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Una storia di GiuliaR

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Il viaggio di Matilde

Pubblicato il 19 novembre 2017

Cari bambini,

in questa storia non c’è nessun cacciatore che salva la nonnina dalla pancia del lupo, nessuna principessa salvata da principi azzurri, nessun cattivo che si pente, diventa buono e poi salva il protagonista proprio quando meno te lo aspetti e poi…qui, insomma, nessuno salva nessuno e nessuno è salvato da nessuno.

Sono sicuro che se voi bambini foste già grandi, avreste smesso di leggere senza pensarci due volte.

Ma voi avete ancora qualcosa di speciale, qualcosa che questi grandi hanno perso per strada mentre corrono al lavoro.

E sono certo che questo vostro essere così speciali non vi farà saltare nemmeno una pagina.

I

La Notte di quell’anno decisi di restare sveglia.

Preparai il piattino con i biscotti e riempii la mia tazza preferita con del latte.

Di solito era la mia mamma a preparare il benvenuto a Babbo Natale per me. Ma la mia mamma era andata ad esplorare il pianeta B612, come mi diceva sempre il mio papà. Mi diceva che non ci aveva portato con sé perché il suo aeroplano aveva solo due posti. Uno per lei e uno per le sue valigie.

Papà mi diceva che non ci saremmo viste per un po’, ma che un giorno poi quando avrebbe trovato una navicella più grande sarebbe tornata sulla Terra a prenderci.

Quindi spettava a me. Mi sentii grande e triste allo stesso tempo quella notte.

Poggiai il piattino con la tazza accanto al camino. Restai a guardarli per un po’: mancava qualcosa. Cosa aggiungeva la mamma per rendere le cose più buone? All’improvviso mi ricordai: aveva sempre il suo ingrediente segreto a portata di mano! Capperini, avrei dato la mia pecorella di peluche preferita per sapere quale fosse, così avrei reso quei biscotti e quel latte più buoni.

All’inizio mi arrabbiai. Perché non mi aveva lasciato scritto da qualche parte quale fosse il suo ingrediente segreto?

Poi capì che forse non aveva avuto tempo. Iniziai a pensare come addolcire almeno quel bicchiere di latte. Non bastava lo zucchero, ne avevo già messo due cucchiaini.

Corsi in cucina. Il tempo stringeva, dovevo sbrigarmi. Aprii il mobile delle schifezze, così lo chiamava lei. Trovai una barretta di cioccolato al latte. Ne presi un pezzo bello grosso e corsi più veloce che potevo per metterlo nella tazza.

Mi nascosi dietro la poltrona che mi copriva per ben benino e iniziai ad aspettare.

II

Non capivo dove fossi.

Iniziai a guardarmi intorno ma non riuscivo a trovare nulla di familiare. Non capivo nemmeno come ci fossi finita lì dentro.

La poltrona che ora mi copriva non mi copriva poi così tanto. Quando mi alzai mi resi conto che in quella casa era tutto piccolo piccolo, perfino per me che ero una bambina alta poco più di un metro e 20.

Inizialmente ebbi paura. Volevo piangere. “Papà! Dove sei? Papà!”

Ma papà non mi rispose. Iniziai ad arrabbiarmi perché mi aveva sempre detto che quando avrei avuto bisogno di lui mi sarebbe bastato chiudere gli occhietti “forte forte” e pensarlo intensamente. Anche con così poco, mi diceva, si sarebbe accorto che la sua principessa era in pericolo e sarebbe corso da lei per salvarla.

Io ci provai a stringere gli occhi e a pensare a lui il più forte che potevo, ma non accadde proprio un bel niente.

I grandi non sanno mantenere le promesse.

“Ti odio ti odio ti odio ti odio. IO TI ODIO PIU’ DELLO SCIROPPO!”

Mi arrabbiai ma poi capì anche quella volta, come quando preparai il piattino con i biscotti e il latte senza la mamma, che avrei dovuto cavarmela da sola.

Iniziai a canticchiare la canzoncina della paura. Nonna mi diceva che dovevo usarla solo quando la paura era troppo forte altrimenti si sarebbe abituata al mio rimedio e non avrebbe più funzionato. Decisi di usarla. Sembrava una condizione più che adatta!

“Paura gigantesca, paura appiccicosa, paura più assillante di una mosca noiosa. Paure che hai dentro, paure che hai fuori, paure che ti tengono come i raffreddori. Ce l’hanno proprio tutti, non è escluso nessuno, un po’ di tremarella se la porta dietro ognuno. Ce l’hanno i calciatori, bagnini ed avvocati, ce l’hanno i genitori, bambini e fidanzati. Allora come fare come si fa a scocciare la chiudi dentro un sacco e poi la butti in mare? Non esiste una ricetta e neppure una magia un poco di paura ti tiene compagnia.”

Le nonne si sa, hanno sempre ragione.

III

Iniziai ad esplorare quella casetta piccola piccola.

Il mio stomaco brontolava, avrei desiderato tanto avere il mobile delle schifezze in quell’istante. Per fortuna trovai la cucina in men che non si dica. Feci fatica ad entrare in quella porticina. “Prima una gamba. Adesso un braccio. Poi la testa. Poi tutto il corpo ed infine l’altra gamba. Ci sono!”

Era tutto così assolutamente surreale. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Quella cucina era fatta di cioccolato, caramelle e cose buonissime da mangiare!

Non pensavo potesse esistere davvero qualcosa simile a ciò che viene raccontato nella favola di Hansel e Gretel. Mi fiondai su una sedia e iniziai a mangiarla tutta.

“Ciao piccoletta. Com’è questa sedia di cioccolata? Ti sembra buona? Ho impiegato 3 giorni per costruirla. Però tu mangiala pure! Hai scelto una delle cose più buone. Più dedico del tempo per costruire gli oggetti di questa cucina, più assumono importanza e più sono buoni…”

Quel piccolo esserino continuava a parlarmi ma io ero troppo concentrata sulla sua figura per ascoltare ciò che diceva. Rimasi incantata dal suo candore. Mi cadde persino la cioccolata dalla bocca, capperini!

“Ehy, ehy.. ehy! Ma mi stai ascoltando? Sto parlando con te! Proprio con te! Non dirmi che sei una finta bambina anche tu! Ho costruito questa casetta da zero con le mie piccole manine per renderla piccola al punto giusto! Quindi, se tu fossi un grande che è riuscito a fregarmi entrando in casa mia, io.. io.. io..” “.. io sono solo una bambina.”

Quando seppe cosa ero, tirò un respiro di sollievo. Chissà cosa gli avevano fatto i grandi per farlo arrabbiare così tanto. Forse anche il suo papà non era corso da lui quando ne aveva bisogno. “Allora ciao piccoletta e benvenuta nella casa del Principino Piccolino, che sarei io!”

Rise.

“Mi piace presentarmi in terza persona. Mi sento più importante e sembra che anche la mia casetta piccolina assuma più importanza. Ma adesso basta parlare di me. Come ti chiami piccolina? Non dirmi che ti chiami davvero Piccolina e ho indovinato al primo colpo il tuo nome! Sai che coincidenza se tu ti chiamassi come me? Le coincidenze mi piacciono troppo. T’immagini? Se ti chiamassi come me è come se fossimo stati sempre legati da un filo sottile e poi alla fine ci siamo trovati!

Piccolina e Piccolino in una casetta piccolina..”

Parlava, parlava, parlava.. Senza tirare mai il fiato. Forse non lo faceva da tempo e aveva bisogno di un’amica.

“Io mi chiamo Matilde. Non so come ci sono finita nella tua casetta e di questo mi dispiace perché so che bisogna bussare prima di entrare nelle case delle persone. Ma io davvero mi son ritrovata qui dentro senza nemmeno sapere come.”

“Oh no piccoletta. Tu non devi provare dispiacere. Nella mia casetta nessuno deve bussare per poter entrare. Tranne i grandi! I grandi non possono entrare!”

Continuavo a chiedermi perché fosse così tanto arrabbiato con questi grandi. Dovevano averla fatta proprio grossa!

“Sai dirmi come sono finita qui?” Non mi rispose.

“Non sai dirmelo?”

“E va bene, va bene! Te lo dirò. Promettimi di non arrabbiarti.” “Te lo prometto.”

“Piccoletta sono stato io a venirti a prendere. Tu eri dietro quella poltroncina sola soletta ad aspettare e poi quel latte e biscotti erano così buoni che ho subito pensato che saresti stata la

Piccoletta perfetta per vivere con me in questa piccola casetta! Con il tuo aiuto potrò costruire tutte le camerette di dolci, togliendo quei bruttissimi mattoni che usano i grandi!”

Decisi di non arrabbiarmi anche se avevo i miei buoni motivi per farlo. Avevo fatto una promessa e le promesse si mantengono, sempre . Quel posto non era poi così male. C’era uno strano calore di casa e questo mi piaceva.

IV

Restammo a parlare fino a notte fonda io e quel piccolo ometto.

Parlammo della sua casetta, di quanto piacesse a entrambi la cioccolata e di quanto sentissimo il bisogno di avere qualcuno con cui parlare.

Mi raccontò che in un tempo lontano, ma nemmeno troppo lontano, aveva due amici abbastanza insoliti.

Una volpe e una rosa.

La volpe che il Principino addomesticò grazie ai suoi insegnamenti, divenne la sua migliore amica. La rosa invece, grazie alle attenzioni che gli donava giorno dopo giorno, divenne la più bella.

Ma poi arrivò il giorno in cui la volpe partì e la rosa morì.

Una lacrima scese sul suo viso, rigando il candore che aveva in volto.

Da quel giorno restò solo. Cercò invano un nuovo amico, ma nel paese dei grandi erano sempre tutti troppo impegnati per dargli retta.

Il suo vicino di casa era un uomo d’affari ed era sempre troppo impegnato a scrivere e contare.

La sua vicina di casa invece era una donna così vanitosa che non faceva altro che parlare di se stessa e di quanto fosse meravigliosa l’immagine che il suo specchio rifletteva.

Il lampionaio, l’uomo che al calar della notte si occupava di accendere le luci in strada, era sempre troppo impegnato ad accenderle tutte prima che facesse giorno.

E così tutti gli abitanti del suo piccolo paesino.

Fu allora che capì perché odiava così tanto i grandi. I grandi ti fanno sentire solo e non hanno mai tempo.

I grandi sono davvero troppo stupidi.

Lo abbracciai più forte che potevo. Più forte della forza di un uragano e di un vulcano che erutta. Io lo capivo quel Principino, lo capivo, capperini!

Avrei voluto parlargli di quanto mi sentissi sola anche io da quando la mamma era partita ed io e il mio babbo avevamo cambiato città.

Ma decisi che quella era la sua sera. Avrei avuto tempo per parlare di me. E poi lui sicuramente era solo da più tempo. Era triste. Aveva bisogno di me.

Quando i nostri corpi si sciolsero in quell’abbraccio, restò a guardarmi per un po'. Nei suoi occhi riuscivo a vedere il mio riflesso.

“Sei la mia volpe e la mia rosa insieme. Sei riuscita a scaldarmi il cuore.”

V

Il giorno seguente ci svegliammo e mangiammo tutti i pomelli della cucina fatti di cioccolato al latte. Poi mangiammo una sedia di cioccolato bianco con le noccioline. Metà per lui e metà per me. “Allora Matilde, dimmi un po', quale regalo quest’anno avresti voluto ti portassi?”

Lo guardai indispettita. I regali li porta Babbo Natale, non un piccolo ometto alto quanto me. Arricciai le sopracciglia e lui se ne accorse. Si accorgeva di tutto, non come i grandi che non fanno caso mai a niente.

“Babbo Natale è un’invenzione dei grandi. Secondo te un vecchiaccio come quello ha tempo per noi piccoletti? Sarà troppo indaffarato anche lui per pensarci! Invece a te ci penso io. Ogni bambino ha il suo Principe. Ed io sono il tuo.”

Imparai un’altra cosa dei grandi. Imparai che a noi bambini dicono un sacco di bugie. Sorrisi al mio Principe.

“So che è un regalo un pò troppo grande. Ma io vorrei un aeroplanino che mi possa portare dalla mia mamma. Le ho fatto un disegno. E’ il mio regalo di Natale per lei.”

Non mi rispose e in men che non si dica corse via.

A dire il vero, mi preoccupai. Pensai di aver detto qualcosa di sbagliato, di aver chiesto troppo, di.. “Matilde corri qui, su sbrigati!”

Iniziai a seguire la sua voce che urlava il mio nome da lontano. Man mano che mi avvicinavo si faceva sempre più limpida e chiara.

La sua voce proveniva da dietro la poltrona. C’era una piccola botola aperta e dei gradini che portavano giù.

Erano davvero tanti. Sembrava un vortice senza fine. “Ah ce l’hai fatta finalmente!”

Per l’ennesima volta riuscì a stupirmi.

Mi trovavo in un seminterrato. Ma non di quelli pieni di polvere e ragnatele. Non di quelli dove i grandi accumulano cose vecchie che non hanno il coraggio di buttare.

Era luminoso. C’erano degli scaffali pieni zeppi di oggetti nuovissimi. Tutti in ordine. Ogni scaffale aveva un nome a seconda di ciò che conteneva.

Posso essere un cuoco, Posso essere una ballerina, Posso essere un gatto, Posso essere un grande, Posso essere una marmotta..

Perché papà mi aveva sempre detto che non sarei mai potuta essere un gatto?. In quello scaffale c’era tutto ciò di cui avrei avuto bisogno per diventare un gatto. Ero proprio stufa di questi grandi. Infine raggiunsi il Principino. Era davanti lo scaffale più grande di tutti.

Posso essere un aviatore.

“Bene bene! Prendi un caschetto, dei guanti, degli occhiali e tutto ciò che ci occorrerà per volare! Ah e scegli anche l’aereoplano, il colore e il modellino che più ti piace.”

Non riuscivo a capire come saremmo riusciti ad entrare in un aereoplano così piccolo. Stava sul palmo della mia mano. Avrei potuto pensare mi stesse prendendo in giro. Ma io mi fidavo di lui. Presi tutto ciò che ci serviva e lo seguì.

“Allora adesso ascoltami bene. Poggia l’areoplanino a terra. Io lo innaffierò perchè non sarà abbastanza grande per entrambi. Tu, nel mentre, prendi dalla cucina tutta la cioccolata che puoi, abbiamo bisogno di provviste. Il viaggio non sarà una passeggiata piccoletta! Su, vai! Bisogna sbrigarsi prima dell’arrivederci del sole!”

Corsi in cucina e presi tutta la cioccolata che potevo. Le mie tasche ne erano piene zeppe.

“Allora, ti sembra abbastanza grande per entrambi? Se non ci entriamo posso innaffiarlo ancora un pò. Dai salta su, proviamo!”

Quell’aereoplanino che stava nella mia mano era diventato davvero gigante! Avevo fatto bene a fidarmi del mio Principe.

Salì sull’aereoplano e a dirla tutta Principino aveva calcolato proprio bene le misure. Accese il motore, qualche giro nel suo giardino per testarlo e poi su nel cielo!

Stavamo volando.

“Allora Matilde, su quale pianeta si trova la tua mamma?” “B612.”

“Bene. Ci vorranno due giorni per raggiungerlo. Prima passeremo per il pianeta B611. Ti farò conoscere la mia amica Volpe. E’ lì che è andata lei. Sai, quel pianeta è pieno di grano. E lei è molto affezionata al suo grano. Impiegheremo un giorno. Faremo una pausa e poi ripartiremo. Durante il viaggio potrai ammirare anche gli altri pianeti, certo da lontano, ma riuscirai a vederli. Da qui giù non se ne riesce a vedere nemmeno uno. Allora che ne dici, ti piace il mio piano?”

“Si!”

Ero davvero felice. Sentivo le farfalle nello stomaco. Non riuscivo a credere che di lì a poco sarei riuscita ad abbracciare la mia mamma. Avevo così tante cose da raccontarle: dei miei nuovi amici, delle nuove maestre, dei fiori che avevo piantato in giardino e della lumachina che avevo salvato. Principino era davvero bravo, un bravissimo aviatore. Mi insegnò tutto ciò che c’era da sapere sullo spazio, sui pianeti, sulle stelle. Mi indicò i tragitti da evitare per non finire nei grandi buchi neri. Mi spiegò che erano davvero cattivi quei cosi lì e che bisognava stargli lontano il più possibile.

Viaggiavamo ormai da molte ore ed io finii per addormentarmi.

“MATILDE SVEGLIA! MATILDE!!”

Balzai dal seggiolino, non capivo cosa stesse accadendo. Ma la voce di Principino quella volta non aveva nulla di rassicurante.

“Matilde, ricordi cosa ti ho detto a proposito dei buchi neri?” “S-s-sì, perchè? Cosa sta succeendo?”

“Ecco. Ho una mappa con tutti i buchi neri dello spazio. Noi ci troviamo in questo punto qui.”

Indicò il punto sulla mappa.

“Non dovevano esserci buchi neri. Non dovevano essercene! Non so come sia possibile! E’ tutto sbagliato!”

Non riuscivo a capire. Mi parlava di buchi neri, di sbagli..

“Matilde ascoltami bene. Stiamo per finire in un buco nero e io non posso fare niente per evitarlo. I comandi non rispondono. Il sistema di controllo è andato! Il buco nero è come un imbuto. E noi siamo al centro!”

Non sapevo cosa sarebbe accaduto di lì a poco. Ma le luci che iniziarono a lampeggiare all’impazzata non promettevano nulla di buono.

L’aereoplano andava sempre più veloce. Quel buco nero ci stava risucchiando e noi non avevamo alcun piano B.

Una mano mi accarezzava i capelli, sussurrandomi qualcosa alle orecchie che mi svegliò. Quando aprì gli occhi, c’era un volto che mi sorrise. Non sapevo chi fosse.

“Ciao piccolina. Mi chiamo Gaia. Tu e il tuo amico vi siete imbattuti in un buco nero. Siete stati fortunati, non tutti riescono a sopravvivere.”

La sua voce giungeva quasi come un eco alle mie orecchie. Ero stordita.

“Tieni, bevi questo. Servirà a riprenderti. Il tuo amico è già lì che gironzola in gran forma.” Quella bevanda aveva lo stesso sapore di quelle che mi preparava la mamma, la sera prima di addormentarmi.

Fù lì che provai nostalgia. Volevo la mia mamma. La volevo a tutti i costi.

Ma capì che forse non l’avrei più raggiunta. Non avei potuto più darle il mio regalo di Natale. Pensai a Principino. Pensai che nemmeno lui avrebbe più visto la sua amica volpe.

Quella volta non ci fu nessun rimedio alla mia tristezza. Mi lasciai andare, arrendendomi a ciò che era accaduto. Piansi e piansi forte. Quella donna mi strinse tra le braccia. Iniziò a sussurrare un motivetto al mio orecchio. La sua voce era rassicurante.

“Non devi essere triste. Ogni problema ha una soluzione. Nulla è perduto. Non disperare, non sprecare le tue lacrime.”

Stemmo qualche giorno sul pianeta di Gaia io e Principino. Quel pianeta, ci spiegarono gli abitanti, non aveva un nome ben preciso.

Aveva il nome di tutti coloro che lo abitavano. Era di tutti, e tutti se ne prendevano cura. Non era troppo grande ed ognuno di loro aveva un ruolo ben preciso.

C’era il Signor Marcus che ogni mattina alle ore 7:00 si svegliava e andava ad annaffiare tutti i fiori. C’era Tom che invece si preoccupava di raccogliere tutte le foglie e rimetterle sui rami dai quali erano cadute.

C’era la Signora Victoria che invece si occupava di preparare la colazione per tutto il villaggio, Iris il pranzo e Augustus, che era uno chef modello, la cena.

Quei grandi non erano dei grandi normali. Regnava la serenità e l’armonia in quel posto. Era rassicurante, c’era aria di protezione ovunque ci girassimo.

Quando decidemmo di riparare l’aereo per ripartire, tutti gli abitanti del villaggio decisero di aiutarci senza esitare. Chi riparava le ali, chi i comandi, chi il motore e chi addirittura stava lì a riverniciarlo.

Quell’aereoplano fu rimesso a nuovo in un batter d’occhio.

Gaia consegnò a me e Principino un boccetto dorato. Ci disse che quando avremmo dovuto attraversare il buco nero e rientrare nell’orbita spaziale, sarebbe bastato liberarlo e avrebbe sprigionato abbastanza energia da proteggerci.

Così, ripartimmo. All’inizio di una nuova avventura.

Di nuovo in orbita. Ci dirigevamo verso il pianeta B611. Quello dell’amica volpe di Principino. Di lì a qualche giorno saremmo arrivati finalmente sul pianeta B612. Il pianeta della mia mamma.

“Bene bene Matilde. Siamo quasi arrivati. Allaccia le cinture e tieniti forte.” L’atteraggio quella volta, per fortuna, non ci nascose nulla di catastrofico.

L’amica Volpe di Principino era lì ad aspettarci in un vasto campo di grano. Quando scendemmo dall’aereoplano corse immediatamente verso di noi.

Abbracciò principino così forte da fargli mancare il fiato. Non si vedevano da anni ed era proprio questo il bello. La distanza e il tempo non erano riusciti a cambiare l’amicizia tra i due. Questa ardeva così forte che nemmeno un uragano sarebbe riuscita a spegnerla.

“Principino, mi sei mancato così tanto! Ma sapevo che un giorno saresti tornato a trovarmi. Non ho smesso di pensarti nemmeno per un giorno. Ogni volta che annaffio il mio grano, penso a te. Il suo colore è lo stesso dei tuoi capelli. Riesco a sentirti vicino, anche quando non ci sei.”

“Mia cara Volpe, sapessi quanto mi sei mancata anche tu. Sono felice di rivederti. Sono felice di vederti felice.”

“Ma dimmi un pò Principino, chi è questa piccoletta?” “Che sbadato che sono! Lei è Matilde, la mia nuova amica.”

“Ciao Matilde, lieto di conoscerti. Puoi chiamarmi Volpe perchè qui sono l’unica. “

“Ciao Volpe. Principino mi ha parlato molto di te. Mi ha detto che sei speciale e lui ti vuole davvero bene. Mi ha raccontato del tuo grano e di quanto ci tenessi a venire qui per prendertene cura. I tuoi campi sono davvero bellissimi. Hanno il colore dell’oro.”

“Principino sceglie sempre bene i suoi amici. Sei davvero gentile piccoletta.” Volpe ci accolse nella sua casa. Era costruita in un’antichissima quercia.

Ci offrì del tè e dei biscottini. Parlammo di tante cose quel giorno. Mi raccontò la sua storia ed io la mia. Principino e Volpe mi raccontarono di come si erano conosciuti e di tutte le loro fantastiche avventure. Mi raccontarono di quando Rosa era ancora in vita e di quanto mancasse a entrambi.

Rimasi affascinata da come ne riuscissero a parlare senza smettere di sorridere.

“Rosa ci manca tanto. Ma il suo spirito è custodito dentro di noi. Lì rimarrà per sempre e nessuno potrà portarlo via.”

All’indomani saremmo dovuti partire all’alba quindi andammo a letto presto. Avevamo bisogno di riposare bene per affrontare un nuovo viaggio.

La notte passo troppo in fretta. I raggi di sole non esitarono nemmeno un secondo a svegliarci. “Buongiorno amici! E’ ora di alzarsi! Il sole è alto e la colazione è in tavola. Forza, avete bisogno di energie per affrontare il vostro viaggio!”

Così ci alzammo dal letto e mangiammo a più non posso. Volpe aveva preparato una colazione ricca di cose buonissime. Preparammo le nostre valigie ed eravamo pronti per proseguire il nostro viaggio.

“Ciao Volpe! E’ stato un piacere fare la tua conoscenza. Grazie di tutto quello che hai fatto per noi.” “Non devi ringraziarmi mia piccola Matilde. Sono felice che siete stati bene qui con me.”

E poi arrivò il momento del saluto tra Principino e Volpe. Si strinsero in un abbraccio che era più forte ancora di quello del primo incontro. Non si dissero nulla stavolta però. Sembrava quasi fossero i loro sguardi a parlare. Salimmo per l’ennesima volta sul nostro aereoplano, e partimmo.

VI

Eravamo in viaggio da più di 6 ore e di li a poco saremmo atterrati sul pianeta B612.

Quasi non riuscivo a crederci. La mia mamma distava da me qualche ora.

Non stavo più nella pelle.

“Matilde allora? Sei pronta? Stiamo per atterrare!”

“Prontissima!”

“Allora si va!”

Ci preparammo al nostro ultimo atterraggio. Il procedimento era sempre lo stesso: occhialini, cintura ben stretta e casco in testa.

Man mano che ci avvicinavamo al pianeta, notavamo che le sue dimensioni erano davvero piccolissime.

Vidi la mamma e balzai dal seggiolino. Era lì, nel giardino che annaffiava le sue margherite.

Era la stessa di sempre. I suoi capelli marroni poco pettinati e il suo solito maglione Bordeaux.

“Principino riesco a vedere la mia mamma! E’ lì, è lì!”

“Bene Matilde, sembra che il suo giardino sia abbastanza spazioso da permetterci di atterrare!”

La mamma alzò gli occhi verso di noi e il suo volto quasi sembrò illuminarsi.

Non appena l’aereoplano toccò la terra, saltai fuori e corsi tra le sue braccia.

Ricordo di non essermi mai sentita più viva come allora.

Quell’abbraccio mi scaldò il cuore. Il suo profumo finalmente potevo sentirlo sulla mia pelle. Profumava di fiori, di primavera, di belle giornate. Profumava di felicità, della mia felicità.

Prima di parlarci, restammo a guardarci per più di un minuto.

Le sue mani lisce accarezzavano il mio viso e allo stesso tempo raccoglievano le lacrime che mi inumidivano le guance.

I suoi occhi erano gli stessi di sempre. Blu, come il mare caldo estivo.

Se non avessi incontrato la mamma, non avrei mai capito cosa significa davvero amare qualcuno.

“La mia bambina..”

Dimenticai tutto ciò che avevo da dirle. Dimenticai del disegno, della lumaca che avevo salvato, delle mie margherite e dei miei nuovi amici. Dimenticai di parlarle di papà e di quanto avesse imparato a cucinare. Dimenticai di chiederle quando sarebbe tornata a prenderci e di come si trovasse sul suo nuovo pianeta. Dimenticai, soprattutto, di dirle che a me e al mio papà mancava da morire.

Quando aprì gli occhi, era ormai troppo tardi.

Probabilmente Principino mi aveva riportato a casa, portando con sé il latte e i biscotti che avevo preparato per lui.

Ma non disperai troppo. Capì che Principino sarebbe venuto a prendermi ogni volta che avrei avuto bisogno di lui. Saremmo riandati sul pianeta dai mille nomi, dalla Volpe e dalla mamma ogni notte.

Lui era mio amico e io mi fidavo di lui. Da quel viaggio, non mi sentìì più sola. Avevo trovato ricetta segreta per essere felici. E la mia era del latte al cioccolato e qualche biscottino in un piattino colorato.

Miei cari bambini, questo è il viaggio di Matilde. Lo ripercorre ogni notte, ora come allora.

Ha capito che l’essenziale è tutto ciò che custodisce nel suo cuore.

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