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Una storia di GianlucaDiMatola

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La terra

Pubblicato il 10 agosto 2017

Sulla montagna faceva un gran caldo. Tirava un vento che sembrava il getto di un asciugacapelli. Lui, di spettinarsi, non se ne fregava. La sua precoce calvizie gli aveva risolto questa preoccupazione parecchi anni addietro, quando frequentava ancora i corridoi del liceo. Era il biennio dello scientifico ed i suoi capelli iniziarono a poggiarsi, in quantità crescente, sulle spalle.

Mentre camminava tra i sentieri aridi fatti di terra vulcanica, le sterpaglie continuavano a ferirgli i polpacci. Ogni tanto doveva massaggiarli con le mani che finivano per macchiarsi di sangue. Certo, erano piccole quantità. Giusto qualche goccia. Ma il fastidio era enorme.

“Guardala, è assai bella la montagna”, diceva suo nonno Crescenzo. Possedeva un fazzoletto di terra coltivato a melanzane e pomodorini del piennolo. Se lo curava con l’amore che non riservò mai a sua moglie Anna.

Alfredo e la montagna si conobbero grazie all’ossessione del nonno. Ci si arrampicava da piccolo nei fine settimana. In particolare il sabato, perché quello lo considerava un giorno di festa, ed aveva deciso di saltare la scuola. Allora Crescenzo, alla guida della sua Ape Car con tre ruote, trascinava con sé il suo nipotino per farsi aiutare ad annaffiare, a tirare via l’erba cattiva e a scavare nuovi solchi con la zappa. Era un lavoro tosto che spaccava le mani e la schiena. Alfredo frequentava da un paio d’anni le elementari ed iniziò a rimpiangere la cattedra e la maestra pure di sabato. Che in pratica era un pensiero a dir poco assurdo per qualsiasi ragazzino.

“Devi fare quello che ha fatto tuo padre ed io prima di lui. La terra è importante. La terra è meglio delle femmine, perché non parla mai e gli bastano poche attenzioni per ricevere in cambio grandi soddisfazioni”. Era questo, tradotto da un dialetto napoletano stretto come certi bulloni, che suo nonno Crescenzo esprimeva ogni volta che Alfredo, con le lacrime pronte ad esplodergli dagli occhi, gli chiedeva il permesso di fermarsi e riposarsi cinque minuti al fresco di un albero.

Era la metà degli anni ottanta. I paesi vesuviani erano in piena esplosione demografica ed il cemento per costruire le case cascava da cielo come la pioggia d’inverno. Chiunque possedesse un paio di metri di terra ci tirava su villette o interi palazzi. Erano i primi palazzinari. I lungimiranti del vecchio secolo. Quelli con l’intuizione buona al conto corrente. Tranne per Crescenzo. Per lui, no! La terra era fatta per i frutti, per le verdure. Il cemento era merda che non apparteneva alla sua logica da vecchio e modesto bracciante.

“Ogni appartamento lo affitto a due, trecento mila lire. Ne posso ricavare almeno sei e mi sono sistemato. E chi cazzo ci va più a lavorare. Mi faccio una rendita di quasi due milioni al mese.” Lo diceva un tizio al bar di p.zza Ferrovia, ed Alfredo gli era proprio alle spalle in attesa che il barista gli preparasse il solito caffè. Nella sala suonava leggera, a volume quasi impercettibile, la voce di Massimo Ranieri che vantava Avere vent’anni:

Una stella una chitarra

Primo amore biondo è mio

Con l'orgoglio dei vent'anni

Piansi ma vi dissi addio

Alfredo ormai era cresciuto. Di anni ne aveva più di venti ed i soldi in tasca iniziavano ad essere una assenza pesante.

- Chiederemo un prestito in banca. Papà ha detto che qualcosa di soldi, lui, ce la può mettere. Possiamo fare la stessa cosa pure noi. Ci sta un bel guadagno, nonno – spiegò Alfredo nel tentativo di convincere Crescenzo. Gli stava replicando la conversazione che aveva ascoltato poche ore prima al bar della Ferrovia. Ma non c’era niente da fare. Il vecchio era irremovibile. “La terra è per i frutti, per le verdure. Non per quella merda di cemento”, ripeteva a testa alta.

Ormai Crescenzo se la passava male. L’età era avanzata di parecchio e gli acciacchi erano più numerosi dei denti rimastigli in bocca. La terra nemmeno la vedeva più. Stare in piedi, pure solo per pisciare, si era trasformata in una impresa epica.

Così, mentre una parte della politica nazionale convenne sulla pericolosità di una montagna che in realtà era un Vulcano, di come impedire ad altra gente di arrampicarsi fin lì su e piantare altri pilastri, la terra di Crescenzo lo vide morire senza dare più frutti.

Adesso, il sentiero che percorreva da ragazzino insieme a suo nonno, maledicendolo ad ogni passo, Alfredo se lo lasciava dietro con la fatica di chi aveva ormai cinquant’anni compiuti ed un principio di obesità.

Sulle proprie spalle non trasportava soltanto il carico dei suoi grassi, ma a piegargli la schiena c’erano le bollette da pagare, il lavoro che aveva perso da diversi mesi e quell’intimo di sfratto. Una casa che avrebbe dovuto lasciare, con moglie e tre figli, da lì a poche settimane.

Faceva parecchio caldo sulla montagna. Si trattava di un’estate bollente. La peggiore degli ultimi cento anni, così dicevano i metereologi della televisione.

Alfredo respirava a fatica. Pure all’ombra delle piante la temperatura era afosa e l’aria si appiccicava sulla pelle come fosse bava di lumache. “Devi fare quello che ha fatto tuo padre ed io prima di lui. La terra è importante. La terra è meglio delle femmine, perché non parla e gli bastano poche attenzioni per darti soddisfazioni”. E lui, Alfredo, era stato obbligato ad obbedire. A seguire quegli insulsi dettami.

Il sentiero era ripido. Scosceso. Le scarpe slittavano come pneumatici sul ghiaccio ed Alfredo rischiava di ruzzolare giù. Aveva la camicia madida di sudore. Talmente zuppa che era diventata trasparente. Si intravedeva la formazione della sua colonna vertebrale leggermente curva a sinistra per un accenno di scoliosi.

“La terra è per i frutti, per le verdure. Non per quella merda di cemento”. Così, grazie o per colpa di suo nonno Crescenzo, lui si ritrovava senza un euro e con l’incubo di finire per strada.

La montagna. Suo nonno. Le sue rovine.

La sentiva ancora nelle orecchie quella canzone che faceva da sottofondo alle ricchezze altrui:

Con l'orgoglio dei vent'anni

Piansi ma vi dissi addio

E me ne andai verso il destino

Con l'entusiasmo di un bambino

La ascoltava nelle orecchie mentre il fumo si allargava tutto intorno a lui e le fiamme si allungavano deformi. Erano alte. Sembravano grattacieli. Alfredo, intanto, saliva. Non si fermava mai, malgrado l’aria scottasse da arrossargli il viso.

Ogni cento passi Alfredo lanciava un fiammifero. Ogni cento passi una piccola fiammella partoriva un inferno.

“È assai bella la montagna, quando brucia”, mormorava tra sé e sé Alfredo mentre le fiamme iniziarono ad avvolgerlo.

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