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Una storia di MirianaKuntz

Sei la mia prima neve

L' alba che non mi scioglie

Pubblicato il 02 marzo 2018 in Storie d’amore

Tags: amore baci neve nevicata

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Me n’ero accorta dal cielo che c’era qualcosa di diverso. Nella mia città è comune vedere tempeste di pioggia o raffiche di vento, sole tanto sole da costringerti a ripararti in casa, e anche il grigio delle nuvole che ti mette malumore, ma mai neve. Quella volta però c’era un –margine di sorpresa- che in un modo o nell’altro avrebbe sconvolto la mia giornata. Qualche tempo prima, diversi anni prima, avevo acquistato su una bancarella di poco conto una salopette per andare sulla neve, blu forse, non ricordo di che colore sia, sta di fatto che dopo averla acquistata sapevo già che non mi sarebbe servita a niente, così l’ho messa via, e non la ricordo più. Forse è stipata in fondo ai panni invernali, o nello sportello della sala d’entrata quello dove ci sono le valige che non uso mai.

Insomma la mia tuta da neve è lì, da qualche parte, ed io sono qua da quest’altra parte. Ma quando il cielo biancheggia come la spuma del mare non lascia cadere pioggia né sole, ma neve. Qualche anno fa, quando ero più piccola ne ho visto giusto qualche fiocco affacciandomi dalla finestra del bagno, ma quella magia durò poco, giusto il tempo di un raggio di sole che se la portò via in fretta. Quando chiesi a mia madre del perché fosse già finita, lei mi rispose –che non era cosa nostra la neve, che noi abitavamo in pianura, e che per noi c’era il mare e il sole, non la neve.- io feci una smorfia di tristezza, scrollai le spalle e tornai a giocare con le bambole.

Non ne ho più parlato perché pensavo che non –fosse cosa mia- la neve, eppure credo che in un modo bislacco appartenga un po' a tutti, e un po’ a tutte le cose.

Mi accorsi che la neve era mia, quel giorno che ero a letto a dormire, e alzandomi lentamente, litigando con la mia tosse, vidi cadere dall’altra parte del vetro una fitta coltre di fiocchi bianchi, simili a palline piccolissime di ghiaccio. Mi stropicciai gli occhi e tornai a vedere: tutto uguale, stava nevicando, anche qui, anche se mi avevano detto che la neve non fosse mia, lei era venuta qui per me. Si era fatta un giro enorme, dalla Siberia fino alla mia città solo per svegliarmi e vedere sulla mia faccia stropicciata ancora un po’ di stupore.

Nevicava, i bambini del posto dove vivo, increduli, andavano avanti e indietro per raccoglierla a mani nude e farci delle pallette come nei film americani, un gruppo di tre riuscì anche a fare un pupazzo di neve con tanto di naso e cappello. Io non sono riuscita nemmeno a toccarla la neve, è che la sua bellezza intimorisce. Né un guizzo di coraggio né follia: ferma immobile a guardarla cadere, a pensare che lei riesce a cadere con eleganza. Una cosa però ci accomuna, che quando cadiamo, io e lei, non facciamo rumore, non diamo segni di cedimento, non minacciamo, non vogliamo farci ammirare da nessuno, né avere commiserazione, cadiamo e basta, lentamente, senza vortici di vento, o fragorosi tuoni: cadiamo dall’alto fino a toccare l’asfalto in pieno silenzio, fino a quando qualcuno non trema di freddo e non alza la testa, e grida – che c’è neve- copriamo ogni cosa, e poi lentamente ci sciogliamo sotto i primi raggi. Lasciamo acqua umida che evapora, e torniamo a casa, indietro dove eravamo.

La neve però non si estingue se riesce a toccarti, te la porti un po’ dietro come uno zaino, e inconsapevolmente appoggiata all’orecchio, come una margherita di primavera. E’ lì attaccata alle scapole, e un po’ sulla massa carnosa che ricopre il cuore.

Mi accorsi che la neve era anche mia perché sotto una nevicata fitta io non avevo paura di baciarlo, e quando io ero neve lui riusciva a non essere sole aggressivo, mi scioglieva giusto sui lati, per abbracciarmi meglio, mi lasciava un sottile strato giusto per respirare prima e dopo un bacio.

Quando ero distesa, e con gli occhi rivolti in alto riuscivo a guadare il suo sonno, avevo tra i capelli pezzi di neve che diventavano nodi. Lui li scioglieva a mani nude senza paura di ghiacciarsi le dita, i fiocchi mi cadevano sulla prima parte del petto, che lui accarezzava con la bocca per asciugarmi il bagnato.

Quando lo guardavo nevicava sempre, i suoi occhi scuri erano in mezzo ad una neve bianchissima, il suo sguardo faceva contrasto, e le ombre che rimandava indietro mi si accasciavano sul ventre, pronte a finire nell’incavo dell’ombelico.

Se per caso mi baciava, così, d’improvviso, era neve ghiacciata intorno alla bocca.

E quando ci si gridava che le cose non erano apposto, la neve si lasciava cadere forte, come una bufera inferocita che ricopre le case, che ti toglie i viveri, che spegne i focolari, e ti lascia a digiuno: era come essere seppelliti vivi sotto quintalate di neve fresca, e sentirsi mancare il fiato per ogni secondo passati distanti, perché c’era da scavare a mani nude per rincontrarsi ancora.

E quella mattina, mentre sorseggiavo un caffè caldo, lo guardavo dormire accucciato tra le coperte, con le sue posizioni improponibili, che per spiegarlo ci vorrebbe un manuale preciso e una guida parlante, che alla fine non me lo spiego nemmeno più, ma rido e basta.

Mentre avvicinandomi a carponi, gli spostavo i capelli dalla fronte e rubavo il suo ultimo respiro addormentato prima di sentirlo parlare.

L’ho sempre baciato quando si addormenta, un po’ per pudore, e un po’ per desiderio. Quando dorme non vede i miei difetti, non può vedere i miei sbagli. Dorme, ed io lo bacio, senza fare rumore, come neve piccola che sta imparando a cadere, come neve vergine che non ha mai sfiorato la strada.

E quando aprì gli occhi mi lasciai cadere senza remore sul suo corpo mezzo nudo, con la tazzina ancora tiepida lì accanto, sul comodino zoppo. Col profumo di chicchi neri che arriva anche alla sua pelle, me ne stavo lì immobile a due centimetri dal suo naso, per vedere cos’è che fa un’alba quando vede la neve.

Lui sorrise e mi sfiorò la bocca con l’indice tiepido e con gli occhi mezzi chiusi. Le mie ginocchia a toccare le coperte morbide e pulite, il mio petto adagiato piano sul suo. Lì fuori, l’esplosione di un bianco che speravo non avesse mai visto con nessuna, un bianco nuovo che faceva della nostra città un posto diverso. Neve sul camino della casa di fronte, neve sul tetto del negozio di alimentari, neve sulle nostre panchine, neve sull’erba pallida del parco a due passi, neve sui balconi che d’estate diventano spiagge fresche ogni notte.

Neve ovunque, e anche tra noi. Una neve che rinfresca ma non gela, che innamora ma non carbonizza. Neve che non ha paura di niente, ma ha sperimentato ogni timore.

-fuori nevica- gli dissi sottovoce quasi a volergli dire un segreto, con le mie dita gli toccavo la punta delle orecchie, e con la mia bocca la fine di esse. Lui non rispose, ma tirò via la tenda da un lato, poi si girò verso di me, facendo lo sguardo di chi – ti dice vieni a vedere-.

Io avevo già visto, ma con lui allacciato alla mia schiena era uno spettacolo nuovo. Quella neve mi sembrava diversa, quasi più morbida di prima, il suo alito caldo mi scaldava la fine del collo e l’inizio delle spalle. I miei capelli lasciati cadere con naturalezza gli sfioravano il mento, e lui a mani nude accarezzava il mio stomaco.

-tu l’hai già vista una volta- mi lasciai sfuggire tra i denti

-ma non c’eri tu- mi fu detto all’istante.

Una cosa forse la si può vedere più volte, ma ogni volta in modo diverso. Lui aveva visto la neve senza di me e gli era sembrata neve e basta, io l’avevo vista pochi minuti prima e mi era sembrato lo stesso.

Ma quell’attimo dopo, in quelle braccia, col profumo del caffè, e il suo petto nudo, la neve era diversa, non era più solo plastica e bellissima naturalezza, ma uno spettacolo unico che non avrebbe avuto repliche.

Lì accanto al vetro del balcone innevato, col suo mormorìo cantato, e il bianco della luce artificiale disteso sulle nostre facce messe vicine.

Stupore e meraviglia.

Ero tornata bambina senza salopette e palle di neve, avevo scoperto che la neve –poteva essere anche mia- perché la mia neve perfetta era di carne ed ossa, e si lasciava cadere solo su di me.

Come una tempesta tenue che ti fa visita ogni giorno e ti bacia piano, senza ghiacciarti il cuore.

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