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Una storia di StefaniaCastella

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Teresa la sposa mancata

Senza perdono

Pubblicato il 08 aprile 2017

Le lenzuola intorno al corpo si stringono abbracciandola. La più bella di tutte, così stanca. Così stanca di vivere.

Dietro al portone chi scende chi sale è un viavai.

Teresa allo specchio, si appannano gli occhi due occhi di verde brillante, li stringe più forte si dice “non piangere, no non devi piangere”. Teresa ha un po’ di anni ma il suo corpo è perfetto di gambe lunghissime e passi sapienti, di bocca carnosa e mani che sanno come muoversi bene. Piange seduta sul cesso di quella casetta divisa a metà con le sue due compagne di quella sventura che sa di colore che sa di una vita che non vuoi domandarti, che non vuoi sapere. Tra poco lui arriva, asciuga le lacrime Teresa sorridi ti prego sorridi, ricordi la volta di quel primo giorno? Sembrava sentire l’imbarazzo di una prima volta e non era mai stato così. Teresa tra le braccia di quell’uomo che non era come gli altri, pensava che forse, poteva cambiare, qualcosa poteva cambiare. Teresa più bella di tutte, ha tanti clienti. Eppure non sono per lei tutti uguali. No. Nessuno la tratta come lui. Nessuno sembra odiarla come lui. Eppure tra lenzuola mezze stinte quasi non sembra reale, qualche volta le sembra di non essere puttana, sembra non sentire l’odore opprimente di cose già viste e vissute. E Teresa potrebbe anche amarlo. Se non fosse lei. Se non fosse lui. Quella faccia, una faccia da schiaffi che buttava lì i soldi e prendeva con forza quel corpo che aveva pagato. Teresa che oramai quella vita la faceva da un pezzo, sul suo corpo perfetto nessun segno disfatto, né un accenno che potesse ricordare quante mani l’avevano sfiorata da sempre. Un corpo liscissimo e l’anima piegata dal tempo. “E’ colpa tua, è tutta colpa tua” si ripeteva allo specchio fumando nervosa. Truccandosi piano, una sola libertà si voleva permettere sapeva che lui l’avrebbe aspettata, seduto sul letto guardando per terra. E ogni volta pensandosi, tornare a volare scappando dall’inquadratura, come da un set preparato per girare un brutto film, entrare guardarlo e poi uscire di scena. “E se avessi studiato, e se avessi sposato il farmacista difronte quello che mandava lettere d’amore -signorina Teresa mi conceda di chiederle la mano- …. E parole parole che neanche capiva, era così bruttino, ingrigito dal triste tristissimo vivere e me vuol far morire appreso a lui” questo pensava Teresa. E passava ondeggiando tra gli occhi degli altri, e voltava le teste e raccoglieva gli sguardi come mazzi di fiori e parole volgari appuntate sul petto, che facevano ridere forte. Ma il tempo via via scavava più infondo, i ricordi, le voglie, e poi c’era lui. Lui era arrivato scombinando i pensieri, e per la prima volta guardando di spalle il suo stanco assopirsi lei avrebbe tanto voluto tenerselo lì, stretto, abbracciato come fosse reale, come fa chi si ama, come fanno soltanto quelli presi davvero. E poi fantasticava e vedeva la cena, e il suo abbraccio gentile il divano, la tele, le cose normali di una vita normale. E non osava sfiorarlo, ma quella mattina sì, quella mattina, gli aveva sorriso, a quel viso di pietra che alzava le spalle. Lui guardava nel vuoto guardava attraverso. Un dolore per l’anima, il suo sguardo tagliente e distratto, a tratti dentro leggeva il disprezzo per ciò che era lei, che lui pure cercava, ma che infondo a sé forse poi rifiutava. Quella volta guardandolo in faccia lei aveva trovato il coraggio di chiedere “Ma perché mi disprezzi?” e sentiva le lacrime scendere piano. Lui non ebbe nessuna risposta, se non incupirsi vestirsi di fretta e lasciare la stanza. Restava il latrare lontano di un cane e la tristezza opaca di una mattina che da quel momento non volle vedere mai più.

“Se ne è andata”

“E quando ritorna”

“Non tornerà più”

“Che significa?”

“Sono tre mesi che non ci sta più. L’abbiamo portata in ospedale ma non c’è stato niente da fare. L’ho trovata proprio io, che poteva essere sotto Natale, una mattina che stava da sola. Io e quell’altra là eravamo uscite presto. Non lo so chi ha visto, quella mattina aspettava qualcuno, può essere, nessuno lo sa. Comunque l’ho trovata io nel cesso con i polsi tagliati, lo specchio spaccato a metà. Un casino sembrava un film dell’orrore. Peccato era brava era proprio brava Teresa”

Era brava Teresa, lo sguardo distratto dell’uomo si perse lì intorno sbirciando nell’angolo tra la femmina davanti e la casa che sbucava di sotto la sua lunga vestaglia. Lei sorrise, e fece cenno di entrare, lui alzò le spalle, senza parlare, voltandosi senza dir niente. Non cercava una puttana, cercava Teresa forse dopo tutto quel tempo tornava per chiedere scusa, forse. Forse non se lo chiese ma uscendo sentì come un vuoto comprimere il petto svoltando nel vicolo si perse tra gli altri, e una folla di gente distratta ne confuse i contorni.

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