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Una storia di Kove

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Natale a Casa Bini

Minimalismo grottesco per il genetliaco di Cristo

Pubblicato il 27 dicembre 2016

Mi sveglio alle sette di mattina dopo 3 ore di sonno. Vado al computer con gli occhi ancora cacciuccosi, e vedo online il mio amico di Lahore, unico connesso. Gli faccio gli auguri (nonostante lui sia di un'altra religione), e stiamo un po' a parlare dei rispettivi incubi. I miei sono più hardcore, modestamente. Decidiamo che un giorno ne faremo un cut-up, a quattro mani. Sembra un buon accordo.

Torno a letto.

Vengo svegliato all'una e mezzo dalla nonnina novantenne, che fa il giro delle stanze dei nipoti degeneri ad intimare il pranzo.

Ci rechiamo in forma zombie in cucina, dove c'è una gargantuesca teglia di lasagne, piatto unico.

Il pranzo prosegue come ogni anno, con sbeffeggiamenti vari da parte di me e mia sorella verso mia nonna, che con la testa c'è ma gli scherzi non li ha mai capiti.

Dopo tre portate di lasagne, mia madre apre una cesta regalo con una katana, e distribuisce dolci che mia nonna categoricamente rifiuta, per poi accettare a malincuore, più e più volte.

Arriva il momento dei regali. È il mio preferito perché è fonte degli psicodrammi più importanti.

"No, no, 'un dovevate. No, tanto moio presto. Prendilo te!" - indicando mia sorella. Frasi di incitamento da parte del ristretto nucleo familiare. Apertura di regali conto terzi causa fiacchezza senile.

Sta a mia madre. Guanti in raso. Sembra un contratto in regola. Ecumenica soddisfazione, strette di mano, felicitazioni.

Tocca a me: una copia sgualcita, unta e male in arnese dell'Iliade, anni 50 credo, con annotazioni scolastiche. Mia sorella sa come fare un regalo spendendo un euro e cinquanta alla bancarella dell'usato. Il testo si vede che è di 70 anni fa, sembra scritto in una lingua diversa.

Non mi lascio intimorire, fingo soddisfazione e joia, sono bravo.

Il tanto temuto momento di mia sorella: i regali sono stati impacchettati a regola d'arte con carta e fiocco comprati appositamente, in colori complementari verde-rosso.

Mi sono occupato personalmente del packaging. Li prendo da sotto il cesto della frutta perchè l'albero non c'è.

Mia sorella vede i pacchi. Si lamenta della scarsa qualità dei fiocchi, che trova storti e diseguali.

Si appropinqua al primo pacco, quello grosso. E' convinta che sia lo zaino che ha visto su internet e che tanto voleva.

Non sa che io me lo sono ricordato troppo tardi, e mia madre, che a volte agisce d'impulso, ha approfittato dell'offerta del Beyfin "uno zaino a 10 euro per ogni cinquanta euro di carburante".

Mia sorella apre il pacco. Vede la scritta Beyfin, gigante, brutale.

Si mette a piangere. No, non è gioia. Mia nonna sprofonda e collassa sulla tovaglia, nascondendosi il volto. Vedo mia madre con il sorriso che le ho visto in faccia fin troppe volte, e che chiamo il "sorriso della madre".

Mia sorella è scossa dai singhiozzi. Io comincio a ridere. Mia nonna è sul punto di piangere pure lei. Io rido più forte. Mia sorella, giuro, si soffia il naso con la tovaglia.

A quel punto sono quasi caduto dalla sedia, mia nonna si incazza, mia sorella si incazza, io rido, mia madre sorride, il gatto batte alla porta perché ha fame.

Quando mia sorella, singultando, si calma e ci offende tutti, mia madre dice:

"Beh, perlomeno hai fatto ridere tuo fratello. Era tanto che non rideva così".

Fine.

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