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Una storia di BarbaraVilla

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Piccola favola di Natale

E la magia è servita.

Pubblicato il 22 dicembre 2016

Era una domenica mattina, mancavano pochi giorni a Natale. Fuori faceva un freddo cane e la nebbia copriva tutto, in casa mamma e nonna organizzavano la tavolata e i piatti per la vigilia. Ipsilon giocava con le palline dell’albero e papà faceva tiro al bersaglio con la ciabatta.

Emma era rientrata tardi anche quella notte, mezza ubriaca e ora era in punizione. La sentivo in camera che ascoltava Marco Mengoni e sicuramente scriveva sul suo quaderno rosso, quello da cui non si separa mai. Io invece guardavo fuori dalla finestra e ripensavo all’incontro del giorno prima. Un cartello e un paio di occhi che mi avevano trafitto l’anima. Quell’uomo aveva qualcosa di speciale e io volevo rivederlo.

La casa era addobbata a festa e il profumo di ragù si era ormai incollato ai muri e ai vestiti. Salutai tutti al volo, presi lo skateboard e scappai fuori, mamma gridava tutte le raccomandazioni immaginabili, io ero già lontano. Quando hai 16 anni i genitori rompono e basta. Ero arrivato sul posto, mi ero guardato intorno, avevo controllato nelle vie vicine, ma niente: lui non c’era. Deluso mi fermai al baracchino a mangiare qualche caldarrosta. E proprio in quel momento lo vidi arrivare, mi affrettai per raggiungerlo e questa volta gli parlai. Aveva un tono di voce sussurrata e profonda. Mi sorrideva continuamente e mi raccontava di una vita che non ricordava più. Diceva piena d’amore, di libri e profumi buoni.

<<E perché se era così non sei rimasto?>> La buttai lì, senza pensarci.

Lui si fece cupo, abbassò la testa e se ne andò. Provai a chiamarlo, ma non si fermò e io mi sentii un sedicenne idiota. Gli corsi dietro, ma lui si voltò e con dolcezza e fermezza, con una mano a tenermi lontano, disse soltanto: “ti prego…”. Io rimasi in silenzio e lo guardai allontanarsi, inghiottito dalla nebbia.

Tornai a casa deluso e infreddolito. Appena varcai la soglia una marea di domande mi circondarono di vita. “E’ questa l’ora di tornare? Dove sei stato? E perché sei pallido? Perché ridi? Mi prendi in giro?” Mamma era davvero agitata e io in quel momento pensai solo ad abbracciarla. Per zittirla sì, ma anche per abbracciarla davvero. Perché la famiglia è importante e io mi sentivo fortunato. Quell’uomo mi sembrava tanto solo e avrei voluto fare qualcosa per lui, visto che senza saperlo mi aveva regalato la consapevolezza.

Nel pomeriggio, davanti al camino acceso, mi confidai con nonna. Le raccontai di quell’uomo senza casa, delle parole su quel cartello, dei suoi occhi. Nonna sospirò forte, forse era preoccupata. Erano anni che i sospiri la facevano da padrona, più o meno da quando nonno non c’era più. Mi disse di stare attento, che il mondo è pieno di pericoli. Risposi che quell’uomo non era un pericolo. Come faceva un poeta delle parole ad esserlo?!!

Emma fu graziata, forse l’aria natalizia aveva fatto il miracolo. Prima di cena uscimmo tutti insieme per gli ultimi acquisti. Il centro era pieno di magia, ma anche di caos e di un viavai allucinante. Tutti che correvano da un negozio all’altro, in preda al panico da ultimi regali. Io li guardavo e in fondo li sfottevo. Poi un flash: c’era anche lui, mi bloccai e toccai il braccio di nonna. In un attimo fummo catapultati nella stessa immagine. “E’ lui, ripetevo continuamente” Nonna incrociò lo sguardo del mio uomo misterioso e disse solo: “Mio Dio” poi cadde a terra.

Era arrivata la vigilia di Natale e con lei anche la neve. La tavola era apparecchiata, mamma era in cucina a controllare la pasta al forno e a sistemare sul grande piatto di portata gli antipasti. Emma giocava con Ipsilon e papà si aggiustava la cravatta e raccontava per l’ennesima volta le feste di quando lui era bambino. Io cantavo e guardavo le scale che portavano al piano superiore. Pochi minuti e apparvero: nonna e il mio uomo misterioso. Eleganti e bellissimi. Li guardavo e ora ero io a sospirare. Erano passati esattamente 16 anni da quando nonno era sparito, un sabato mattina dopo essere stato al parco. Un sabato mattina dove due ragazzini lo picchiarono e lo derubarono anche della vita lasciandolo a terra esanime. Quando si riprese non si ricordò più niente e per tutti quegli anni era rimasto per strada, a due passi da casa. E nessuno lo incontrò mai. Ora era di nuovo con noi. Io non avevo fatto in tempo a conoscerlo allora, ma l’avevo riconosciuto come anima affine alla mia, un giorno come tanti, tra le vie di una città come tante, durante le feste di Natale. E se non è magia questa.

E intanto, dal vecchio giradischi di papà, due ragazzi giovani di allora cantano “Last Christmas”.

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