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Una storia di Hollielost

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In un giorno di vacanza.

Pubblicato il 18 novembre 2016

Quella mattina mi rifiutavo di pensare all'interrogazione di fisica che avrei dovuto affrontare intorno alle dieci. Non avevo studiato, ma non perché non ne avevo voglia, semplicemente quella materia non riusciva ad entrarmi in testa, sebbene la ritenessi affascinante. Mentre preparavo lo zaino riflettevo che un tre prima della maturità non sarebbe stato proprio il massimo della vita, così decisi di andare al lago. Scesi in cucina, mia madre beveva il caffè ed ascoltava il telegiornale: le solite beghe parlamentari.

- Buongiorno, ben svegliato!

Era già di buon umore.

- Buongiorno a te - risposi senza troppo entusiasmo. Dovevo stare attento a come mi comportavo in quei dieci minuti, lei aveva la capacità di beccarmi sempre quando avevo in mente qualcosa. Le chiesi se mi lasciava la macchina.

- Cosa devi fare, non puoi andare a scuola in autobus?

- Potrei, ma nel pomeriggio voglio fermarmi con le mie compagne per preparare insieme la terza prova... Sai che adesso iniziamo con le simulazioni.

Stavo sudando freddo, ma la mia vecchia non poteva vedere la mia faccia, visto che le rivolgevo le spalle. Ci pensò per qualche istante, poi mi disse di prenderla pure, ma di fare il pieno, visto che era in riserva. La ringraziai.

Dopo una mezz'ora stavo imboccando l'autostrada per andare all'autogrill: avrei potuto fare il pieno e, dato che consideravo quel giorno come un giorno di vacanza, mi andava di sbragarmi su un divanetto a mangiare torta di mele e bere caffè. La giornata era meravigliosa: le Alpi innevate sembravano aspettare solo me e l'aria fresca profumava di erba tagliata. Pensai che se anche non avessi avuto l'interrogazione valeva la pena bigiare, era tutto così bello! Arrivai all'autogrill e, dopo aver fatto benzina, parcheggiai ed entrai nel locale. Presi un caffè lungo e un pezzo di strudel, poi andai a sedermi vicino ad una grande finestra da cui potevo vedere le montagne. Quasi non mi accorsi di quanto stava succedendo poco distante.

- Ecco P., è entrato quel ragazzino, ho visto che parcheggiava.

- Ma cazzo, perché mi chiami P.? Ti ho già spiegato che non ha senso.

- Non voglio che questa gente sappia come ti chiami te o come mi chiamo io. Metti che questa cosa non va come ce la immaginiamo, meglio che la gente sappia il meno possibile di noi.

La donna sembrava agitata. Continuava a giocherellare con l'anello di bigiotteria che portava e i suoi occhi continuavano a muoversi da destra a sinistra. L'uomo seduto davanti a lei sembrava molto più tranquillo.

- Datti una calmata, santoddio, non ti sopporto più. È così che attiri l'attenzione su di noi. Non vorrei mai che qualcuno si accorgesse di quanto sta per succedere e specialmente che reagisse. Manderebbe tutto a puttanata, lo capisci?

La donna annuì all'uomo spazientito e si mise a guardare le montagne. Poi sentì un leggero colpetto alla caviglia e, dopo aver preso un bel respiro, si trovò a gestire una situazione ben più grande di lei. Per farla breve: minacce, uno sparo in alto, i soldi della cassa in un borsone da palestra e i due rapinatori che fuggono prendendo in ostaggio il ragazzino che mangiava lo strudel.

Non potevo credere che stesse succedendo a me. Quell'uomo massiccio mi aveva sollevato di peso dal divanetto e mi aveva intimato di dargli le chiavi della macchina. Poi mi avevano sbattuto sul sedile posteriore, con le mani legate con lo scotch, e l'invito perentoreo a stare zitto. Ovviamente obbedii, avevo visto che pistola aveva quel tizio e mi era sembrato quel tantino svitato: aveva gli occhi che si muovevano continuamente, la faccia rugosa agitata da un tic nervoso alla bocca, le vene del collo si potevano notare da un metro di distanza, tanto erano pulsanti. La donna sembrava svuotata: dopo il grande stress della rapina aveva l'aspetto di una bambina che sta per mettersi a piangere. Sembrava quella più equilibrata fra i due, ma, appunto, sembrava.

Mentre mi scervellavo per capire come venire fuori da quella situazione, specialmente come spiegare la faccenda a mia madre, mi accorsi che avevamo imboccato la strada per Vipiteno. Cominciò a girarmi la testa. Non mi sembrava tanto saggio andare in Austria, almeno per me. Speravo che mi scaricassero a Brennero. In un qualche modo mi sarei arrangiato per tornare a Bolzano...

- Che noia. P., posso accendere la radio?

- Ancora con questa minchiata dell'iniziale, Orny? Lo vuoi capire che ci hanno visto in faccia e che siamo compromessi?

- Metti lo stress post traumatico. Magari non si ricorderanno di noi. Magari neanche il ragazzo qui dietro alla fine non si ricorderà di noi...

Pensai che volessero uccidermi. Mi immaginavo già appeso a qualche albero sul ciglio della strada e stavo già pensando a come dire a loro che per mille euro non valeva la pena avere uno sfigato come me sulla coscienza, quando la donna si girò verso di me. Altro che equilibrata.

- Bé, se siamo compromessi e visto che qui prende solo Radio Maria, tanto vale fare conversazione. Come ti chiami?

Avevo la lingua felpato. Inghiottii la saliva e risposi.

- Più forte, che qui non si capisce un cazzo.

- Augusto.

- Ah, come gli imperatori? Divertente!

Sorrise. Sembrava una pazza.

- Sei giovane, sembri uno che va ancora a scuola. Cosa ci facevi in giro?

- Non ci sono andato, non volevo essere interrogato. Volevo prendermi una giornata di vacanza.

- Di vacanza? Ma vaffanculo va'!

Il pazzo sembrava volesse intromettersi nella conversazione.

- Se ti prendi una vacanza vuol dire che lavori e uno che va a scuola di sicuro non è uno che lavora. Anzi. La scuola è la cosa più facile da affrontare nella vita, i problemi arrivano dopo.

- Tipo quello che ti è capitato oggi, Augustino bello!!! Ahahahaha!!!

La donna scoppiò in una fragorosa risata. Io non dissi niente e guardai le mie mani legate con lo scotch. Effettivamente mi ero cacciato in un bel guaio.

- Cosa pensi ti accadrà? - continuò la donna, guardandomi dallo specchietto.

- Non saprei... Mi ucciderete?

Stavolta risero entrambi. Pensai fosse un buon segno.

- Se dimentichi le nostre facce stai sicuro che il collo non te lo tiriamo. Mi sa che non sei buono neanche per chiedere un riscatto. Guarda come vai in giro vestito. Senza parlare poi della macchina... Cos'è, un residuato bellico?

- È quello che possiamo permetterci - risposi seccato.

- Se non siete ricchi dovresti sentirti una merda a saltare la scuola. Chissà come sarebbe contento tuo padre. Immagino sia quello severo. I padri sono sempre i più severi, almeno credo- disse la donna, stavolta guardando fuori dal finestrino. Il sole era alto nel cielo azzurro, doveva essere mezzogiorno. Eravamo quasi arrivati a Vipiteno.

- Non ho più il papà.

Il pazzo mi guardò dallo specchietto retrovisore.

- Che gli è successo? - mi domandò quasi sottovoce. Risposi che si era impiccato quando avevo quindici anni perché era depresso, a causa del fallimento della ditta per cui lavorava. Era da molto tempo che non ne parlavo. La donna si voltò e mi accarezzò i capelli, come se fossi un cucciolo smarrito.

- È brutto vivere lontano dalla propria famiglia, in un modo o nell'altro. Ma si è ucciso in casa?

Non potevo crederci, davvero quella matta mi stava facendo questa domanda. Risposi.

- Si è impiccato nel capanno dietro casa e l'ha trovato mia madre, che si era appena ripresa da un brutto male. È caduta nella depressione e non era in grado di prendersi cura di me, neanche di se stessa. Così mi hanno mandato dai nonni. Avevo solo quindici anni.

Per qualche tempo nessuno disse niente. La macchina si inerpicava verso la cima delle montagne bianche, il sole cominciava a calare inonando di luce dorata tutto attorno. Io mi stavo agitando, perché l'ora in cui sarei dovuto rientrare a casa era passata da un po' e pensavo a mia madre, chissà che stava pensando. Chissà che cazziatone mi avrebbe fatto una volta a casa, perché ci sarei tornato a casa, in qualche modo. Ad un tratto la donna iniziò a singhiozzare.

- Porca troia, ci siamo davvero messi nei guai! - urlava. L'uomo non le rispondeva.

- Lo sapevi che questa era la condizione. Dovevamo avere i soldi per poterci rifare una vita.

- Lo so, ma se ci prendono? Non vedremo mai più Erik!!!

La donna piangeva disperata. Le chiesi sottovoce chi fosse Erik. Lei non mi rispose. Intanto sentivo il mio cellulare vibrare nella tasca dei pantaloni. Vipiteno era passata, ci stavamo avviando verso il confine. Ero davvero preoccupato.

- Erik è nostro figlio - disse il pazzo - ce l'hanno portato via quando sono rimasto senza lavoro. Anche Orny non lavorava, così i servizi sociali hanno visto bene di portarcelo via. Questo succedeva l'anno scorso. Solo che io non sono tuo padre, io mi sono ripreso mio figlio e la mia vita. - L'uomo aveva un'espressione grave sul viso. Continuò : - Non abbiamo mai avuto intenzione di farti del male, sul serio. Ci stiamo avvicinando al nascondiglio di nostro figlio, vogliamo scappare e la tua auto ci serve. Ti lasceremo a Brennero con qualche soldo, così potrai tornare a casa.

Nella mia mente si affollavano mille pensieri. Avevo dimenticato il dolore che avevo sentito quando mio padre era stato trovato in quelle condizioni ed ero invidioso di Erik, ragazzino sconosciuto, e della forza di reagire dei suoi genitori che li stava portando a passare la vita da delinquenti.

Il viaggio continuò senza che nessuno parlasse. La donna continuava a piangere silenziosamente e il suo compagno si mostrava finalmente tenero nei suoi confronti. Mi lasciarono davanti ad un albergo, al crepuscolo, senza troppi convenevoli. Non seppi mai più nulla di loro.

Quando il ragazzo entrò in quell'alberghetto vicino al confine aveva l'aria stanca e smarrita. Vista l'ora chiese al proprietario se poteva dargli una stanza, prese un caffè e poi recuperò il cellulare. Digitò un numero e poi rimase in silenzio a sentire una valanga di parole urlate attraverso il telefono. Una volta chiusa la conversazione, ordinò una pizza e chiese di poterla mangiare in stanza, si fece rivedere solo il giorno successivo, quando partì, tristissimo, per tornare a casa.

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