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Una storia di sugarkane

Giack

Mascherava così bene la sua fragilità da farla passare – incredibilmente! – per spavalderia.

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Pubblicato il 29 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: amore fumo ragazzi

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«Che fai?»

«Fumo.»

Non rispose.

«E tu, che fai?»

Tacque.

«A che pensi?»

«Devo fare la pipì.»

Il ragazzo si alzò dal letto, posò la canna non ancora finita ed andò nella stanza accanto, lasciando l’altra giovane da sola sul letto. I suoi occhi ospitavano due pupille decisamente dilatate, all’interno di grandi iridi castane, davanti alle quali un paio di occhiali da vista con le lenti spesse un dito lo aiutavano a non precipitare sulle cose (checché ci sbattesse spesso); sopra ad essi cadeva un folto ciuffo di capelli ondulati che si spargeva indietro su tutta la testa, fino alla nuca, mentre una barba non troppo curata gli ornava il viso. A prima vista poteva sembrare sciatto, tossico-dipendente, senza un minimo di buon senso, ma in realtà era tutt’altro: una persona disillusa, insicura e fragile. Tremendamente fragile. Mascherava così bene la sua fragilità da farla passare – incredibilmente! – per spavalderia. Beato lui!

Si fumava un’enorme quantità di canne handmade da circa una vita, da talmente tanto tempo che ormai l’erba non aveva più effetto sul suo sistema nervoso … Non lo faceva per disperazione o per ostentare una quantomeno agiata condizione economica, bensì per evitare che tutte le idee, che in testa si muovevano alla velocità del suono, si urtassero e in continuazione. Era raro che trovasse altri modi. Uno di questi era leggere: fin dal momento in cui aveva imparato a decifrare frasi e parole da una vecchia rivista di sinistra, quando aveva appena cinque anni, amava immergersi in nuove o vecchie letture (più o meno impegnate) e ciò lo faceva stare bene … quasi quanto la dolce compagnia della marijuana. Gli piaceva avere la mente sempre e costantemente impegnata in modo da non permetterle di vagare per le sue galassie, di restare ferma senza sproloquiare a proposito di vecchie ferite e speranze infrante. Una frase stampata in nero sulla pagina ingiallita di un libro, la cartina dello spinello in preda ad un piccolo incendio che emanava fumo bianco e odoroso … Lo calmavano e nello stesso tempo lo mandavano ai matti, gli facevano venire voglia di guardare un vecchio film russo in bianco e nero con sottotitoli in inglese. Intanto gli occhiali si appannavano, le pupille di dilatavano e provava un gran desiderio di ridere; oppure di bersi un boccale di birra bionda alla spina, di mangiare un piatto di pasta al ragù che non avrebbe mai preparato.

Il giovane si palesò di nuovo, senza preavviso, dove aveva lasciato la ragazza, nella stanza da letto, come se si fosse ricordato di qualcosa di impellente e dovesse cercarlo subito. Si fermò davanti all’armadio e lo fissò per diversi minuti.

«Io avrei un po’ di fame.» affermò con lo sguardo fisso sui cinque vestiti in croce appesi agli attaccapanni.

«Veramente, anche io … » gli rispose lei perplessa. Non capiva se fosse impazzito o cosa, ma nel dubbio placò, anche solo con l’idea, il suo stomaco nell’attesa di essere riempito.

Il ragazzo rimase di fronte al guardaroba ancora un po’, come quel caos calmo di camicie e pantaloni buttati alla rinfusa gli stessero risolvendo ogni questione circa il senso della vita. Improvvisamente nel cervello gli venne un’epifania: avrebbe dovuto tagliarsi i capelli; solo sfoltirli, renderli più corta e meno alla Abominevole uomo delle nevi. Passò una mano sul mento, ragionando sul da farsi, e poi esternò: «Forse mi dovrei sistemare i capelli.»

«Tagliarli tutti? Sei pazzo?» chiese l’altra, ancora seduta sul letto e più affamata di prima. Faceva davvero fatica a seguirlo, adesso.

«Non so,» rispose lui «magari è necessaria solo una spuntatina per non assomigliare all’Uomo di Neanderthal … Secondo te?»

«Cosa?!»

Sembrava davvero spazientita.

«Come sto meglio: con o senza i capelli così lunghi?»

«Decisamente con.»

Il giovane scrollò le spalle, chiuse finalmente l’armadio e si sedette di nuovo sul letto, a fumare ciò che restava della canna che aveva abbandonato prima. In un momento si era già dimenticato della cena, della fame e si sarebbe dimenticato anche della sua amica se non fosse stata sdraiata accanto a sé. Rifletté intensamente su di lei, mentre guardava attento il fumo dissiparsi per la stanza e me percepiva l’odore inconfondibile, pensava a quali sentimenti provasse e se ne provasse davvero. Ogni volta in cui la guardava gli sembrava di aver finito tre canne consecutive prima delle 10 del mattino, lo stomaco si attorcigliava e nella sua mente i pensieri tornavano ad urtarsi veloci e violenti; soffriva come un cane nel vederla, ma nello stesso tempo non avrebbe mai voluto distoglierle l’attenzione, da lei che era così speciale nella sua normalità. Forse perché non aveva l’aria da top model, perché camminava con il passo più comune (e a volte terrorizzato) al mondo: niente andature strane, ondeggianti a destra e a sinistra, né ammiccamenti; anzi, spesso e volentieri lasciava che il suo sguardo cadesse in basso, per non farlo cogliere da quello degli altri. Un giorno le aveva chiesto di cosa avesse paura, in un raro momento di lucidità, e la risposta che ricevette fu: L’attenzione degli estranei ti risucchia e non ti molla più. Aveva passato delle notti e dei giorni a cercare di capire cosa intendesse dire con quella frase, ma gli sfuggiva qualcosa! Poi una sera, tra i fumi dell’alcol e della canna che si era appena acceso, ebbe un’illuminazione, una folgorazione: non voleva essere notata da nessun’altro, all’infuori di lui. O almeno lo sperava …

Con la vista un po’ annebbiata ma la mente relativamente sotto controllo, il ragazzo cercava le parole adatte per rompere l’imbarazzante silenzio. Ancora una volta il vuoto: e se fosse stato di troppo? E se lei avesse scelto di proposito di tacere per non sentirlo più sproloquiare di vacanze al limite dell’umano in giro per il mondo o del suo cane Morpheo, morto di infarto per colpa della sua prima guida in città? Rimase, dunque, con la bocca chiusa, che riapriva solo per fumare. La ragazza respirò rumorosamente.

«Allora sei viva!» esclamò lui, aggiustandosi gli occhiali sul naso.

«Eh già.» gli rispose la giovane.

«Vuoi?» e le offrì la sua distrazione al sapore di marijuana. Lei negò con la testa. Sopportava davvero a fatica quel suo orribile vizio e proprio non capiva che cosa ci trovasse di piacevole.

Si era messo a fissarle una mano per via di un grosso neo che ne occupava buona parte: era rimasto colpito da quel particolare, così tanto da aver pensato che se lo fose disegnato apposta per lui. Era l’unica volta in cui si sentisse sicuro di qualcosa che, in realtà, era sbagliato.

La pensava molto spesso, chiedendosi cosa facesse o con chi fosse e mettendo a dura prova fegato e nervi, perché la gelosia non si spaventa della distanza e non ha paura di essere di troppo. E la pensava anche di più dopo aver scoperto della sua imminente partenza per l’Africa: due anni lontani kilometri e kilometri per un safari fotografico, nel bel mezzo di villaggi indigeni e con bassa possibilità di restare in contatto frequente. Quanto odiava il suo lavoro, prima gliel’aveva fatto incontrare e poi gliel’avrebbe portata via per tantissimi mesi! Avrebbero dovuto passare il tempo rimanente insieme, sì: guardare dei film, parlare di economia e dei problemi che affliggono il mondo, oppure andare ad un concerti epico e passare la notte sotto le stelle.

Già gli mancava e ce l’aveva sdraiata accanto, sul letto, e il solo pensieri di vederla partire un giorno (non troppo lontano) lo mandava ai matti; la marijuana non lo stava aiutando. Si fermò un istante per cercare di tirare fuori una frase di senso compiuto, voltò il capo e guardò la ragazza: era completamente distesa, sopra le coperte, addormentata, con un braccio sotto la testa, in un sonno profondo. Respirava facendo rumore, assomigliava ad una bambina e non poteva piacergli di più.

«Io credo di essermi innamorato di te.» mormorò il giovane come se lo stesse ascoltando. Era così insicuro da trovare il coraggio di parlare solo quando l’altra persona dormiva.

Il suo nome era Giack.

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