freddo della stagione di far aprire piccoli varchi all'interno di vestiti tirando e spostandomi con il corpo in modo da non divenire un essere viscido.

Non ce la faccio più!, sento che si e formato uno strato tra il mio corpo e i vestiti. Maledetto corpo. Uno strato molle, ne bagnato, ne solido, una sostanza scivolosa e maleodorante che inizia a defluire all'esterno. Gli occhi mi si rigirano all'interno. Tutto d'un tratto il cielo diventa di un buio perfetto ed io non ricordo, semplicemente perché non ci sono più.

<<Ancora giovane, Davide entrò nel monastero dei santi Martiri Teodoro e Mercurio di Tessalonica dove visse nella rinuncia e nella preghiera.

Dopo la lettura della vita dei santi, decise di imitarli e salì su un mandorlo che si innalzava a sinistra della chiesa e restò su un ramo come uno stilita. Dopo tre anni un angelo gli apparve e gli disse di discendere dall’albero e di ritirarsi nel silenzio di una cella.

Egli rese la sua anima davanti al porto di Tessalonica sulla nave che lo riportava da Bisanzio: la nave, malgrado un forte vento che gonfiava le vele, si fermò all’improvviso e un profumo d’incenso si diffuse nell’aria.>>

Profumo d'incenso anche dentro il mio corpo...tu vali!

"Chiamate un ambulanza!, quest'uomo non sta bene"

"Largo, largo fatelo respirare per dio!"

"Guarda Giò un tipo è crollato in mezzo alla strada"

"Cazzo fagli un video che lo pubblichiamo!"

"Mamma ma perché quell'uomo dorme per terra"

"No cara ha avuto un malore, vieni via ora non son cose da guardare"

"Ma tu lo guardi"

"Non parlare cosi a Mammà!"

"Le gambe le gambe in alto cosi il sangue defluisce"

"No!, sono medico non toccatelo per carità tirate giù quelle gambe e alzategli al testa!"

"Daiii sbrigati dammi il cllulare..."

"Ecco fermi ha riaperto gli occhi, fatelo parlare"

Un punto!. Nel centro del mio cervello che di colpo si estende coprendomi di colori. Non sto volando e non c'è nessun effetto di estraneazione. I colori si riordinano in un semplice e perfetto origami.

Tante talpe tutt'intorno a me, devo sfracellargli la testa a tutti uno sfracellamento globale!

"Il treno per favore il treno"

"Parla, dai un po' d’acqua veloce"

"Stai riprendendo Gio, sto qui è proprio fuori"

"no!, per carità sono esperto in traumi senili, l'acqua potrebbe alterare le sua già precarie condizioni psichiche, piuttosto qualcuno ha una sigaretta?"

Mi alzo rosso feroce una rabbia che mai avevo provato, scaravento chiunque mi sta addosso. Fuggo!

"Toglieteviiiii!!! bastardi ho il treno da prendere!"

Gli spaccherei la testa a tutti!, maledette scimmiette ammaestrate,

Urlo come mai non ho fatto, sento tutto la concentrazione delle persone su di me e questo in una situazione normale mi farebbe arretrare, ora no!, proseguo disorientato mentre un vociare soffuso finalmente si allontana da me. Nessuno osa seguirmi.

"Sono primario del sant’Orsola…fermatelo! quel signore ha bisogno di cure urgenti"

"Forte! forte questo lo posto subito!"

"Mamma ma perché il signore che dormiva si è alzato urlando"

"Io penso solo abbia avuto una giornataccia…"

"Sono un chirurgo d’urgenza, quell’uomo ha semplicemente avuto la sindrome di Tessalonica!"

"Sai cucciola forse avevi ragione, ha fatto solo un brutto sogno, ha fatto solo un brutto sogno"

"Quindi è corso via dalla sua mamma..."

corro come un forsennato con la sciarpa che svolazza appesa al collo, qualcuno di quei luridi si è permesso di togliermi la sciarpa (a questo devo riuscire a non pensare). Sulla testa! sulla testa! li avrei picchiati tutti spaccandogli la testa.

Salvatore, o caro amico mio, riderebbe di gusto!, mi direbbe <<ma che cazzo fai? calmati calmati!>> o mio fedele amico, mi vien voglia di tralasciare la mia famiglia per recarmi da te, dai tuoi preziosi consigli e dai tuoi racconti di vita, una vita scialba e piena di frivolezze, ma che tanto danno importanza alla mia di vita...

E così sia, tiro fuori il cellulare e sotto la voce -Amico mio- ti chiamo, ho più bisogno di te che della mia famiglia ora!

Due squilli, cade la linea….

Vecchio amico mio, sarai con qualcuna delle tue amanti, frivolo senza pensieri come solo tu sai fare, goditela amico mio godi anche per il tuo amico che ha provato a chiamarti.

Corro via da tutto, mi imbosco in una vecchia cabina telefonica in disuso e mi accuccio per 4 minuti, devo ripigliarmi. Respiro di pancia come mi ha insegnato papa, lui era molto coraggioso, e il coraggio viene dalla pancia, se controlli la pancia controlli tutto il mondo mi diceva solenne papa prima di dormire.

Mi alzo.

Che silenzio innaturale che si forma dentro la vecchia cabina, una zona di intimità.

Sono attratto dal telefono abbandonato, prendo la cornetta e faccio finta di parlare con la donna delle pulizie, la prima che mi sovviene in mente.

Fuori ormai è buio inizia ad esserci odore di freddo.

La mia voce nella cornetta muta è suadente, qualche goccia di sudore mi passa sulla guancia, ma tutto sommato questa discussione con una me stessa immaginaria mi rilassa.

Ripenso a lei alla donna delle pulizie, alla sua fragranza di spruzzino per i vetri, azzurro come i suoi occhi. In verità non so se ha gli occhi azzurri.

Mi blocco con la cornetta tra la spalla e l'orecchio, penso a quanto era bello telefonare con quegli apparecchi, la telefonata diventava qualcosa di complicato da raggiungere, una cosa esclusiva da utilizzare solo per persone o situazioni rilevanti.

Chiudo gli occhi spengo tutto questo per un po’, nessun Cordova niente occhi azzurri o ostriconi. Le teste sono tutte savie sulle spalle degli inutili altri... mi concentro a non pensare nulla.

Ormai il treno è perso e la stazione deserta.

Vago per qualche minuto forse attimi, intorno al quartiere abbandonato, entro come in simbiosi con ciò che mi circonda, sento i denti spezzarsi, le unghie allungarsi e staccarsi come un gatto che perde rabbioso la sua arma. Fisso le crepe dell'asfalto come crepe nel cervello che divenuto liquido si scioglie e mi ciondola appeso ad un soffio dallo stomaco.

Tossisco butto fuori aria ed espiro una nebbia frenetica che appare e scompare come in un circolo infinito.

Eccola da lontano appare la donna delle pulizie tutta contornata di una luce ecclesiastica, sembra una santa, una santa scopatrice. Assecondo questo destino che per me non ha in riserbo il ritorno ma una continua e stentata ricerca di perfezione.

Mi desto, controllo che le mie unghie siano al loro posto e parto destinazione ufficio, se qualcuno o qualcosa ha voluto così non mi resta che assecondare tutto ciò…ormai il treno è perso!.

Che si fotta la famiglia, per una volta che si fotta!.

Che si fotta mio padre e il suo integralismo <<figlio tradire è prima di tutto tradire sé stessi, se tu sei onesto non proverai mai la sensazione di tradimento!>>… che si fotta!

Il pensiero che lei, sola nell'ufficio, mi stia ad attendere come una sorta di venere sbucata da un qualche mare oceano mi eccita parecchio, non vorrei per questo riiniziare a sudare, cerco di non pensarci.

Torno alla cabina abbandonata e questa volta parlo con Salvatore, l'unico che può e sa aiutarmi.

"Salvo ciao mio caro amico"

S’accende una sigaretta,

"Che vuoi"

"Senti ti devo dire una cosa riservata tremendamente riservata"

"veloce"

"Si scusa Salvo so che sei sempre pieno di…",

"veloce!"

"senti, ho questa donna, questa donna..."

"di che colore ha gli occhi!"

"Azzurro, credo azzurro"

"ma ascolta questa donna, quasi una santa! mi aspetta"

"e quindi"

"sai se tu quello esperto sei tu che..."

"dove ti trovi?"

"sono in stazione ma qui ora è deserto, no ascolta lei ecco mi piacerebbe, so che tu conosci la mia famiglia ma vedi"

"fermati!"

metti giù la cornetta, accovacciati, e passa la mano nei capelli, pensa, pensa a chi sei, pensaci bene! non conta un cazzo! chi sei non conta nulla, perché tanto, lo sento, è una continua mutazione, pensa bene a chi sei stato.

"e quindi, dai Salvo e quindi che faccio?"

"Fai"

"Quello"

"che"

"vuoi!"

Ok Salvo, sei un riferimento lo sei sempre stato sin da piccolo, me lo diceva mio padre di trovare un buon amico, <<un buon amico è il tuo scheletro che ti sorreggerà>>, la tua corazza con l'esterno. Un buon amico ha sempre una parola critica su di te e sul tuo operato.

Guardo il cielo scuro, cerco nelle forme imprecise della sera il viso di mio padre e parto. Grazie papà!

Arrivo frettoloso all'ingresso, salgo frettoloso le scale, come mi aspettavo le luci sono soffuse (ha organizzato bene questo incontro) dall'oblo della porta provo a capire se anche lei, venere afrodite, è lì che mi attende.

Ma soprattutto che i due affabulatori non siano ancora lì a confabulare come vecchi amici.

Le pupille raggiungono ora perimetri sconosciuti,

Lei è li! Sola!, divina con i seni pendenti e le ciglia protese in un richiamo animalesco. Scorgo solo la parte superiore. Come un delizioso banchetto che tentenna a prostrarsi tutto!, Meglio!, il frutto proibito lo scoprirò come pietanza oscura rarefatta finale.

Ha una carnagione chiara, che ritengo molto appagante, (il vetro si appanna presto) dà la sensazione di essere una creatura per metà iniettata di materiale organico e per meta di materiale divino/plastico soddisfacente!

In effetti è bella, e come avevo previsto mi attende (devo chinarmi due minuti per gestire la giusta concentrazione).

<<tu vali! hai sempre avuto la necessità di valere!>>

Quello che devo fare è chiaro, ripagarla della stessa moneta, riconsegnandogli il frutto che tanto ha atteso. Mi denudo veloce, calzini a parte che odio dover togliere (farei la doccia con i miei calzini color caffè), credo di avere un sorriso ebete stampato sul viso e questo non mi aggrada dovrò al più presto porre rimedio provando davanti allo specchio in cantina un sorriso adatto a questa inaspettata situazione. Non fa caldissimo ridò una sbirciata da dietro l'oblo. E' ancora lì che aspetta goduriosa il mio avvento.

Entro senza tentennamenti, preparo lo sguardo numero quattro, sensuale con un pizzico di filosofia sulle labbra l'unico che potrebbe avvicinarsi quantomeno a qualcosa di adatto.

Me lo ripeteva sempre mio padre, sei inadatto, senza milza impreparato!!, non so quando sia iniziata la fase discendente tra noi, eppure un inizio c’è ma non riesco a focalizzarlo, qualcosa che ho fatto, qualcosa che ho detto di troppo (o troppo poco), sta di fatto che tra noi due qualcosa si è rotto. Lui ha iniziato a ripetere frasi del tipo -ho già capito cosa sarai, una pappamolle una merda sciolta, phua! quanto tempo buttato all'aria ad insegnarti i rudimenti per essere un vero uomo, vai via!, sparisci-.

Mi fermo, nudo, tremante a piangere, poi un ira della potenza di un terremoto mi penetra nel petto e nel cazzo!. Niente più tremori, niente esitazioni, guarda! guarda bastardo di un padre guarda tuo figlio guarda stronzo com'è possente il mio cazzo! e come possiederò qui ed ora la mia santa maddalena elettrica!

Mi avvicino a lei deciso (ancora vedo solo la parte superiore), rosso in faccia con i muscoli tirati e qualche rimasuglio di lacrima.

Lei si muove come avesse già iniziato il suo pasto di godimento, in verità non mi ha ancora percepito.

Arriva prima la mia aura iraconda ed eccitata e poi io. Intravedo lei che mi intravede, sono un toro il cui torero ha appena infilzato la spada nel cuore, ma io no! non morirò, questo dolore al cuore alimenterà il piacere. E allora urlo di gioia, di eccitazione e di rabbia.

"Vaffancuuuuulo padreeeeee"

Vedo lei per un istante, vedo lei che mi vede, c’è qualcosa di strano! e poi un urlo atroce il mio il suo e... …silenzio. Più nulla e un senso di vita e di morte circondato da un sogno che nascondevo da troppo tempo:

<--Sono al mare siamo soli, il mare è caldo e a tratti affollato, ma sento che siamo soli in una perfetta intimità. Nudi sulla costa frastagliata schizzati dalle nubi di brezza salina, ci guardiamo, e dentro i suoi occhi vedo serenità e quella vecchia cicatrice che gli conferisce uno scintillio che ormai ha perso. La spiaggia si fa sottile morbida dal chiarore quasi nevoso ci alziamo insieme, nudi per entrare nel mare. La cosa strana è che il mare si allontana, noi ci affrettiamo contornati da pavoni e tartarughe acquatiche che appena nate, maldestre, corrono verso la salvezza.

"Noooooo" un urlo dall'esterno del sogno

"Papà" ora la voce è dolce "guarda!, i pavoni si stanno mangiando tutte le tartarughine appena nate..."

"Continua figliolo non ti fermare non possiamo farci nulla!, il nostro scopo ora è entrare a tutti costi in quel mare"

Gli prendo la manina calda e affrettiamo il passo, così come è arrivata la profonda tranquillità con un gesto della testa riesco a scacciarla, il mare si fa buio e sempre più distante, io corro a questo punto corro, sudo ma è un sudore fittizio, tremo dentro tutti i miei legamenti, sento in effetti una vocina, forse mio figlio, o qualcosa di simile, starà ancora pensando alle tartarughine, ma la questione gliel'ho già spiegata ed io non ho più tempo.

I capelli sudati o bagnati da questa gelida brezza mi frustano il viso come ad autoflagellarmi, probabilmente perdo sangue per via delle continue ferite sul volto. Mio figlio lo trascino di peso nella direzione del mare, un mare scuro quasi nero una pozza d’ un’insieme compresso di vuoto!.

Ce l'ho fatta!! sono dentro, urlo di dolore e di piacere. La pozza è vuoto totale! e la parte di me al suo interno non esiste.

Ho il fiatone e nubi dalla bocca!,

Mi guardo intorno, ho perso mio figlio, intorno c'è solo il buio incompleto. Urlo lo chiamo ma il buio si inghiotte ogni cosa ogni rumore.

Intorno nel cielo scuro le nubi prendono le fattezze di visi troppo conosciuti, Cordoba, il capo del personale, Salvatore, la donne delle pulizie e lui, mio padre!.

Urlo disperato, andatevene!, e lo chiamo cerco mio figlio, ma nulla, solo il nulla.

Un senso di inadeguatezza e profondo rammarico mi colpisce il cuore.

Cado morto nel nulla e allora non esisto più!. -->

"Cazzo cosa ci fa qui questo coglione!"

"Ma è morto?"

"No, no guarda come suda sto depravato anche da svenuto"

"Bhe anche noi siamo un po’ depravati"

"sì ma lui era completamente andato che cazzo aveva da urlare mi ha fatto prendere un colpo"

risa profilo di due o tre persone in contrasto con luci soffuse e fumo

"ma poi tutto nudo…"

"va che il coglione ha su i calzini"

"mamma mia, che orrore, ma che voleva fare!? oddio che spavento fammi fare un tiro dai!"

"Vai a cercare i vestiti forse la, fuori dalla porta... è arrivato da la"

"Ci spiava pure il porco speriamo non ci abbia visti cazzo!"

"Dai vai a cercare i vestiti del coglione!!"

la voce si alza un po’ spazientita

"Io le mutande non gliele rimetto"

"...pero una toccatina"

risata giovane, fumo giallo che esce dalla bocca

"Smettila!, mi viene da vomitare"

"Heiiii, si, è tutto qui fuori si è spogliato dietro la porta...ma che si credeva?"

"Porta qui porta qui" fumo di sigaretta dalla bocca,

"E tu lascialo stare piuttosto vestiti che se sto qui ci ha visto domani succede un bel casino"

"Ma tanto sei tu il capo nooo?"

Risata rauca

"non dir stronzate, hey sti vestiti arrivano?"

fremito di indumenti orfani, i profili frettolosamente si ricompongono, qualche frase, pochi sguardi, un’intimità distrutta sul più bello e l'eccitazione della paura che li ha resi per un attimo un poco più giovani e complici.

Senza mai staccargli lo sguardo decidono il dafarsi,

"e pensare che questo imbecille lo dovrei anche licenziare"

"credo ci sia la giusta causa per chi si presenta in ufficio nudo..."

"...con i calzini"

risa confuse e un po’ forzate

"scherza scherza tanto tu cos' hai da perdere"

lei lo guarda o meglio il suo profilo lo guarda, l'altro e tutto sudato nel tentativo di rivestirlo

"cazzo una mano per rivestire il coglione me la potete dare però"

"hihihi io non ci penso proprio"

"io invece sono il tuo capo e faccio ciò per cui son pagato"

"non stai facendo proprio nulla se non fumare una sigaretta dietro l'altra"

"appunto!, sto pensando a come fare per farci uscire dalla merda in cui ci siamo ficcati...cazzo, se sto qui ci ha visto!"

"ma voi almeno eravate per terra coperti, a me forse mi ha visto.... però la cosa un po’ mi eccita!"

risolino di scherno,

"facciamo cosi"

uno dei profili si blocca fumo giallo dalla testa lucente, soffusa

"hai ancora un po’ di polvere?"

"cosa devi farci"

lei si agita

"dammela senza storie"

"ma e l'ultima poi...senti sta roba mica te la regalano"

nessuno ride più, piuttosto i respiri si fanno affannosi, ognuno per il proprio personale motivo.

"tu zitto e finisci di rivestirlo. Ci manca solo che si risvegli, dammi la bustina dai, senza troppe storie"

"mi piace questa tua aria da duretto, tu pero sei stronzo!"

una mano s'infila veloce in una tasca non sua lasciando come segno del suo passaggio una piccola busta.

"ora usciamo svelti, non dovremmo essere qui già da un bel po’"

Passi indistinti scendono veloci le scale, poi una telefonata anonima alla centrale più vicina e nel grande open space ritorna il silenzio.

Come sempre l'unico rumore è quello del televisore che trasmette non stop un qualsiasi programma di intrattenimento con un qualsiasi conduttore sempre molto sorridente. Un monologo continuo ottuso che si sparge per le pareti della casa. La madre è seduta al tavolo con il viso appoggiato sulla mano. Pensierosa. Si intravede ancora uno spiraglio di quella bellezza così luminosa che solo qualche anno fa la portava in giro serena e sicura di se, cosa può fare la -belleza!-. Lo sa anche lei, e ha bisogno sempre più spesso di ritrovare quella fiducia, ne ha bisogno!, ne ha bisogno anche la parte più intima e delicata di lei, quella che non si scopre e non si racconta mai.

"Accidenti la risposta non è esatta, mi dispiace..." gli applausi si espandono da un altro dove.

Gabriel guarda fisso il televisore, non ride, non accenna a nessun movimento del viso anche se la testolina sembra piegarsi poco alla volta da un lato. Sempre il solito lato.

L'odore della cena sta svanendo, in parte risucchiata dai sospiri della madre. Lo fissa, occhi che sbattono.

Forse pensa che qualcosa nel meccanismo si è incastrato o e solo genetica. Sarà l’età poi gli passerà.

Dovrei parlare con gli insegnanti, meglio di no non li ho mai visti che figuraccia.

No!,

Sta pensando a lei quando era giovane non un momento particolare, a lei in generale. Gli mancano quei tempi, anche se a quei tempi le mancavano i tempi quando era piccola. Si incupisce, capisce che tra un po’ di tempo forse gli mancheranno questi anni. Tra un po’ di tempo sarà vecchia e forse gli mancherà tutto. Spazza via i pensieri, stanno prendendo una strada sbagliata. Forse dovrei proprio parlarci con gli insegnati...

Gabriel si tocca l'orecchio, sa che lì dentro c'è qualcosa, qualcosa che non ricorda, qualcosa che gli è stato detto da sua nonna, qualcosa di dolce che solo il pensiero del ricordo lo scalda cosi che la TV si fa distante e quel mondo che un po’ ha perso ritorna vivido.

Si stringe tra le spalle non troppo larghe e impercettibilmente sorride.

Era una mano, la mano fredda di sua nonna che dolce lo accarezzava dopo un momento brutto. Un gesto semplice capace di fermare il tempo e irradiare i colori di un'eternità permanente!, lui si arrampicò su qui colori e arrivato alla vetta trovò una mano, una mano fredda che continuava imperturbabile a carezzarlo semplice ed essenziale. La più bella dolcezza della sua infanzia. La mano fredda scompare d'improvviso!.

"Per trentamila euro caro il mio concorrente, dov'è finito quel senso di spensieratezza che non vedo più dentro di voi!?"

Applausi.

Buio, i colori della citta penetrano di poco le enormi finestre oscurate. Che ore sono? è tutto strano...

Devo riprendere in mano i pensieri da dove li avevo smarriti. Ma è buio e questo non mi aiuta. Muovo la testa mi guardo in giro sento un odore non mio ma familiare, me lo diceva mio padre degli odori, sono in grado di riaprirti varchi nel cervello che non sapevi neanche di avere, quel bastardo ingrato di mio padre, eppure adesso qui nel buio avrei voglia di riabbracciarlo.

Lei!! la donna delle pulizie, ecco cosa ho lasciato indietro, l'odore dello spray per i vetri. Mi sollevo di colpo ora tutto si fa nitido, persino la luce che penetra nell'ufficio sembra più concreta.

Eppure non vedo nessuno, ma sento su di me il suo lieve profumo. Provo a chiamarla in un disperato tentativo. Lo so, sono solo lo sento.

Non ricordo, questo e il vero scoglio da superare, non ricordo. Però l'odore di lei addosso se non altro attenua di un po’ lo stato di ansia e perdizione in cui mi trovo.

Mi risistemo i vestiti e ripenso al buco che mi manca tra il prima e l'adesso. Ma nulla! Lei se ne andata, io mi sono rivestito, cosa mai abbiamo consumato insieme mia venere delle pulizie.

Ho ancora una forte eccitazione forse figlia di quello che c'è stato tra noi. Scuoto la testa sorrido. Tutto mi è chiaro o meglio mi appare chiaro.

"Vecchio mio sei un gran figlio di puttana (rivolto al padre) hai fatto centro!!"

Allungo il passo un’euforia mi pervade per tutto il corpo, non mi interessa il ricordo perduto, è molto più forte il pensiero, la parte immaginaria di quello che è potuto accadere...la convinzione di tutto questo!

Scendo le scale a due a due, scivolo sulle suole dure e finalmente rido. Un riso sincero, a dopo i pensieri le afflizioni su traumi presunti o tali.

Ora rido, aprendo il portone dell'ufficio sento il freddo bloccarmi il viso ma lo sovrasto, non c’è freddo non c’è buio ci sono io e la mia proiezione invincibile, la mia parte di abbagliante. Un riflesso che si propaga su ogni cosa e allora rido, rido e urlo:

"ti amo mondo, ti amoooooo"

una luce in faccia!

"mi scusi e lei il signor....."

"...il suddetto si accingeva all'uscita dello stabile dove ordinariamente esercita la sua professione urlando la seguente frase -- mondo ti amo -- con in tasca una bustina contenente..."

"Ti amo mondo, lo dico sempre a mio figlio..."

"va bene correggiamo, urlando la seguente frase -- Ti amo mondo, lo dico sempre a mio figlio --"

"No,no, mi scusi, senza --mio figlio--"

"Mi dica sii preciso, senta, già la sua situazione non è molto bella!, trattasi pure di falsa testimonianza che peggiorerebbe, e non di poco la sua situazione effimero signore"

"No, no va bene così mi scusi, va bene così"

"e poi mi dica della bustina che abbiamo trovato nella di lei tasca"

"nella di lei tasca...?"

"si! nella tua tasca coglionazzo"

ho un fremito mi sembrava la voce di Cordoba e poi rido

"no, noooo'no!, quella roba non e mia non e mai stata mia"

e mi accascio sul tavolone lurido pur senza pensarci

Sono senza pensieri, fatico a capirci qualcosa, il susseguirsi dei fatti è stato troppo frenetico. Dovrei chiudermi in bagno per riprendermi fissare un punto indefinito nell'infinito delle piastrelline del bagno e ripensare un po’ a tutto.

Ma non credo che me lo concederebbero.

"Caro il mio inquisiziante, vorrebbe forse avvalersi della facoltà di andare in bagno?"

"Potrei...potrei..."

Mi alzo come fossi di roccia, preso da un attacco di panico cerco lo sguardo del mio aguzzino che pare quasi una statua di cera in fase di disfacimento.

E poi qui è tutto in rovina, lasciato andare, un posto dove si teorizza il rispetto della cosa comune logorato da un indifferenza ordinaria a cui nessuno fa più caso.

Un fetore viscido, qualunque cosa sfioro mi appare unta al tatto. Ma a questo e meglio che non ci pongo attenzione.

"Si risieda attentamente, lei da qui fa fatica ad uscirne, ha maturato in un certo qual modo una sorta di affezione poiché qui si sente protetto! E lei ha un grande necessita di protezione…"

Lo fisso stanco, vanno un po’ all'aria i miei archetipi di sguardi. Tutto sommato ha ragione, questa buffa marionetta in divisa (una divisa splendente a dirla tutta) sembra avere nel suo interno meccanismi degni del più audace futurismo, che gli consegnano una consapevolezza che stona con tutto ciò che gli sta attorno.

"Ella vuole tornare a casa MA!, per un disguido arriva tardi presso la stazione a lei più contigua E, tornando in ufficio alla ricerca di un passaggio scopre altresì che una donna (delle pulizie) l'attende priva di coperture vestiarie atte a soggiogarla in un terribile giuoco sessuale del quale lei non ricorda alcunchè..."

"Gliel’ho detto ho perso i sensi non so esattamente cosa mi sia successo, ero tornato solo a chiedere un passaggio per tornare a casa"

La biro contro il tavolo di legno produce un suono cadenziato, preciso che ben si intona con tutto il resto.

"Peccato! un vero peccato! " alzo lo sguardo, ancora non l’avevo visto in viso, lui mi fissa mi osserva

"Io sa cosa penso"

Il collo scricchiola

"Penso che la invidio, nello stesso qual tempo ch'io sto qui chiuso a sentir storie di personaggi qualunque, badi bene personaggi normali ma con una normalità tutta loro, come lei del resto!, persone che amano, poi s'ingelosiscono finiscono per uccidere o essere uccise, persone che tentennano, che è una vita che tentano..., il colpo della vita!....ed io, io cosa faccio nella mia normale non normalità io sono costretto (incatenato) qui ad ascoltarle tutte queste storie!"

"Non credo che..."

"Capisce!"Urla divertito la biro salta in mille pezzi per poi rigenerarsi come un puzzle che conosce già la giusta sequenza delle sue tessere.

"Io ascolto!. Gli altri, folli di una follia del tutto normale!, fanno!"

inclina la sedia come facevo io da bambino a scuola arrivando a trovare angoli impossibili. Allunga le gambe e si blocca in equilibrio.

"Potrei lasciarla andare o rovinarle la vita. Pensi a sua moglie, i suoi figli, mi racconti di loro un ultima volta, quando gli ha parlato, un ultima volta, ma sinceramente, ascoltandoli, ascoltando quello che avevano da comunicarle...e capendo poi cosa in realtà volevano comunicarle"

il respiro si blocca, la frase sconfusionata trova un ordine ben preciso dentro questa discussione.

Quando, qaundoooo....

La mia famiglia, le mie persone, sarei un uomo finito!, solo distrutto.

"è vero..." un filo di voce mi pende dalle labbra

"hi hi hi hi" ha una risata che sembra il suono di un pezzo di legno che si spezza

"cri cri cri" rido anche io col suo suono...

Abbiamo capito entrambi ora e tutto chiaro. So esattamente lo scotto che dovrò pagare e lui l'agognato premio per quanto fatto, anzi per quanto non fatto.

In silenzio in mezzo a quella stanza unta e maleodorante (ma a questo e meglio che non penso) ci denudiamo, fissiamo le nostre nudità per un secondo. Ora siamo perfettamente allineati su piani di esistenza uguali. Non c'è più un lui ed un me.

In un continuato silenzio ci invertiamo i vestiti, e con essi sembrano invertirsi anche i nostri corpi i lineamenti più intimi.

Ci scambiamo di posto e la prima cosa che mi viene da dirgli è:

"Lei non è proprio in una bella situazione"

"hi hi hi hi hi"

"cri cri cri cri"

"Vada, abbia la compiacenza di godersi questa sua storia vissuta...vada..."

"E lei, ne approfitti, si accorga di quanto è bello vivere attraverso le storie degli altri a altresì quanto faccia apparire vuota la sua di vita!"

"a proposito la conosce la vita di Santa Paola?"

<<Secondo una leggenda trecentesca, Santa Paola detta “la Barbuta” nata nelle vicinanze di Avila (Spagna) fin da ragazzina aveva consacrato la sua verginità a Dio.

Si racconta che un giorno venne importunata da un giovane, che voleva violentarla.

La giovane che non voleva in alcun modo cedere alle avances del giovane, si rifugiò in una cappella e abbracciando il crocefisso chiese a Dio di aiutarla contro il suo persecutore.

Improvvisamente, alla giovane Paola spuntarono nel suo viso, sia la barba che i baffi, tanto che il giovane assalitore, inorridito a quella vista, la lasciò in pace e scappò.>>

Esce, rimango lì seduto al suo posto un pensiero a tutto ciò che è stato. Mi sistemo la divisa di plastica e mi preparo per la nottata.

La mano passa sui miei capelli.

"Hei ma dove eri finito!? dai sbrigati vieni su, una storia incredibile? ma che fai, che ti è successo sei elettrico! come non vuoi mangiare, ahaha mangi me, che dici? odore di fumo no no ma vaaaa mica ho riiniziato a fumare hey!, metti giù la manacce, ah! ma sei proprio....proprio o no, dai no, no che c'è il bimbo no dai daaaai"

Sta sera voglio essere felice, con mia moglie si la mia famiglia e il mio nuovo corpo. Mi sento rinato, un guscio nuovo lucido…attimi di perfezione!,

"E tu?, piccolo mio che mi racconti!?"

"Lo zio…" voce melliflua

"Lo zio!?"

"Si papà è venuto a trovarci zio…"

Il guscio s’incrina ma di poco, il sole è già calato ma di poco, le certezze tutte solide si spezzano…ma di poco…

"…tu non hai zii figliolo!"

Si apre una finestra, al di là si vede un'altra finestra dalla luce gialla, c'è una famiglia in silenzio. Chi guarda la TV e infila cibo in bocca come fosse una catena di montaggio, chi fissa il piatto cercando di trovare qualcosa che lo faccia destare dallo stordimento. I più giovani fissi, attenti, verso il loro telefonino.

Aria frasca di prepotenza trapassa la donna e cancella le tracce di un vicino passato.

Lei canta la hit del momento convinta che tutto possa sempre rimanere così.

Il bimbo davanti al televisore inclina un po’ la testa per raddrizzare tutto il resto. Quel cartone l'ha già visto mille volte, ma lo riguarda sempre come tutti gli altri del resto. Per lui sono una protezione, una protezione dal fumo, da quel tremendo odore di corpi che fuoriesce dalla stanza da letto, una protezione per un padre fluttuante che c'è poco e quando c'è sembra la caricatura di se stesso, una protezione dalla televisione stessa che in fondo lo sa gli sta rubando (maledetta) ore di possibili… ore alternative!. E infine una protezione dai suoi compagnetti che, poveri mocciosi, non capiscono e lo trattano a metà tra il compagno scemo da compatire e a metà tra il compagno scemo da deridere!. Insomma una protezione un po’ da tutto.

Si sente sicuro, doveva solo inclinarsi per raddrizzare il resto.

"Gabriel, Gaaabriieeel!?"

Passi svelti da la a qua

"Ma cavolo mi vuoi rispondere una buona volta?"

Gabriel è protetto

Una mano, una mano fredda dal nulla appare e inizia ad accarezzare la testa del bambino...

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