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Una storia di Enangie

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La fabbrica delle bugie e della violenza dell'Isis

Analisi della condizione del ruolo delle donne nell'Isis, intervista a Simone Di Meo, autore di "Soldatessa del Califfato"

Pubblicato il 04 febbraio 2016

Le donne dell'Isis
Schiave deportate nei campi di concentramento.
Ragazza austriaca che ha deciso di convertirsi all'Isis.

Quando parliamo di Isis, parliamo di violenza, di abuso, di distorsione della verità.

Nel libro di Simone Di Meo e Giuseppe Iannini “Soldatessa del Califfato” ho potuto comprendere una realtà interna allo Stato Islamico, che molto probabilmente non avrei potuto conoscere leggendo altrove. Narrato in prima persona, da una soldatessa arruolatasi e successivamente sfuggita dal Califfato, è di una lettura immediata e pone luce su questioni emergenti, che tutti dovremmo conoscere.

Dalla lettura del testo, ho appreso l'incoerente sistema di valori proclamato dall'Isis, il modello societario decantato sul manuale di propaganda islamica che circola nei forum della jihad italiana di cui si stanno occupando i Servizi segreti.

Si tratta di un ibrido tra il totalitarismo e l'assistenzialismo, che provvede a non far pagare le tasse ai suoi “cittadini”, con numerosi “servizi” gratuiti in cambio di fedeltà assoluta ai principi dell'Isis. Un paradiso in Terra, così come viene descritto sulla rivista principale Dabiq.

Per reclutare nuovi adepti esiste una vera e propria “fabbrica di bugie” creata ad hoc per adescare nuove vittime. Esistono diversi profili fake su Twitter e Facebook gestiti direttamente dalle donne del Califfato che sanno come parlare alle proprie simili, mentre gli uomini vanno ogni giorno a fare “missioni civilizzatrici” per costringere gli infedeli a convertirsi e se ciò non accade, procedono subito all'eliminazione fisica.

Lo scopo dei profili sui social network è di sedurre delle giovani ragazze facendo leva sulle loro difficoltà economiche. Il Califfato necessita di donne da dare ai suoi combattenti per aumentare il numero degli adepti e continuare la specie. E offrirebbe un rifugio economico, in quanto provvede alle spese di qualsiasi tipo...

«La maggior parte delle vittime proviene dall'area mediorientale (Giordania, Libano) e del Nord Africa (Marocco, Libia) oltre che da Russia e Cecenia. Molti si arruolano per motivi religiosi, ma la molla più forte è la fame»

Spesso sono usate foto di ragazzi che appaiono come “prodi combattenti” della patria, e in privato seducono con parole gentili invitando le malcapitate a lasciare la loro famiglia per seguirli in Siria. Non sono rari gli episodi di alcune ragazze francesi, inglesi ed australiane che hanno tentato la nuova avventura, decidendo di scappare per convertirsi. Diventa facile riuscire a conquistarsi la loro fiducia in pochi mesi, e il discorso è ancora più semplice, quando ad alimentare la chat sono le foto di avvenenti ragazze che convincono gli uomini ad arruolarsi.

Ho posto allora una domanda a Simone Di Meo:

"Il sistema di approvvigionamento delle risorse essenziali dell'Isis parte dal capitale umano. I jihadisti necessitano di persone che si convertano allo Stato Islamico, con dei sistemi on line molto sofisticati per persuadere le persone. Cosa sta facendo l'intelligence italiana per prevenire questo fenomeno?"

Simone Di Meo: «L'intelligence - e non parliamo solo di quella italiana - opera lungo una duplice direttrice: monitora i soggetti e le aree di interesse e, quand'è il caso, lancia addirittura "esche", una sorta di siti civetta, per prendere all'amo eventuali simpatizzanti dello Stato islamico o addirittura veri e propri reclutatori. Quando questo accade, e non è affatto raro, entrano in scena gli organi investigativi e la magistratura. Diciamo che i servizi funzionano un po' da "Grande fratello", come si dice: big brother watching you!

Le donne “servono” perché nel momento in cui sposeranno un combattente dell'Isis lavoreranno all'ufficio reclutamento, potranno essere inserite negli squadroni della “Polizia Morale” (tutta al femminile) che punisce le altre donne che non osservano continuamente gli ordinamenti della fede mussulmana sunnita salafita. Dovranno aiutare i loro mariti a portare avanti il disegno diretto e imposto da Abu Bakr al-Baghdadi: la totale sottomissione allo Stato Islamico, che segue “solo” i principi di Allah.

Gli eserciti delle poliziotte è definito Hesba (dal nome del quartiere generale) e procede ad opere di punizione, vessazione, tortura delle donne che non seguono la disciplina imposta dal Corano. Una pratica molto diffusa è quella di torturare quelle accusate di adulterio o blasfemia, con un attrezzo chiamato “biter”, una sorta di tagliola con ferri acuminati che si applica al seno per strizzarlo e sfregiarlo, quelle più spietate lo usano anche contro le madri che allattano i propri figli in luogo pubblico.

Ma cosa accade alle donne yazide, le cosiddette schiave sessuali?

Ecco un passo del libro...

«Le prigioniere che ho avuto modo di incontrare nella polizia morale vengono dalla cittadina di Arsal o dal nord dell' Iraq. Di notte sono costrette a restare nude perché tutto, anche un velo, può essere utilizzato per fabbricare una corda rudimentale con cui impiccarsi. Nei campi di concentramento sessuali di Raqqa, per esempio, si sono verificati molti suicidi di questo genere. Noi, le mie “colleghe” e io, volevamo invece che vivessero. E che soffrissero. Secondo la nostra mentalità, essendo infedeli e schiave, quelle povere donne erano nate per mettere i loro corpi a disposizione dell'insaziabile fame sessuale degli uomini del Califfato. Corpi straziati e abbandonati. Ad alcune veniva esportato il clitoride, come se avessero potuto magari provare piacere in quelle condizioni […] Tantissime erano drogate per annullare le residue resistenze. Nell'esercito dello Stato Islamico sono molto diffuse la marijuana e l'eroina e i soldati ne fanno largo uso»

Nell'Islam i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio e la prostituzione sono vietati, ma per ovviare a questo c'è un escamotage. I soldati si sposano temporaneamente se intendono accoppiarsi con una schiava del sesso, poiché possono avere fino a quattro mogli. Il tempo della durata del rapporto sessuale, poi le ripudiano e passano ad altre. Nell'arco di tempo della violenza carnale, la sventurata diventa a tutti gli effetti la consorte del combattente. Tutto questo avviene grazie a una sorta di rituale dove la prescelta viene trascinata davanti a due testimoni e unita in matrimonio, con il suo stupratore. E questa cosa si ripete più volte nell'arco della giornata.

Lo stupro in realtà è un diritto dello Stato Islamico, con delle regole precise.

L'Ufficio dell'Isis ha perfino un “manuale di istruzione” che spiega come comportarsi con le schiave.

«Se la prigioniera è stata catturata al momento, può essere violentata prima dal comandante, e poi, a turno, dai suoi soldati, a patto però che sia vergine. In caso contrario, bisogna attendere il primo ciclo mestruale. Se fosse incinta, infatti, sarebbe considerata impura e ammazzata immediatamente. E ancora: non si può avere alcun tipo di rapporto con due schiave sorelle. Le prigioniere possono essere picchiate, ovviamente. Ma non si può procurare loro fratture dal momento che devono risultare sane per essere eventualmente vendute. Non si può colpire al viso una schiava, ma in caso di fuga può essere torturata fino alla morte. Il destino di queste sventurate è segnato. Non si può scappare dai campi di concentramento sessuali di Raqqa. Le ragazze non avrebbero nemmeno la forza di mantenersi in piedi o scendere le scale. I loro organi sessuali finiscono ben presto per essere lacerati. Iniziano le emorragie e le infezioni. Non mangiano e non bevono più perché tutti i muscoli del corpo sono sfibrati. Diventano un ammasso di pelle e ossa. E il più grande regalo che Allah può concedere loro è rubargli la vita di notte, magari mentre stanno pregando per non vedere il sole l'indomani».

I militanti dell'Isis hanno una concezione delle donne che varia in base al ruolo che assumono nella società dello Stato Islamico, per cui se si confrontano con una soldatessa della polizia morale o con la moglie di un combattente, mostrano rispetto e devozione. Se, al contrario, si tratta di un'infedele (qualsiasi donna non convertita) e soprattutto di una donna yazida il discorso cambia, diventano violenti fino all'inverosimile. La logica che sottende questo atteggiamento contraddittorio, qual è? I valori di cui loro si fanno interpreti, cosa nascondono in fondo?

Simone Di Meo: «La logica è certamente improntata sempre al maschilismo e all'affermazione dell'uomo sulla donna. Solo che è una forma di pressione psicologica che viene esercitata con minore intensità nei confronti delle donne che hanno una funzione sociale - direi quasi politica - riconoscibile e importante nei ranghi del Califfato. Non sarebbe strategico trattarle come schiave quando assolvono compiti e ricoprono ruoli di cui l'Isis ha assoluto bisogno (social network, polizia morale...). È una questione di convenienza, se vogliamo semplificare, ma la cultura dominante sessista resta sempre. Solo che sta sullo sfondo, in questo caso»

È opportuno informare attraverso i social network, ma mi chiedo se sia giusto o meno condividere materiale multi-mediatico di propaganda che appare sui siti estremisti, o immagini della rivista Dabiq che inneggiano alla violenza e alla minaccia. Il terrorismo mediatico in questo modo avviene senza controllo, e con le condivisioni non facciamo altro che realizzare lo scopo per cui nascono questi messaggi: diffondere terrore. Allora mi chiedo, come dovremmo comportarci sui social network quando vogliamo esporci sul terrorismo islamico?

Simone Di Meo: «Una ricetta di comportamento, ovviamente non esiste. Vale la considerazione contenuta nella domanda sul rischio della moltiplicazione della propaganda ma vale anche il principio opposto: e cioè che, condividendo l'orrore si amplifica anche l'effetto di denuncia dei criminali e si fortifica il senso di ribellione a questi abomini. Ci si ancora, insomma, al senso di appartenenza alla propria cultura, alle proprie origini e alla propria identità per urlare più forte il totale disprezzo pur sapendo che, in un certo senso, si fa il gioco dell'Isis. Ma è, come dire, un rischio calcolato. Dunque, una via certa non esiste. Ma personalmente preferisco sempre la comunicazione al silenzio. Anche se si tratta di una comunicazione che gronda sangue.
Schiava bambina

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