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Una storia di Massimo.ferraris

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Amici, da sempre e per sempre

Pubblicato il 16 novembre 2016

Abitavo in un piccolo villaggio della campagna piemontese, uno di quelli che quando ti soffermi ad osservare la cartina geografica ti chiedi se veramente esiste o se è uno sbaglio del cartografo. Non vi dirò il nome, non importa, sappiate solo che oltre a me abitavano altre trentasette persone. La popolazione animale ci superava di gran lunga, a partire dalle mucche che erano più di quaranta e le pecore un centinaio. Lì ci sono nato e cresciuto, non pensando mai che un domani avrei dovuto lasciarlo per colpa di una donna, ma non una qualsiasi, bensì Teresa, quella che da piccolo consideravo sorella, da adolescente amica e in età adulta l'amore.

Fatico a ricordare tutti gli episodi, mentre ho bene impressa la storia che ci ha accompagnato per più di vent'anni della nostra vita, un percorso fatto di gioia, tenerezza e intimità. Teresa abitava nella cascina accanto alla mia, tra me e lei c'erano dieci mesi di differenza, io di gennaio e lei di novembre, quindi praticamente coetanei. Genitori amici da sempre, animali che spesso finivano per confondersi e una vita semplice fatta di scambi e di incontri. Normale che tra noi nascesse una simpatia e che questa si evolvesse negli anni. Era bella Teresa, anche se non avevo grandi parametri per quantificarla sapevo che la sua bellezza superava di gran lunga quella di Giovanna, la figlia del padrone del mulino, oppure Agata la sartina del paese, di un paio d'anni più grande. Con lei stavo bene, mi divertivo e passavo spensierato le giornate. Scuola e lavoro erano i compiti che ogni giorno occupavano gran parte del tempo; la cascina ci dava da vivere e papà e mamma si spaccavano la schiena dietro alle coltivazioni e alle bestie da accudire. A dieci anni ero un esperto nella preparazione del formaggio fresco, fatto seguendo una vecchia ricetta di nonno Mario e che nonna Luigia, che abitava con noi da quando era rimasta vedova, considerava un vero miracolo. Mungevo il latte e le capre, cambiavo la paglia e mettevo il fieno nelle mangiatoie, mi occupavo di rifornire le gabbie dei conigli con rami e foglie fresche, giocavo con Bruto, il mio cane e finivo per andare la sera, dopo cena, a casa di Teresa. Frequentammo le stesse scuole elementari e medie, dopo di che decidemmo che per noi avere un diploma non avrebbe fatto la differenza, quindi ci dedicammo al lavoro in cascina. Furono gli anni più belli della mia vita, quelli che dai quattordici mi portarono sino ai venti. Volarono, giorno dopo giorno, trasformandomi in un uomo, e lo stesso fecero con lei, rendendola donna e desiderabile.

I nostri genitori un po' ci speravano, e quando capii che tra noi la soglia dell'amicizia stava per essere varcata decisi che la prima a saperlo doveva essere nonna. La presi da parte, una sera che i miei genitori erano scesi in paese in visita a conoscenti, e mi aprii completamente. I suoi occhi brillano ancora nei miei ricordi, fu come se una luce esplodesse violenta illuminando d'azzurro ogni cosa.

-Sono felice nipote mio- mi abbracciò, le braccia tremanti. -E Teresa, dimmi, cosa dice?-.

Già, nella foga di raccontarle i miei sentimenti mi ero dimenticato di informarla che non mi ero ancora dichiarato.

-Veramente prima volevo conoscere il tuo giudizio- cercai di salvarmi in corner.

-Ma benedetto ragazzo, cosa vuoi che ti dica? Ho sempre saputo che sarebbe finita così; i tuoi genitori ci sperano da sempre e, adesso che sei uomo, è giusto che pensi al futuro. Le due cascine sono confinanti, le terre ammontano a parecchie giornate di lavoro, è di sicuro la cosa giusta-.

Sulle prime non diedi peso a quelle parole, il mio cervello era solo invaso da quello che provavo per Teresa, dal sorriso e tutte quelle espressioni di cui era capace. Feci di sì con la testa, restando abbracciato a lei. La pregai di non dire nulla sino a quando non mi fossi dichiarato. Mi sentivo goffo, protagonista di un romanzo dell'ottocento, e forse lo ero davvero visto il luogo in cui abitavo. C'era la televisione, il telefono e ogni altra diavoleria moderna, ma il nostro angolo di mondo rimaneva legato al passato, avendo il lavoro manuale come costante.

Siccome mi ero confidato con nonna, tanto valeva farlo anche con Teresa, quella sera stessa, prima che la mia cronica timidezza e ritrosia mi rendesse incapace di parlare. Lei era sotto al portico, in quella tiepida serata di fine primavera, sulle gambe teneva un catino in cui gettava i fagiolini spuntati. Mi avvicinai furtivo, sembrava assorta nei pensieri, forse qualcosa la preoccupava ed ebbi timore che non fosse il momento giusto. Quando si accorse del mio arrivo mi sorrise, con quel suo modo affettuoso in cui la bocca si apriva leggermente e una fossetta si formava sulla guancia destra.

-Si respira- mi disse. -Non avevo voglia di stare in casa, la televisione è così noiosa e poi papà vuol vedere sempre e solo quello che vuole lui- sbuffò ed io provai un brivido.

-Volevo chiederti una cosa- la voce uscì stranamente normale. -Hai mai pensato al futuro?-.

Alzò gli occhi verso la luna, senza guardarmi.

-Certo che sì, ci penso di continuo- ma non disse nulla di più. Aspettai, ma oltre a spuntare la verdura sembrava non importarle altro.

-E che vedi? Voglio dire, avrai un obiettivo, un desiderio da realizzare-.

-Si, abitare in città- la risposta mi spiazzò. -A volte sfoglio le riviste o mi capita di vedere dei servizi in televisione. Qui è bello, ci sono nata e cresciuta, magari ci morirò, ma se c'è qualcosa che mi piacerebbe è proprio questo, andare a stare in una grande metropoli, come Roma, Napoli, oppure nella vicina Torino. Ci pensi quante cose potrei fare, quanta gente conoscere-.

Era una ragazza ed aveva dei sogni; io davo per scontato che le bastasse la sua vita, invece sognava in grande e purtroppo parlava al singolare, io non ero contemplato. L'avevo resa allegra, iniziò a parlare di progetti realizzabili e rimasi ad ascoltarla, sentendo posarsi sul cuore macigni inamovibili.

-Mi manderesti una cartolina di tanto in tanto?- cercai di scherzare.

-Ti ospiterei, facendoti conoscere tutte le cose belle che scoprirò. Siamo amici, da sempre e per sempre-.

Girai la testa, la voglia di piangere mi prese di colpo e non volevo farmi vedere, ma così facendo incontrai il viso di nonna affacciata alla finestra. Non sapevo se aveva ascoltato i nostri discorsi, non fece nessun cenno, ma di sicuro capì che qualcosa era andato storto. Teresa era troppo presa e non si accorse del cambiamento avvenuto in me. Dopo poco la salutai e tornai a casa, non sapendo di aver innescato una reazione che la portò a lasciare casa un mese dopo.

Una nostra compagna di scuola si era trasferita a Torino con la famiglia e lì aveva trovato un posto come commessa in un supermercato. Si tenevano in contatto telefonico, anche se ultimamente si erano un po' perse. Fu Teresa a riallacciare i ponti, con immensa gioia di Monica che vide in questa ritrovata amicizia la possibilità di "salvare" un'amica. Quando me lo raccontò usò proprio quella parola.

-Ci hai pensato bene?- forse quello sarebbe stato il momento giusto per fermarla.

-Certo, e devo dire grazie a te se ho preso questa decisione. I miei hanno accettato, anche se a malincuore. Sono ancora giovani, posso accudire l'azienda, e non è detto che un domani incontrerò un ragazzo a cui piace la campagna- rise, battendo le mani. La serata in cui ero pronto a dichiararle il mio amore si era trasformata in un enorme disastro. Nonna lo capì subito quando mi vide rientrare, ma non ne fece parola, da quella sera continuò a comportarsi come nulla fosse, ma sapevo che in cuor suo soffriva.

-Quando sarò sistemata voglio che mi venga a trovare- le promisi che lo avrei fatto. -Domattina ho il treno alle sei e trenta, ho già chiamato un taxi- si sporse e mi stampò un bacio sulla guancia, stringendomi forte in un abbraccio.

-Sei stato prezioso, un amico che mi ha accompagnato nella vita- abbassai gli occhi, quelle parole dicevano tutto. Rientrò in casa ed io feci altrettanto. I giorni seguenti mi videro teso e scontroso, preferivo stare da solo con me stesso piuttosto che affrontare la famiglia. Mamma mi guardava e sapevo che voleva chiedere di Teresa, ma io non volevo che si impicciasse dei miei affari. Avevo ventun anni, mi reputavo abbastanza adulto per fare delle scelte e non volevo ramanzine o consigli che avrebbero solo contribuito ad alterare il precario equilibrio mentale.

Passò un altro mese, ogni tanto chiedevo notizie ai suoi su come si trovasse a Torino, ma il più delle volte mi liquidavano con un "bene" che lasciava il tempo che trovava. Non avevo un recapito, nessun indizio che potesse collegarmi a lei. Eravamo in un periodo in cui gli uomini pensavano di andare su Marte e ancora si aveva difficoltà a rintracciare qualcuno sulla Terra, a un centinaio di chilometri di distanza. Divenni scontroso, iniziai ad uscire la sera e frequentare l'unico bar degno di quel nome nel paese vicino, che raggiungevo a bordo della vecchia e fidata Vespa 50. Dal bere qualche sorso di birra passai alle sigarette, cambiai il mio modo di fare conoscendo ragazzi abituati a bighellonare e divertirsi. Il lavoro ne risentì e oltre che per me stesso divenni una preoccupazione per papà e mamma. Una sera, pronto per uscire, mi si parò dinanzi la nonna. Era la prima volta che la vedevo arrabbiata, di solito il sorriso non l'abbandonava mai.

-Devi cercarla e smetterla di rovinarti per lei!- lo disse in modo perentorio, piantando le mani ossute sui fianchi. Era davanti alla porta d'ingresso, papà al suono di quelle parole fece capolino.

-Che succede?- lo guardai, poi feci lo stesso con nonna.

-Tuo figlio è innamorato, non ha avuto il coraggio di confessarlo ed ora si sta rovinando con le sue stesse mani. Fuma, beve e a volte lo sento bestemmiare-.

Le gambe si erano trasformate in gelatina e sapevo che scappare non sarebbe servito a nulla. Nonna aveva ragione, non ero stato capace a reagire e l'unico modo per dimenticare era stato imboccare la via dell'autodistruzione.

-Di Teresa?- chiese semplicemente papà. Io annuii e per un momento mi sentii come il bambino di un tempo. Chiusi gli occhi e respirai a fondo, facendo il vuoto intorno. Immagini di noi due brillarono come flash, ricordi di una vita trascorsa a contatto, come due fratelli. Era giusto che rovinassi tutto rivelandole il mio amore? Non sarebbe stato meglio lasciarle vivere la sua vita nel modo che preferiva? Starle lontano mi faceva male, dovevo raggiungerla.

-Devo fare una cosa- dissi, tornando a guardarli. A loro si era aggiunta anche mamma che mi sorrise con gli occhi lucidi. -Vado dai genitori di Teresa, tranquilli-.

Riuscii a farmi dare il numero di telefono di Monica, annotato sulla rubrica, e quando la chiamai sembrò felice di sentirmi. Ci mettemmo d'accordo per il sabato seguente. Doveva essere una sorpresa per Teresa, così la pregai di non farle parola. Il cuore galoppava quando scesi dal treno, percorrendo il binario della stazione di Porta Nuova ed uscendo all'esterno dove trovai Monica in attesa. Ci abbracciammo e notai che la vita di città l'aveva trasformata. Fissai la mia immagine in una vetrina per la paura di apparire un contadinotto, ma nel complesso rimasi soddisfatto di me stesso. Attraversammo la città sino ad arrivare dalle parti di Moncalieri, dove lei abitava.

-Monica è di turno al Carrefour. Lavora in cassa e finisce tra una mezz'ora. Ti lascio dall'uscita personale, passerà per forza di lì-.

Scesi, con dentro la testa le immagini della città, così vasta e meravigliosa. Capivo come Teresa si fosse innamorata di un posto così, preferendola al paese. Mi venne voglia di una sigaretta, ma repressi lo stimolo: da quel momento sarei ritornato ad essere il bravo ragazzo di sempre, senza vizi. Un quarto d'ora dopo le prime ragazze sbucarono, il cuore riprese a galoppare, ma Teresa non era tra loro. Che le avrei detto? Non mi ero preparato nessun discorso, in fondo ero lì per stare con lei e non sapevo come l'avrebbe presa. Ma poi sul serio pretendevo che mi volesse? Non l'aveva fatto quando eravamo a casa e ora che la città l'aveva inglobata chissà nella testa quali pensieri le frullavano. Magari aveva conosciuto un ragazzo, certo non le sarebbe stato difficile. Scrollai la testa: Monica me lo avrebbe detto. Mi accorsi di essere senza un presente, un mazzo di fiori o una scatola di cioccolatini. Per fortuna a poco distanza una pasticceria aveva l'aria di essere ben fornita. Corsi, evitando il traffico ed entrai, scegliendo una scatola di Mon Chéri, la prima che vidi. Pagai e mi sentii il ragazzo più felice del mondo.

Le amare sorprese che la vita ti prospetta a volte fanno parte di quelle visioni che credi impossibili e che invece vivi come spettatore davanti al telone di un cinema. Teresa stava uscendo proprio in quel momento, il viso luminoso di sempre, i capelli legati in una coda di cavallo che trovai deliziosa. Era di corsa e attraversò la strada proprio nel punto in cui l'avevo fatto io. Accelerai il passo, ma mi bloccai, quando la vidi salutare con la mano in direzione di un'auto. Dentro c'era un ragazzo biondo, di circa venticinque anni. Teresa aprì la portiera, entrò e gli diede un bacio. I cioccolatini caddero a terra, un'auto strombazzò per avvisarmi che mi trovavo in mezzo alla strada. Meccanicamente feci alcuni passi indietro, gli occhi fissi su loro due e non mi mossi sino a quando non li vidi partire.

Ero riuscito ad assistere all'epilogo del mio fallimento. Tempo perso nella ricerca di un amore che non sarebbe mai stato mio, quel sogno suo trasformato in realtà e di cui mai ne avrei fatto parte. Ero in una grande città, nonostante la tristezza mi piaceva; adoravo il rumore delle auto, i negozi e la frenesia. Torino era il posto in cui avrei vissuto volentieri anche io, ma con Teresa sarebbe stato tutto magico.

-Per poco non diventavi lavoro per mio padre- una risata e davanti agli occhi mi apparve la scatola dei cioccolatini. La voce apparteneva ad una ragazza mora, dallo sguardo allegro.

-Tuo padre?- chiesi, come imbambolato.

-Ha una ditta di pompe funebri- disse allegramente. -Pensa se davvero fosse successo e l'avessi chiamato: questa settimana avrei preso paga doppia!-.

Mi scappò da ridere, nonostante il protagonista dell'infausto evento fossi io.

-Paola- mi disse, allungando la mano.

-Paolo- risposi, e risi di nuovo. L'incontro continuò con un gelato, un successivo appuntamento e un lavoro insperato di autista di carro funebre. Teresa sparì dalla mia vita, il suo posto fu preso da Paola, conosciuta per caso, di cui non sapevo nulla, ma che imparai ad amare.

La vita è strana, me ne accorgo ora che ho raggiunto quel punto dell'esistenza in cui sai di non avere più nulla che possa entusiasmarti. Le cose belle sono state tante, le gioie ed i dolori si sono alternati. Sono felice di ciò che ho fatto, delle scelte non del tutto sbagliate. Se non fosse stato per Teresa Paola non sarebbe mai entrata nella mia vita e avrei perso tutto ciò che di bello abbiamo fatto insieme: due figli, tre nipoti e una bella casa. La osservo mentre gioca con il più piccolo in giardino, mentre io in cucina preparo la cioccolata per tutti. Appesa alla parete la foto dei miei, con nonna Luigia al centro e dietro la cascina. Non mi sono dimenticato di loro, gli sono stato vicino sino all'ultimo giorno, per poi vendere la proprietà a brave persone che hanno continuato il lavoro. E Teresa? Giusto, non posso non menzionare anche lei. Siamo rimasti buoni amici, ogni tanto ci si incontra quando organizziamo una serata e non manchiamo di ricordare i bei tempi passati.

Ma del mio amore non sa nulla, di quanto ho sofferto e pregato affinchè non mi lasciasse. E' solo la mia più vecchia e cara amica, quella speciale che nessuno potrà mai cambiare, e lo sarà per sempre.

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