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Una storia di Massimo.ferraris

Babbo Natale e l'arcobaleno perduto

Pubblicato il 10 dicembre 2017 in Fiabe

Tags: babbo babbo_natale favola fiaba natale

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Chiuso nella grande stanza che si affacciava sul laboratorio dei giocattoli, Babbo Natale osservava preoccupato la letterina di Marielle. Quella piccola bambina di sette anni aveva reso la sua giornata triste e pensierosa, a lui che per tutti i bambini era il personaggio più bello. La riprese in mano, inforcò gli occhiali, e rilesse per l'ennesima volta quelle poche righe: “Caro Babbo Natale, mi chiamo Marielle ed abito a Survery, un piccolo paesino nel nord della Francia. Qui da noi il tempo è scandito dalle stagioni, dal calore dell'estate e dal rigore invernale. Le piogge, che spesso bagnano le nostre case, lasciano sempre il posto ad un arcobaleno luminoso, che ci riempie il cuore di gioia. Da quando da noi è venuta ad abitare la Dama del Castello di Boveur, l'arcobaleno è sparito, il paese si è fatto grigio e triste, nessuno ha più voglia di ridere e scherzare, e anche il mio papà, che per vivere suona nei locali, ha perso la voglia di divertirsi e lavorare. Quest'anno ti chiedo solo una cosa, nessun giocattolo, ma l'arcobaleno più grande che Survery abbia mai visto, che possa di nuovo risplendere su tutti noi. Ti voglio bene, Marielle”.

Babbo sospirò e si ritrovò a pensare a Metilda, la strega del Nord, sua acerrima nemica, che operava in giro per il mondo con le sue due sorelle, Asperia e Trumilde. Non aveva le prove, ma era quasi sicuro che dietro alla sparizione dell'arcobaleno ci fossero loro.

Accese l'interfono e pronunciò un solo nome: Dagoberto. Non passò nemmeno un minuto che due colpi lievi alla porta preannunciassero il suo arrivo.

-Avanti, entra- il vocione di Babbo lo accolse. Dagoberto era uno degli elfi più legati a lui, di un'età indefinibile, operoso e pronto a risolvere i problemi che nella lunga carriera di Babbo si erano creati. Si sedette sulla sedia di fronte e aspettò che parlasse.

-Leggi questa- e gli mostrò la lettera. L'elfo inforcò gli occhialini di zoccolo di renna e, sospirando, iniziò la lettura.

-Metilda- disse, posandola sul tavolo. -Non ci sono dubbi. Mi viene in mente quando centotredici anni fa ha fatto sparire il riflesso della luna nel lago di Como, In Italia. Fu una dura lotta e ci vollero tre incantesimi per riportare tutto alla normalità-.

-Questa volta sarà preparata ad un nostro intervento- bofonchiò Babbo, picchiettando con le dita sullo spesso tavolo in noce. -Non appena ti vedrà arrivare...-.

-Veramente avrei un'ideina- lo interruppe, -di quelle che potrebbero funzionare. Se mi è permesso esporla-.

-Dagoberto, ormai siamo più che capo e subalterno, tu per me sei un buon amico e l'unico di cui mi possa fidare ciecamente. Parla, dunque, senza indugi-.

-Pensavo a Leopoldo...-.

-No, ti prego! Lui no!- Babbo si issò in piedi, facendo ballonzolare la grossa pancia. Il viso si chiazzò di rosso ed iniziò a camminare avanti e indietro. -Sai che penso di Leopoldo. Un bravo e caro elfo, ma troppo distratto! Comunque non voglio tarparti le ali, quindi sono disposto ad ascoltare l'uso che farai di lui-.

Dagoberto sorrise tra se, il piccolo elfo era come il figlio che non aveva mai avuto, un po' sbadato, ma tanto caro. Da qualche anno viveva in una casetta vicino alla sua e pranzava da lui. Inoltre Nimpa, sua moglie, lo coccolava, gli lavava e stirava le divise e non perdeva occasione per preparargli qualcosa.

-Mancano dieci giorni al Natale-continuò l'elfo, -il tempo giusto per mettere le cose a posto. Ma questa volta senza creare disastri, anzi, facendo in modo che gli abitanti del paesino non se ne rendano nemmeno conto. O almeno spero...-.

Quell'ultima frase fece sussultare Babbo, visibilmente preoccupato. -Lo spero vivamente. Ora dimmi di Leopoldo...-.

Dagoberto espose il suo piano con calma, dando il tempo al Capo di assorbire il tutto. Alla fine si adagiò sulla poltrona, riprese a tamburellare sul tavolo, e con un gesto della mano lo congedò, facendogli capire che se quello era l'unico modo, allora poteva procedere.

Partirono la mattina dopo, a bordo di una slitta trainata dalle renne da lavoro. Gli animali, abituati al freddo del Polo, furono ben felici di raggiungere latitudini più miti. L'arrivo a Survery fu preannunciato da un fronte nuvoloso scuro e denso, che aleggiava pesantemente sul paese. I due elfi, alla vista di quello strano fenomeno, si guardarono dubbiosi. Le streghe potevano essere avversari ben più temibili di quanto Dagoberto pensasse.

-Io là non ci voglio andare!- esclamò Leopoldo. -Preferisco di gran lunga il mio amato ghiaccio, piuttosto di questo tempo da... streghe!-.

-Non aver timore- lo rassicurò Dagoberto. -Le sorelle non sanno del nostro arrivo. Ho eseguito un incantesimo di invisibilità su di noi, per entrare con tranquillità in paese. Piuttosto, leggi sul biglietto l'indirizzo di Marielle-.

Raggiunsero la casa della bambina, parcheggiarono slitta e renne in sospensione e saltarono sul tetto.

-Ora seguimi e non fare guai- Leopoldo fece spallucce. Scivolarono lungo la grondaia e finirono in mezzo ad un giardino pieno di erbacce. La penombra la faceva da padrona, rendendo tutto più brutto di quanto fosse in realtà. Una rapida occhiata alla strada fece capire loro che agli abitanti di Survery non piaceva stare fuori casa. Da una finestra proveniva il tremore di una luce, di sicuro una candela, quindi Dagoberto si affacciò furtivamente, scoprendo all'interno due adulti e una bambina intenti a mangiare.

-L'abbiamo trovata- sussurrò, ma nessuno gli rispose. Si voltò e Leopoldo era sparito! Un brivido lo percorse, la paura che Babbo Natale avesse avuto ragione. Si mosse furtivamente, raggiungendo la porta d'ingresso, un attimo dopo che questa venisse aperta e Leopoldo entrasse su invito della bambina. Ecco, nemmeno arrivati e già si era dimostrato l'elfo inaffidabile che era. Tornò alla finestra e osservò i genitori dare il benvenuto a Leopoldo.

-Piacere, sono un elfo- disse a Luc e Marie, porgendo verso di loro il gomito, saluto tipico elfo. -Che si mangia di buono?-.

Dagoberto si portò le mani ai capelli: quel piccolo disastro stava rischiando di mandare a monte tutto.

-Sapete, vengo dal paese di Babbo Natale, e sono uno dei suoi più fidati aiutanti- gli occhi dei tre si allargarono. Dagoberto decise che era il momento di intervenire, corse alla porta e bussò in modo deciso. Marielle venne ad aprire, e quando lo scorse si mise a ridere.

-Ce n'è un altro- disse, rivolta ai genitori. -Allora Babbo Natale ha letto la mia letterina!- sprizzava gioia da tutti i pori. L'elfo aspettò di essere invitato ad entrare e salutò gli adulti nel modo umano, cioè porgendo loro la mano.

-Mi chiamo Dagoberto, che ci crediate o no sono un elfo e mi manda Babbo Natale- avrebbe potuto effettuare un incantesimo di convincimento, ma non gli sembrava giusto. Marielle era subito giunta alla giusta conclusione, quindi non rimaneva che convincere i genitori.

-Mamma, papà, sono stata io a chiedere il loro aiuto, per via della scomparsa dell'arcobaleno!-.

-Non stento a crederlo- Marie si avvicinò alla figlia, -conoscendoti so che ne sei capace. E poi questi due amici hanno tutta l'aria di essere tipi speciali. Che dici Luc?-.

L'uomo, interpellato, non potè fare altro che annuire. Non sembravano semplici nani, anche se non superavano i cinquanta centimetri di altezza. I loro tratti li facevano assomigliare ai personaggi descritti nelle fiabe di Natale.

-Vogliamo credervi- disse Marie. -Spero che possiate fare qualcosa contro la Dama del Castello-.

-Hai visto che ho agito nel modo giusto?- squittì Leopoldo, afferrando dalla tavola un pezzo di pane. -Ora sono un elfo a tutti gli effetti!-.

-Si, poi ne riparliamo- Dagoberto fece il viso scuro, ma dentro di se lo lodò per il risolutivo intervento. -Ora raccontatemi di lei-.

Non ci volle molto a capire che quella donna era veramente Metilda, apparsa sotto le sembianze di una matura ed affascinante signora, che si recava in paese in compagnia di altre due donne altrettanto affascinanti, di sicuro Asperia e Trumilde.

-Tutti i venerdì hanno appuntamento dal panettiere, che produce pagnotte e dolci su ordinazione, solo per loro- finì Marie.

-Perciò oggi?- commentò Dagoberto. -Ci vorrebbe un'idea... Sappiate che loro sono tre sorelle, tre potenti streghe difficili da prendere per il naso-.

-Io ce l'ho!- Leopoldo si pulì con la manica le briciole dalla bocca. -Basta farcire quelle squisitezze di polvere di tuono!-.

-Streghe? Polvere di tuono?- esclamò Marielle. -E a cosa serve?-.

-A far... fare “bum bum” alla pancia- il piccolo elfo iniziò a ridere, contagiando tutti, tranne Dagoberto, che sebbene dubbioso trovò del buono in quel consiglio.

-E' tutto così incredibile; ma è fattibile?- chiese Luc.

-Più che altro pericoloso- Dagoberto era dubbioso. -Se se ne accorgono partiranno alla mia ricerca e ho paura che potrebbero causare problemi al paese-.

-Peggio di così non può andare- disse tristemente Marie, mostrando il paesaggio fuori dalla finestra. Era vero, il grigiore che sovrastava tutto era ciò che di più lugubre si potesse immaginare.

-Il fatto è che dovremmo prepararne un po', e non so se tutti gli ingredienti sono disponibili. Inoltre, siamo ancora in tempo?-.

-Io ne ho un bel sacchetto pieno!- Leopoldo mostrò loro una sacca di pelle chiusa con un cordino.

-Poi mi dirai perché la hai con te, ora non voglio saperlo- Dagoberto avrebbe voluto abbracciarlo. Sapeva che era un tipo dalle mille risorse, e se anche le cose stavano girando in modo totalmente diverso dal piano originale, lui era il suo punto di forza.

-Abbiamo ancora un'ora di tempo- Marielle lo interruppe dal pensare. -La Dama è puntualissima e giunge in paese con la carrozza allo scoccare delle dieci esatte. Antoine, il panettiere, è un nostro caro amico-.

-Tutto starà a convincerlo a... modificare la merce. In fondo per lui è un guadagno sicuro- Luc lo informò.

-Per questo c'è la soluzione, un bell'incantesimo. Non amo ricorrere a questo, ma purtroppo il tempo gioca a nostro svantaggio. Presto fateci strada- Dagoberto raggiunse la porta, poi si arrestò di colpo.

-Che succede?- la bambina per poco non gli ruzzolò addosso.

-Non possiamo farci vedere in giro, gli elfi non sono propriamente tipi che si incontrano tutti i giorni. Dovremo diventare invisibili. Non abbiate timore, faremo in modo che voi sappiate sempre dove ci troviamo. Vero Leopoldo?- il piccolo elfo annuì divertito.

Uscirono e in breve raggiunsero il negozio di Antoine; l'uomo era intento a sfornare tortine alle fragole e pan speziato. Il profumo era paradisiaco, tanto che Dagoberto rimase per qualche secondo con il naso all'aria, giusto il tempo per Leopoldo di sparire alla vista magica. L'appetito del piccolo elfo era proverbiale, tanto che nessuno lo invitava mai a pranzo, tranne lui e sua moglie Nimpa. Sperò in cuor suo che non combinasse qualche guaio, poi si rese conto che la polvere era ancora nelle sue tasche.

-Leopoldo!- sibilò come un serpente, scostandosi da Marielle. Ma di lui nessuna traccia.

-Cosa posso servirti, Luc?- chiese Antoine, visibilmente preoccupato. -Mi dispiace farti fretta, ma la Dama tra poco sarà qui e devo ancora sfornare le pagnotte-.

-Ehm, una torta...- disse l'uomo, guardandosi attorno, in attesa di aiuto.

-Antoine, sarei proprio curiosa di vedere quante delizie hai preparato per la Dama- si intromise Marielle. -Me le faresti vedere?-.

-Brava ragazza- le sussurrò all'orecchio Dagoberto. Antoine, che in fondo era un buono, annuì e li accompagno nel retro, dove mostrò loro quattro ceste piene di ogni ben di Dio.

-Ecco, questo è per la Dama- ma non fece in tempo a finire la frase che una cascata di polvere luccicante cadde dall'alto come neve. Leopoldo, appeso ad una trave del soffitto, stava scrollando allegramente il contenuto.

-Blokus!- gridò Dagoberto, un attimo prima che la polvere apparisse davanti agli occhi degli umani. I quattro rimasero bloccati come statue, mentre la polvere penetrava all'interno dei prodotti da forno.

-Ma tu sei folle, ritardato di un elfo!- urlò in direzione di Leopoldo. -A momenti rischiavi di mettere in pericolo la missione. Te l'ho detto fin da subito che devi seguire i miei ordini!-.

-Però ha funzionato, e senza la rottura di scatole di dover fare l'incantesimo sul panettiere- non faceva una grinza. In fondo il piano modificato stava dando davvero buoni frutti. Dagoberto schioccò le dita e fu come se nulla fosse accaduto. Tornò a sussurrare alle orecchie di Marielle che tutto era a posto e che una torta ci poteva stare, così la bambina pregò il padre di acquistarne una. Uscirono e si misero in una posizione tale da poter osservare l'arrivo delle streghe. Questa volta prese Leopoldo per mano e lo obbligò a stargli vicino. Non ci volle molto, la carrozza spuntò in fondo alla via, sotto la cupola nera del cielo. Ne scesero una ad una, sempre uguali, sempre le stesse, come Dagoberto ricordava. Tre belle signore che avrebbero potuto passare per nobili, ma che lui sapeva quanto fossero perfide e cattive. Rubare l'arcobaleno era una delle cose più subdole e malvage che potessero fare. Avevano bisogno di una lezione e per far ciò dovevano essere vulnerabili.

-Se tutto procede secondo i piani, che ormai sono diventati traballanti- e guardò Leopoldo, -direi che oggi pomeriggio il paese sarà libero da loro-.

Il panettiere uscì, seguito da Metilda e caricò una per volta le ceste. Poi intascò il denaro e tornò a nascondersi in negozio.

-Ora vi dobbiamo lasciare- disse Dagoberto. -Ma non abbiate paura, vi accorgerete presto di quando sarà finito l'incubo. Ci rivedremo, abbiamo delle renne e una slitta da recuperare. Quindi si mise a correre, con Leopoldo al fianco, e saltò sul retro della carrozza, appendendosi. L'invisibilità li proteggeva, ma non impediva alla polvere di posarsi addosso. I piedi di Leopoldo stavano già assumendo una colorazione marrone e preoccupante. Dagoberto lo afferrò per la cintura e lo issò più in alto. Ci vollero cinque minuti di strada prima che la carrozza infilasse il grande portone del castello. All'interno regnava il deserto, tutto era grigio e sporco, grandi ragnatele addobbavano le pareti e le poche vetrate erano talmente sporche da sembrare dei battenti di legno. Quando sentì rallentare, i due elfi saltarono giù e corsero a nascondersi. La porta della cucina si aprì, mostrando all'interno una pulizia che da fuori pareva impensabile. Due uomini dal viso triste si affrettarono a scaricare i prodotti, mentre le tre sorelle si diressero verso un'entrata laterale.

-Presto Leopoldo, seguimi e, mi raccomando, per una volta fai quello che ti dico- l'elfo annuì convinto. I cuochi erano all'opera, tagliuzzavano, rimescolavano e producevano aromi eccelsi. Leopoldo, con uno strattone, si liberò della stretta di mano e corse verso una montagna di verdure ripiene. Dagoberto ebbe l'istinto di seguirlo, ma poi pensò che una volta smorzata la fame Leopoldo sarebbe diventato più gestibile.

-Tra venticinque minuti le signore pranzano!- disse quello che sembrava il capo cuoco. Così dicendo si spostò di lato, finendo addosso a Leopoldo invisibile. Spaventato, il piccolo elfo tornò visibile, quel tanto che bastò all'uomo per afferrarlo e tenerlo stretto. Dagoberto uscì dall'invisibilità e gli intimò di lasciarlo.

-Ma guarda, un altro gnomo- disse divertito. -E se non lo lascio che mi fai?-.

-Questo!- e pronunciò la formula dirompente. Ma non accadde nulla. Ci riprovò: nemmeno questa volta. L'uomo rise e afferrò anche lui per il colletto.

-Qui le vostre magie non funzionano. Cosa credete, che le Dame siano così sprovvedute?-.

Era un bel guaio. Scoperti e imprigionati ancora prima di poter fare qualcosa. Leopoldo si mise a piagnucolare, riverso a terra nella cella buia e fredda, mentre Dagoberto si dava del fesso per aver potuto pensare di riuscire a sconfiggerle. Non poteva dare la colpa all'amico, in fondo, a modo suo, si era dato da fare per aiutare Marielle. Anche se le streghe avessero mangiato i dolci, il mal di pancia sarebbe durato per breve tempo, e poi le tre avrebbero riversato il furore sull'intera popolazione. Dopo più di un'ora i lamenti di Metilda e delle sorelle raggiunsero la cella. Leopoldo alzò la testa, sorridendo.

-Ce l'abbiamo fatta- esclamò.

-Fatto cosa? Infuriare le sorelle? Questo di sicuro. Qui ci vorrebbe l'aiuto di un santo...-.

-O forse di Babbo Natale- continuò Leopoldo.

-Si, magari, se solo fosse qui-.

-Ma lui è qui, guarda!- fuori dall'inferriata una figura rossa inconfondibile apparve in avvicinamento.

-Oh Oh Oh!!!- si sentì gridare. La slitta scartò di lato, sparendo alla vista, ma un attimo dopo la porta della cella si aprì con uno schiocco.

-Presto, andiamo!- Dagoberto corse fuori, seguito da Leopoldo e salirono le scale, raggiungendo le mura interne del castello. Babbo Natale era lì, bello più che mai agli occhi degli elfi.

-Sapevo che non potevo fidarmi di voi- disse, strizzando l'occhio. -Ora lasciate fare a me!-.

Planò verso l'alto della torre e saltò all'interno. Si udirono grida e urla di rabbia, poi di colpo tutto cessò. Babbo uscì, portando con se tre scatole colorate.

-E quelle cosa sono?- domandò Leopoldo.

-Le tre streghe inscatolate- spiegò Babbo Natale. Dagoberto sapeva che da lì non sarebbero uscite per un bel pezzo, ma guardando il cielo vide che era sempre coperto da spessi nuvoloni scuri.

-Non ha funzionato...- commentò sconsolato.

-Un po' di pazienza, caro mio. Venite con me, forza- e li fece salire sulla slitta.

Volarono verso il centro del paese e planarono nel giardino di Marielle. Nessuno era presente, gli adulti parevano indifferenti a quel miracolo.

-Irriverenti!- esclamò Dagoberto.

-Ma che dici?- Babbo Natale si mise a ridere. -Loro non possono vederci. Ora vai e porta qui Marielle-.

Scese e corse alla porta, dove la trovò in piedi e con gli occhi sgranati.

-Ma... è lui?...- non ci poteva credere.

-Si, e ti aspetta-.

La accompagnò alla presenza di quell'uomo grande e grosso vestito di rosso, dalla lunga barba bianca e dal viso rubicondo e sorridente.

-Mi hai chiesto un regalo e io lo esaudirò- disse, poggiando la manona sulla spalla di Marielle. -Prendi questo-.

Marielle guardò il globo pieno di piccole pagliuzze colorate. -Cos'è?- gli chiese.

-Una magia. Ora esprimi il desiderio che più ti sta a cuore-.

Marielle chiuse gli occhi, il globo si illuminò e dai nuvoloni iniziò a scendere una pioggerella sottile che spazzò via polvere e grigiore. Il sole fece capolino, facendo sorridere tutti, sino a quando diverse dita indicarono un punto dietro alla casa della bambina. Babbo Natale la issò in alto, mostrandole il regalo, un grande, bellissimo arcobaleno colorato.

-Ricorda Marielle, tu sei la felicità di questo villaggio, ed io voglio che abbia la possibilità di far apparire l'arcobaleno quando vorrai, e far tornare il sorriso a tutta la gente. Ti nomino signora dei colori- e le strinse l'occhio. -Ora devo andare, altri bambini, altre lettere e tante promesse mi attendono. Sii buona, e Babbo Natale si ricorderà sempre di te, anche quando sarai grande-.​ Così dicendo aspettò che Leopoldo e Dagoberto salissero sulla loro slitta, e insieme partirono verso il Polo Nord.

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