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Una storia di MarinellaBarbero

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BINARI ROVENTI D'AGOSTO

OGNI VIAGGIO HA LA SUA STORIA

Pubblicato il 09 febbraio 2017

Quest’anno il mese d’agosto è davvero fulcro di un’estate d’altri tempi.

L’asfalto rovente odora di bruciato e di sete.

Le fronti sono percorse da minute goccioline di sudore. Tutto stempera e s’assopisce nei soleggiati pomeriggi avvolti da una calura orfana di vento.

Un’indolenza pigra, vagamente insolente, ti trascina nel letto anche dopo i pasti più leggeri. Ti senti le gambe pesanti come macigni e la testa avvolta da una nebbia che ti confonde pensieri ed orizzonti. Desideri il buio quieto e silenzioso della stanza quanto l’abbraccio di un’amante, Brami il gongolare sotto il ventilatore nello stesso identico modo con cui potresti desiderare un sorso d’acqua mentre vaghi sbandato nel deserto.

Bisogna andarsene almeno un giorno. Sono in vacanza cribbio!

Un giorno, un giorno soltanto, lontano da queste mura quotidiane.

Deciso! Domani vado al mare.

Cerco gli orari su internet, prendo il treno. Non ho nessuna voglia di infilarmi in autostrada e di sorbirmi tutti gli svalvolati di turno. Detta specie ha una fantasia che mai difetta nell’inventare porcherie d’ogni razza e specie, portandoti sull’orlo dell’ictus ad ogni immissione, sorpasso, uscita.

Il treno costa assai meno, mi siedo beatamente comoda sul mio sedile, leggo un bel libro, per le nove e mezza sono arrivata. Posso godermi beata tutta la giornata e per le ventidue, massimo, sono a casa. Cosa c’è di meglio?

Il domani giunge lesto, con la sveglia alle cinque e mezza. Il treno parte alle sette meno cinque, devo arrivare un po’ prima per fare il biglietto. E’ giovedì, giorno tranquillo direi, al mare tutti ci vanno il fine settimana. Lo so, è pur sempre un giovedì d’agosto, ma dai…non ci sarà troppa bagarre.

Arrivo alla stazione e già fuori si allunga la coda per il biglietto, un po’ di tribolazione per trovar parcheggio e poi, leggermente trafelata, mi posiziono al termine della fila. Dietro di me arriva una tipa magra magra con i capelli biondo platino. Trascina un valigione fuxia dove forse ha infilato la sorella gemella che ci starebbe pure parecchio comoda.

“Eh sì…mi sa che non ce la facciamo. Il treno parte….noi stiamo qui….”

Mi giro e la strafulmino con gli occhi. Porca miseria che iettatrice della malora! Deve percepire il concetto perché tace e finge di guardare da un’altra parte.

Per fortuna parte della coda è formata da gruppi di persone che viaggiano insieme, famiglie, amici e quindi alle sette meno dieci sono finalmente allo sportello.

Perfetto, ce la faccio. Il tempo di pagare e già la campanella suona annunciando l’arrivo del treno. “Madamastecco” alle mie spalle, batte nervosamente il piedino e la sento sfiatarmi sul collo con un’ansia sempre in crescendo. Mi giro e godendomi ignobilmente la mia piccola vendetta, sforno un bel sorriso regalandole un:

“Vede? Io ce l’ho fatta….”. Scusate, ma quando ci va, ci va.

Sulla passerella una miriade di gente. Caspita, ho imbroccato il giovedì imperfetto, la tempesta prima della quiete, l’apoteosi del caos!

Tutti hanno l’aria incarognita, somigliano a pirati pronti all’arrembaggio. Forse nascondono uncini e corde nei loro zaini, attaccheranno, molleranno fendenti a destra e manca con spade e coltelli per contendersi i posti a sedere.

Quando arriva il treno i vagoni sono intasati, gonfi come pance dilatate da un pranzo luculliano, tante, tantissime teste. Scelgo una carrozza a caso, ma la speranza che mi possa andar bene, valutata la mia sfiga perenne, non mi sfiora per nulla.

In effetti, strisciando come un serpente fra valigie, sederi, schiene e similari riesco a percorrere solo due vagoni, poi mi arrendo. Bandiera bianca!!!

Davanti a me c’è il bagno. La porta non si chiude sbatacchiando ad ogni movimento del treno.

Lambisce le narici un olezzo poco gradevole. L’asse del wc è divelto ma delicatamente posato a pezzettini dietro la tazza. Che cura ha avuto questo vandalo? Poteva buttarlo dal finestrino o tenerlo per usarlo sopra un cavalcavia. Sono pezzi duri, solidi, alcuni anche appuntiti, meglio delle pietre, chissà perché non ci ha pensato!

Arriva una ragazzina col viso paffuto, pieno di lentiggini e due treccine rossicce fermate con elastici multicolori. Con fare mesto sistema il suo zaino vicino al mio e ci si siede sopra. Apre un libro, comincia la lettura assorta e lontana, come se appartenesse ad un’altra dimensione.

Questa gioventù abituata ad ogni schifezza, al totale libero arbitrio, al non rispetto, in qualche modo mi sconvolge e mi rattrista.

Nemmeno si lamentano del lerciume, del trattamento da vagone bestiame, si adattano come una specie in via di estinzione, cercando di sopravvivere in un mondo maleducato, senza più anima e decoro. Non sanno far la differenza, sono nati in un’era nella quale l’attenzione verso l’uomo ha perso valore, dove la tecnologia è diventata una gabbia che li imprigiona e li confonde offrendogli paradisi artificiali, finzioni e menzogne per loro troppo difficili da smascherare. Un oceano di parole e di immagini che invece di avvicinarli, crea per ognuno di loro una piccola isola dove sono soli, terribilmente soli.

Attacco discorso, il viaggio è lungo, vorrei sentirmi un’umana, non una capra al laccio sopra un autobus in India.

“Ciao, tu viaggi spesso? E’ sempre così su questo treno?”

Alza lo sguardo e con un timido sorriso risponde:

“Si, spesso è così, ad agosto poi tutti i giorni. Io lo prendo tre volte la settimana e vengo sempre subito qui. Di solito è libero….”

Riabbassa la testa e chiude il discorso.

Bene, ho fatto proprio un terno al lotto! Ho rinunciato a dormire fino alle nove, al mio tazzone di caffé fumante con fetta biscottata, alla passeggiata mattutina ed alla pennichella pomeridiana per sedermi tre ore davanti ad un cesso puzzolente. Che aquila sono!

Il caldo comincia a farsi sentire. Il libro l’ho aperto anch’io ma non riesco a concentrarmi. Intanto continua a salire gente.

Arriva un uomo di colore, forse sarebbe meglio dire un armadio di colore! Tunica bluette lunga fino ai piedi, un metro e novanta per almeno cento chili, si piazza in piedi davanti noi due sedute sui bagagli.

I miei occhi incrociano quelli della ragazzina e dentro ci leggo il mio medesimo terrore. Questo se rimane qui ci mangia tutta l’aria. Forse è stato lo sguardo angosciato che entrambe gli abbiamo rivolto che lo convince a passare al vagone successivo. Deo gratia!!

Alla stazione seguente arriva una coppietta giovanissima che decide nostro malgrado di condividere il bugigattolo. Tirano fuori brioche, bottiglie di succhi ed il mio stomaco digiuno si contorce perdendosi nella fragranza dello zucchero e nella goccia di marmellata che cade molliccia sul pavimento. Potevo almeno portarmi un maledetto pacchetto di grissini!

Passano due ore e si arriva a Savona. Devo aspettare ancora due o tre stazioni per trovare poi finalmente posto a sedere. Non ne vale quasi più la pena, poche fermate e scendo anch’io. Ho scelto Diano Marina, amici che ci sono stati mi hanno detto che è bella, con una grande spiaggia libera. Non posso permettermi altri venti euro fra sdraio ed ombrellone!

Nei sedili accanto al mio una coppia amoreggia, lui non so come sia riuscito ad incastrarsi fra i braccioli, data la mole.

Ha polpacci e bicipiti tatuati. Considerata la capienza della superficie il maestro d’aghi ha potuto sbizzarrirsi alla grande, con giochi di colori ed incroci di arabeschi, ci stava comoda comoda la Mole Antonelliana a grandezza quasi naturale. Si leva le scarpe e spiaccica i piedi sudaticci incollati nei calzetti neri sui sedili di fronte, lei gli sfregola l’orecchio con piccole carezze e bacetti.

Ehi, grulla! Quanto te lo troverai bello svaccato sul divano a lievitare come un panetto da forno, bocca aperta, ronfata da ippopotamo mentre devasta il salotto col suo tanfo fetente, lo vezzeggerai ancora in questo modo? E’ un buzzurro bimba, manco cerca di nasconderlo ma tu hai l’amore che t’appanna la vista e non ti accorgi di nulla. Il sogno non supera mai la realtà, è purtroppo sempre quest’ultima che, con caparbia e studiata pazienza, ha la meglio vincendo la partita.

L’altoparlante che annuncia il nome delle stazioni ha smesso da un po’ di funzionare. Chissà quanto manca a Diano Marina. Decido di domandare al pachiderma.

“Scusi…non sa mica quale stazione precede quella di Diano Marina?”

“No…non lo so.”

Fine della trasmissione, silenzio stampa.

Cervo-San Bartolomeo, i due scendono lasciando nell’aria un ricordo tangibile della loro presenza. Arrivano due tipi smilzi, lui cappello alla cowboy e viso smunto. Faccio prima a dire dove non aveva piercing che il contrario, è francese. Lei è allampanata, naviga in un paio di pantaloni che sicuramente sanno stare in piedi da soli. Ha labbra carnose, tormentate da pallini ed aghi, capelli arancione e occhi lontani. Pallidi come creature lunari, sistemano i loro bagagli e mi chiedono se ho sigarette.

Ragazzi, io ho sigarette-sigarette, quelle lunghe circa una decina di centimetri, bianche col filtro giallo, super leggere. Siete sicuri che vi bastano e volete quelle?

Non parlo francese e non mi complico la vita, tiro fuori due cicche e gliele porgo. Ringraziano e spariscono in quella specie di latrina a fumarsele.

Ma ne arriva uno normale?

Improvvisamente riecheggia la voce dall’altoparlante. Prossima stazione Diano Marina. Caspita, ma il caprone di prima, quando gli ho chiesto quale fosse la stazione che precedeva Diano non lo sapeva, poi è sceso proprio a quella? Se un giorno organizzano una caccia all’ebete, quello si deve barricare in casa, questo è garantito.

Diano mi accoglie col suo “budello” pieno di vetrine, di gente e di colori.

Arrivo alla spiaggia e conquisto il mio angolino.

Sentire il sole dilatare i pori, cospargersi di olio, distendersi ed infilare le cuffiette è come superare uno dei primi cancelli del paradiso, ma quando dopo cinque minuti ti arriva una pallonata gigantesca sul cranio a sconquassarti tutti i circuiti, ripiombi all'istante nell’inferno da cui sei arrivata.

I genitori dell’energumeno taglia mignon, biondo come un angelo appena caduto dal cielo, sono tedeschi. Sbraitano crocicchi strani di sillabe e mollano una lecca pazzesca sulla testa del poveretto.

Mi tasto la fronte e cerco di minimizzare, dico: “Niente, non importa… no problem…”.

E’ un bambino, che gli vuoi dire? Pensava di essere allo stadio, o in un boowling dove noi siamo i birilli, qualcuno gli deve spiegare come si gioca sulla spiaggia. Lo sganassone sarebbe cascato molto meglio sulla testa dei due veterani sturm truppen,

Caciarate, urla, sabbia che vola, mare schifoso, plumbeo e spesso come la pece.

All’una mi arrendo.

Per il pranzo una bella panchina all’ombra di una palma non me la leva nessuno. Qui sto sudando peggio che a casa, non c’è un filo di vento, purtroppo non lo affittano come gli ombrelloni. Nell’acqua ti senti una gallina in brodo, le manigliette dell’amore che ultimamente hanno iniziato a penzolare un po’ unitamente alle pieghe-pancia che da una sono diventate inspiegabilmente tre, mi danno tremendamente sui nervi. Sono rosse come peperoni, le protuberanze si sa, vengono colpite ed atterrate per prime.

Accidenti, non sono mica venuta per abbronzarmi le parti grasse!!

Compro un bel pezzo di focaccia, in Liguria non puoi farne a meno, ed una lattina fresca di frigo.

Ecco la mia panchina, una favola, speriamo non un miraggio!

Un’ombra piacevolmente fresca e poca gente.

Nemmeno il tempo di aprire il sacchetto ed arriva una famigliola. Genitori giovanissimi con un grazioso nanetto in pannolino che cammina ancora titubante. Il pargolo in mano ha una megafetta di pizza oleosa e floscia. Ma questo i denti li ha già per triturare questa roba? Comincia a girare in tondo, mamma e papà chiacchierano con altri due ignorandolo, lui, ormai sbiellato dalla vertigine, sbanda di brutto e mi appiccica sull’immacolato pareo un’etto di pummarola, venti grammi di mozzarella ed un’oliva snocciolata.

Un urlo sconvolge la savana, anzi, scusate, il lungomare.

“Kevìn!!!! – accentato sulla “i” – ma che cazzo fai!!!”

La graziosa e minuta ragazzina, madre modello, arriva di corsa a recuperare lo gnomo impazzito.

“Scusi signora……”

“Niente, non importa…..” – pare che oggi questa frase sia diventata la mia password personale!

Kevìn ride di gusto ed agguanta in un lampo gli occhiali da sole infilati nella scollatura della madre. Li lancia sulla strada e si sente distintamente il rumore dello sfracellamento sotto le ruote della macchina che passa.

“Miiiinc….!!! Gli occhiali di Dìeggì!!!! Io lo ammazzo a questo! Gennà, Gennà, te lo vuoi pigliare per favore!!!!..”

Continua a sbraitare come un’ossessa mentre per poco si fa investire recuperando un bastoncino ed un pezzo di lente dei defunti preziosi occhiali.

Addento la mia focaccia e mi domando come sarà il nostro mondo fra cinquant’anni.

Genitori che non sanno educare, figli che non sanno obbedire, nonni che hanno dimenticato di essere stati genitori e si spogliano di ogni decorosa dignità pur di soddisfare i capricci dei nipoti, insegnanti che leggono giornali invece di far lezione.

Zero disciplina, zero regole, totale anarchia, l’apocalisse dell’uomo è questa.

Perdere il senso del giusto e dello sbagliato, perdere il rimorso, la cognizione dell’errore e la paura delle sue conseguenze. La convinzione di aver raggiunto l’onnipotenza, l’essere sopra ogni cosa ci renderà gli ultimi nella scala gerarchica degli essere viventi, ampiamente superati dagli animali che spesso dimostrano maggiore intelligenza e senso del dovere di noi.

Nessuna tragedia scritta sino ad ora, eguaglierà quella che deve per forza schiantarsi sul nostro futuro.

Torno in spiaggia?

Lasciamo perdere. Un buon caffé, approfitto del bagno per cambiarmi levandomi di dosso l’impataccata pizzaiola poi vado a smarrirmi nelle viuzze del centro.

Entrata ed uscita dai piccoli negozietti pieni zeppi di ogni sorta di mangiapolvere. Etnie lontane mescolate alle bomboniere locali, bazar d’ogni tipo, profumi, incensi, spezie e stoffe colorate. Cinesi che vendono gastronomia locale, liguri doc che ti propongono ogni sorta di marocchineria.

Tutto viaggia al contrario, ingarbugliato fra le razze e le culture come una mosca nella tela del ragno, ci cambiamo per somigliarci o per essere solo ridicoli ed in verità solo e sempre più diversi? Guardo, chiedo prezzi, annuso, provo. Non compro nulla, il mio portafoglio è al pari di una bocca senza denti. Pazienza, verranno tempi migliori.

Arrivano in fretta le diciassette e trenta. Meglio avviarsi verso la stazione, il treno parte alle diciotto e sei minuti. Arrivo un po’ prima così sono tranquilla senza rischiare la tachicardia di questa mattina.

Alla stazione molti sono seduti sui gradini a bivaccare. Gruppi di giovani se la ridono di gusto mentre le signore anziane se ne stanno in disparte, con cappellini di paglia che ombreggiano i visi e le borsette ben strette sotto il braccio.

Prendo l’ennesimo caffé, fumo una sigaretta ed in un lampo sono le sei.

“Si avvertono i signori viaggiatori che il treno in partenza da Diano Marina alle 18.06, diretto a Torino, è stato SOPPRESSO….”

La voce ha l’effetto di una bomba atomica. I visi si contraggono in smorfie assurde, le mani si agitano, molte si appoggiano alla piega del gomito e mandano le Ferrovie a quel paese.

Io ho smarrito la parola, la mandibola inferiore è rimasta inchiodata e non vuole richiudersi, devo sembrare una deficiente.

Maledizione, ci mancava pure questa!

Mi aggrego al nutrito gruppo di persone che ha preso d’assalto lo sportello.

Il prossimo treno è alle diciannove e quarantatre, non è un diretto, bisogna cambiare a Savona dove c’è da aspettare altri quaranta minuti la coincidenza.

Ditemi, come la devo chiamare questa? Sfiga è troppo poco, sarebbe un insulto, una giornata del genere è l’apoteosi della iella, un’elevazione al cubo della scalogna.

Dopo l’onda d’urto tutti si rosolano nel proprio malumore cominciando le telefonate a casa per avvertire del “nonsoquandoarrivo”.

Alle diciannove e quaranta altra vocina irrompe nei timpani come uno stiletto imbevuto nel cianuro.

“Si avvertono i signori viaggiatori che il treno delle diciannove e quarantatre diretto a Savona porta circa quindici-venti minuti di ritardo, ci scusiamo per…..”

Altra serie di poderosi insulti si leva al cielo. Parto spedita verso lo sportello.

“Senta signorina….se deve dare altre infami notizie, PER FAVORE, le dia tutte in una volta!! Non siamo mica dei martiri, prigionieri sotto tortura ed inquisizione. Possiamo almeno pretendere di morire tutto d’un colpo, con una bella ed energica mazzata sul cranio, invece che con un lento e doloroso dissanguamento, non crede?”

La tizia mi guarda con l’occhio annacquato. Infondo cosa ne può?

Anch’io quando sono dietro allo sportello ed arriva il tizio sbraitante contro questo Paese remissivo, venditore di patacche al posto dell’oro ma ancor più costose, rimango zitta e non aizzo il bisticcio. Non conviene, la folla è inviperita, non c’è nulla di meno contenibile di una massa di gente arrabbiata.

Torno, col passo stanco trascinato nelle ciabatte di gomma, sulla passerella.

Arriva finalmente il treno. Mi ci catapulto dentro e grazie a Dio, mi siedo.

Quando stiamo per arrivare a Savona ormai tutti i vagoni si sono riempiti a dismisura, peggio della mattina. Ovvio, hanno soppresso il treno precedente e tutti i miei sfigati compari di sventura, sono qui sopra.

Passa una ferroviera in divisa urlando:

“Per chi a Savona deve prendere la coincidenza per Torino, recarsi al binario 7. Il treno vi attende…”

Il treno ci aspetta? Certo gnocca! Deve partire alle venti e trentasei, manca ancora un quarto d’ora! Se facevamo ancora un po’ di ritardo alla facciazza nostra e tua, ci avrebbe aspettato!

Dopo l’annuncio tutti si posizionano in pole position, pronti a scattare all’apertura del vagone.

Si avvertono i battiti accelerati, il digrignar di denti ed il patema di non trovare un posto decente per il seguente viaggio di altre due ore.

Stagna nell’aria, profondo ed infingardo quanto una palude, l’agonismo più esasperato. Si respira un’atmosfera ansiosa, forse è così che ci si sente alla partenza dei cento metri durante le Olimpiadi. I muscoli si contraggono, i visi mutano espressione, speri che non ti ceda il tacco, che non ti manchi il respiro, che la tendinite bastarda di cui soffri da un mese ti permetta di correre quei pochi metri come Mennea, portandoti sul podio.

Spararsi come un nocciolo di ciliegia dentro una fionda fuori dal treno. cercando di centrare, con l’occhio appannato dalla stanchezza, il cartello indicante lo smaniato binario 7.

VISTO!!!

Una mandria di elefanti imbocca le scale del sottopassaggio, forse il primo, là avanti, è la reincarnazione di Attila e ci guida come un impavido condottiero verso la conquista dell’agognata poltrona. Qualcuno scivola, altri imprecano ad un tipo si scatafascia la valigia e smolla tre paia di slip sui gradini.

Ma questo, che pianeta è? Sono stata rapita dagli alieni?

Eh magari fosse così!!!

Invece è la mia terra, quella dove sono nata cinquant’anni fa. Quella dove un tempo quasi nessuno aveva mai fretta, tutti salutavano gentili, gli uomini cedevano il posto alle donne e gli occhi non lanciavano fulmini incarogniti contro il prossimo, nemico e basta, senza alternative e via di scampo.

Il corridoio si intasa di gente, i bambini dormono sulle spalle delle mamme.

Mi appoggio al finestrino e mi lascio cullare dal suono dei binari verso il mio ritorno. C’è gente in piedi nel corridoio, dovrei condividere il mio posto a turni con loro, ma non ne ho la forza. Sono stanca morta, veramente.

Domani mi piazzo la sdraio in giardino, una bibita fresca, musica e libro. Al diavolo il mare e la gita giornaliera.

Poi sorrido.

Senza vivere questa giornata non avrei scritto il mio racconto, colorito da un pizzico di fantasia ed un po’ di esagerazione, ma vi assicuro, non troppa sul serio.

C’è di peggio su cui piangere e lamentarsi, io ho il mio microcosmo fatto di vocali e consonanti che luccicano sulla tastiera come stelle nel buio di una notte nera.

Vado e vengo quando e come voglio da mondi lontani o da realtà vicine, passeggera del sogno o del ricordo, leggera come una foglia, libera come l’aria, senza dover pagare pedaggi attendendo per ore treni fantasma, che viaggiano e scompaiono, sui binari roventi di un giovedì d’agosto.

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