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Una storia di LuigiMaiello

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"Sindrome da Pagina Bianca": Consigli per superarla.

Una Storia Collaborativa che unisca i "rimedi" che ognuno di noi utilizza per superare la più classica tra le crisi di ispirazione.

Pubblicato il 09 ottobre 2015

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Capita spesso, anche alle penne migliori, di avere una crisi di ispirazione e cadere nella classica "sindrome da pagina bianca". Succede anche a me, che di certo non sono un grande scrittore e al massimo scrivo articoli, e non libri (o storie) come molti di voi. Quando non riesco a trovare l'ispirazione, uno dei rimedi migliori per me è ascoltare la musica che più mi piace.

La cosa divertente, se vogliamo, è che, a seconda dei momenti e del mio stato d'animo, varia anche la musica che mi piace ascoltare. Quando sono un po' malinconico mi rifugio nella musica jazz o in quella classica, tipo Ludovico Einaudi, oppure quando sono un po' nervoso, mi piace quella elettronica dei Daft Punk e Kraftwerk. Quando sono invece pensieroso, per questioni personali, adoro la musica cantautoriale italiana.

Un momento in cui riesco a pensare molto e in modo del tutto libero è anche mentre corro. Io cerco di correre almeno 3-4 volte a settimana, e quando corro la mente va per conto suo. Posso dire che quando corro non penso a nulla, per questo in quei momenti ( di solito circa un'ora) può nascere di tutto, ma anche nulla.

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La mia ispirazione nasce anche da uno stato d'animo, un gesto, una canzone che a volte, sbrigando faccende di ordine quotidiano, mi aiuta a colmare i silenzi e canto.

Quei silenzi che invece diventano determinanti per me, per mettere sul dispòay l'ispirazione nata: la solitudine mi è amica.

Esce spontanea dai labirinti più profondi dell'anima e sale. La sento arrampicarsi sotto forma di emozione, un tepore che cresce e va su sino alla mente e la leggo, trascritta nei miei pensieri e devo fermare l'attimo, scrivere sulla tastiera prima che sfugga.

Perché se cerco di memorizzarla, se mi è impossibile farlo nell'immediato, svanisce.

Resta imprigionato il concetto, ma le parole quelle che rendevano magico il pensiero, si sono scomposte, e come in un puzzle, non incastrano più, non offrono che parole aride, inutili e senza significato.

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Gli scrittori e i poeti ambiscono a un paio d'ali, non vi nego che farebbero comodo anche a me che poeta non sono, e che a scrivere ci provo. Tutto ha un inizio e una fine. La scrittura spesso prende vita su un foglio bianco, ma può anche temerlo e sfumare in quel vuoto. A chi non fa paura il niente? Anche le parole soffrono di vertigini. L'ispirazione gioca a nascondino con i nostri stati d'animo, sceglie i momenti al posto nostro. Io ad esempio scrivo perchè non potrei fare altrimenti, perché a voce non ce la faccio, credetemi. Scrivendo ho compreso quanto è dannatamente vero che le parole se le porta via il vento. Però forse pensandoci bene, c'è stato un momento in cui il silenzio ha prevalso sulle mani e anche sulla carta. Non so raccontarvelo nei dettagli, so dirvi che mi ha spaventata. A quel punto ho aspettato, sembrava che il tempo a un tratto si fosse fermato. Ho conosciuto così, il tarlo dell'eternità. Le emozioni invece, camminavano lente, dentro, e anche fuori, per strada, tra i volti della gente, sulle vetrine dei negozi, nel brusio dei Caffè all'aperto. E io tornavo a casa, con le tasche piene di idee confuse. Ci provavo a raccontare come stavo, cosa avevo visto, ma niente. Riprovavo, giorno dopo giorno, a convincere i pensieri, a tirare fuori tutto quel baccano interiore, ma non c'è stato verso. Non siamo noi a decidere forse, non ci sono antidoti... la scrittura è magia.

Mary

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Tiro giù la serranda del garage mentre mi investe il caldo del motore, mi attardo nel vialetto a respirare la fresca aria di un cielo montano luccicoso, il cane mi saltella sulle scarpe, mi abbasso a fargli le coccole. Mi segue in casa e lo so che vuole attenzione ma devo scrivere. Tiro fuori dallo zaino il portatile e lo sistemo sulla scrivania, accendo la luciarella da tavolo, scrocchio le dita, assesto gli occhiali sul naso. Lo schermo è ancora bianco con il cursore che appare e scompare come la sbiadita insegna di un negozio fallito da anni. Vado a prepararmi un caffè. Il cane zompetta, scodinzola, abbaia. Mi affaccio nelle scale e urlo a mio figlio: “Il cane ti cerca.”

Resto in attesa appena qualche secondo perché la macchinetta borbotta, così che spengo il gas. Poi ci riprovo: “Lo vuoi il caffè?”

“Si.” risponde lesto.

“E vieniti a prendere il cane, allora.”

“Adesso scendo.”

Scelgo la mia tazza preferita, quella con il manico rotto tenuto assieme con il mastice. Riempio pure la sua che fa parte del servizio nuovo, preso con i punti del supermercato.

Siedo ancora, sorseggio il caffè, poso la tazza sul piattino per poi riprenderla e posarla. Mi piace il rumore della porcellana. Mi rendo finalmente conto che non è la mia sedia, o forse sì, ma di certo non ha il mio cuscino, quello damascato a fiori rosa. Sbuffo. Mi faccio un infruttuoso giro per casa. Ancora una volta indirizzo la voce nella tromba delle scale.

“Guagliò, non sai niente del cuscino mio?”

“....”

“Quello di velluto a fiori.”

“Ah quello -arriva prima il cane e poi lui, si ferma a metà scala- l'ho usato per asciugare il bagno, tanto era vecchio, no?”

“Puozz passà niente. Over faij?”

“Ma tanto si asciuga. Mo te lo stendo.”

Non c'è storia con i figli. Mi rigiro e vado nel salotto a prendere i cuscini dal divano, stimo che due possano andar bene e li provo. Troppo alti. Vado in camera e dall'armadio prendo una federa, cerco di mettere i cuscini uno sull'altro, così ammassati mi pare che abbiano preso lo spessore giusto. Mi ci siedo e le dita scivolano sulla tastiera che è un piacere.

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C'è un biancore che coglie all'improvviso. Non avvisa, non bussa, non calpesta, seppure ne cercassi un odore o un rumore, ne uscirebbe un rimescolio di sensi e suoni che è più della vita stessa. E' allora che succede! Succede che non m'affanno, non mi preoccupo, non desidero. Mi butto a capofitto negli incontri e lascio che sia la scrittura a chiamarmi.

E' come quando s'intraprende un'opera consapevole di seduzione e si mette fuori una bellezza che non si sapeva di possedere. Occhio languido, pelle di seta, tagli di cielo conficcati negli abbracci, granelli di sabbia che tenti di rimuovere e invece sono i ricordi, preziosa via maestra.

Comincio a camminare e ad osservare tutto quel che mi gira intorno. Persino l'asfalto non è viscido come prima. La mente è sgombra, in apparenza, di idee. Se ne riempie man mano che il mondo le rientra sotto forme diverse. Il cuore ritma i suoi battiti con una quiete che non è inconsistenza, ma leggerezza.

Se ci si potesse aggrappare a un aquilone per una manciata di minuti e volteggiare fra le nuvole ovattate!

Se tra quelle ciocche lattiginose, si potessero raccogliere tutte le parole perse nei silenzi non ascoltati!

Se anche le stelle fossero filamenti di radici da non rimuovere mai!

Se la volta tutta fosse un diamante a spicchi incastonato nei cuori di ognuno!

Cribbio! Il mondo sarebbe molto più leggero.

E quel bianco quasi trasparente diverrebbe impasto di nuovi sogni da spennellare.

Cammino. E ad ogni gomitolo di strada, i polmoni s'empiono di stranezze, di quotidiano, di urli, di risacche addolcite dalla bonaccia scesa nella sera brunita e accogliente.

Rientro. Magari inverto pure l'ordine di tutte le carte e qualcosa lampeggia.

E' la voglia di non sentirsi più pungere, di non farsi scottare dalla paura, di indossare gli occhi della speranza.

Il display è ancora acceso, lo screensaver mi ballonzola l'immagine di mari esotici con pesci multicolori.

-Ecco che riesplode!- mi dico.

Pigio sulla tastiera e le parole si curvano dolcemente all'idea e continuano a camminare con me.

Che bello passeggiare insieme a loro ogni giorno!

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La pagina bianca dariempire è uno dei più grandi incubi per chi scrive per professione, soprattutto se ci sono scadenza immininenti. Io sono una di quelle che scrive per professione e che ovviamente pur sapendo le scadenze mi riduco sempre alle ultime ore, quando ormai senti il fiato sul collo dell'intera redazione. In questi casi inizio a scrivere senza darci molto peso, tanto so che "scrivendo scrivendo" mi verrà l'ispirazione giusta e parto con copia, incolla e taglia.

Quando scrivo per piacere, invece, l'ispirazione arriva quando ho vissuto una forte emozione e ho voglia di lasciarla lì impressa su carta per poterla rivivere in futuro.

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Un rimedio utile per superare la cosiddetta "Sindrome da Pagina Bianca" potrebbe essere preparare una scaletta con gli argomenti che si vogliono trattare, senza aspettate che vi venga l’ispirazione. Il testo va progettato, appuntando idee e contenuti anche alla rinfusa. Preparate quindi una lista di parole chiave, quelle più inerenti al vostro argomento, cui potrete attingere in fase di redazione. Potete partire da qualsiasi punto e soprattutto non è detto che l’incipit vi sia chiaro da subito. Spesso, anzi, i migliori incipit si scrivono alla fine, quando il testo ha acquisito un suo senso e una sua compiutezza. Bisogna buttare quante più idee possibili, da là poi ci sarà tutto il lavoro di revisione che sarà fondamentale.

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