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Il vento

Ad un passo dall'amore

Pubblicato il 07 dicembre 2016

Avete presente le attrici porno? Esatto. Avete presente quando un ragazzino di 12 anni le vede per la prima volta? E le desidera così ardentemente da sognarle di notte? E vorrebbe che le sue amiche di classe fossero così provocanti? Già,questo era il livello di desiderio che provavo nei suoi confronti. Non sto parlando solo del suo corpo, che pure veneravo come se fosse Afrodite, ma della sua persona nella sua pura concretezza. La sua mente -così testarda, così illogica, così fragile-, la sua intelligenza -così spigliata, così viva, così avida- , il suo cuore -così aperto, così sofferente, così tenero- mi avevano totalmente bruciato l'anima. E' sempre stata ad un passo da me ma non sono mai riuscito ad averla fra le mie braccia, e questo viaggio, questo stramaledetto viaggio mi dava la possibilità di farla mia. Puro desiderio egoistico? Forse, ma l'amavo. Dio, se l'amavo.

Vidi i suoi fluenti capelli ramati che svolazzavano al vento dalla vetrata dall'aereoporto di Capodichino. Io ero già lì da un bel po': adoravo guardare il decollo degli aerei e tutta quella gente affannata a partire o a tornare a casa.. da un grande amore, dalla famiglia, da un cane, dalla solitudine. La malinconia era parte della mia personalità, tuttavia quel giorno ero entusiasta. Marta indossava quel ridicolo cappello rosa con su scritto "He's my bestfriend" con la freccia rivolta a destra, e fece la sua solita faccia imbronciata quando notò che sui miei ricci non c'era alcun cappello blu con scritto "she's my bestfriend". Avrei voluto morderle le labbra... ma mi limitai a sorriderle. Avevamo progettato quell'avventura sin dai banchi di scuola, prima della nostra maturità. Nessuno sapeva della nostra partenza, della nostra destinazione, della nostra voglia di condividere il mondo. Eravamo solo io e lei. Avevamo ingannato tutti dicendo di passare una settimana in Sardegna a casa di una nostra amica comune. Il volo per Olbia era appena partito. Peccato.

Dopo due ore ci ritrovammo immersi nel paradiso terrestre: Amsterdam. A me pareva davvero di essere Dante con Beatrice a fianco. Tutte quelle bici, tutti quei fiori, quei canali, quell'aria di libertà e di tolleranza, quelle teste bionde, quelle luci che riflettevano nell'acqua, quelle strade lastricate che pullulavano di energia: ogni cosa mi rendeva vivo. Le nostre menti erano offuscate da trip di colori, le nostre orecchie ascoltavano suoni amplificati, i mie occhi rossi volevano vedere di più, sempre di più. Quei coffeeshop ci avevano stregato. Riuscivo a percepire la sua felicità nelle mie mani intrecciate alle sue... eppure l'espressione del suo viso era nostalgica. Le mancava il suo ragazzo. Il vuoto nello stomaco stava divorando ogni cellula del mio corpo. Non era facile essere il suo migliore amico, amarla dal quarto ginnasio, far finta di volere altre ragazze quando l'unico profumo che desideravo era il suo. La parte più difficile fu consolarla per la rottura con Andrea. Non conoscevo lui, ma Marta me ne parlava in continuazione. Le avevo sempre raccomandato di stare attenta con le storie a distanza, che i treni separavano più dei chilometri. Le avevo detto che l'amore va coltivato con la presenza, col contatto, con "scendi ho due pizze e una Peroni". Mi aveva sempre risposto che odiava i rapporti ossessivi, che le bastavano le tre volte al mese in cui si vedevano, che Skype e Whatsapp colmavano le distanze. Eppure sono convinto che la tecnologia invece di avvicinarci ci abbia isolato. Ognuno è vittima del proprio display, non è capace di viversi nè il presente nè la realtà virtuale in cui si immerge, per cui tutto diventa piatto, insignificante ma soprattutto insoddisfacente. Ma Marta era testarda, e amava Andrea. Come potevo biasimarla? Mi ero innamorato della persona sbagliata e lasciavo che il mio amore divorasse me stesso dall'interno. Non volevo perderla nonostante avessi la consapevolezza che allontanarmi da lei fosse la cosa più giusta e ragionevole da fare. Non avevo alcuna possibilità di trovare passione in chi desiderava affetto fraterno... eppure qualcosa dentro di me mi spingeva ad andare avanti. Era il modo in cui mi guardava, in cui mi abbracciava, in cui cercava le mie mani per supporto. Era quella sua voglia di vivere che mi davano una ragione per essere. E qual è la ragione dell'amore se non quella di spingerci a esistere e a sperare?

Quel viaggio ci aveva fatto dimenticare per un po' i nostri drammi, più che allontanarci dall'Italia ci aveva sbattuto in una nuova possibilità di esistere. Ero convinto che Marta provasse qualcosa per me: era troppo spensierata - tranne per alcuni momenti - per non amarmi.

L'ultima sera passeggiavamo come una vecchia coppia dalle parti delle Red Lights: quelle prostitute più che provocazione mi iniettavano compassione. Marta non poteva essere come loro, era divina, surreale, Venere del secolo ventunesimo con difetti e imperfezioni.

Dopo aver fumato e mangiato ci sedemmo con i piedi ballonzolanti a riva di un canale. Il frastuono era ovattato dalla distanza che ci separava dalle luci rosse, le barche ormeggiate si muovevano impercettibilmente, i lampioni emanavano un pallido chiariore: c'era un atmosfera magica, profonda, onirica. Mi voltai verso di lei, le presi il viso, i suoi occhi verdi mi penetrarono... e la baciai. Le sue labbra morbide sfioravano le mie e potevo sentire la sua lingua che flebile si faceva spazio nella mia bocca.

Non so se capita a tutti, ma se ripenso al passato e a tutto quello che è accaduto nella mia vita, colgo una serie di scene che sono impresse per sempre nella mia mente. Sono piccoli attimi di per sè inutili che però non riesco a dimenticare. Il motivo per cui me li ritrovo davanti agli occhi è che sono stati momenti di pura felicità. Momenti che mi hanno fatto sentire la pienezza di questa vita. Perchè viviamo sempre in modo superficiale, facendo questo e quello per inerzia e poi ad un certo punto giunge qualcosa per cui il tempo sembra fermarsi. E solo dopo ci si accorge che quello che appena passato era "felicità". Quel bacio, per fortuna, è arrivato proprio in quell'istante. Ero pieno, soddisfatto, avevo una città intera in cui immergermi, il vento che mi carezzava la pelle, le sue labbra sulle mie: ero libero di essere quello che volevo. E se dovessi spiegare Amsterdam a qualcuno lo farei così: è pura vita.

L'idillio si spezzò. Marta si staccò da me e pianse. Dio quanto pianse. Le lacrime le bagnavano la felpa come pioggia e ogni goccia mi rendeva più inquieto. Il tempo continuava a scorrere lento, una moviola lo controllava. Poi il tornado. Mi disse che era una brutta persona, che non si amava, che non meritava me, quell'amore, quelle illusioni. Mi disse che era una bugiarda. Io ero in panico, non riuscivo a capire. Poi me lo disse "Andrea non è un ragazzo... è la ragazza che ho conosciuto in vacanza l'estate scorsa. Non ho mai sentito attrazione per nessun uomo, ho sempre creduto che le donne fossero di gran lunga più belle. Mi manca Andrea, ma sono confusa.... tu hai ribaltato tutte le mie convizioni in fatto di uomini. Non so più cosa pensare, mi odio. Credi che si possano amare due persone contemporaneamente?"

Io ero spiazzato. Immobile. Una parte di me era completamente sgretolata: mi aveva mentito per tutto quel tempo, avevo sempre pensato che fossi io il problema e invece...

Credevo di essere l'unica persona al mondo a conoscere ogni piccolo dettaglio di lei.

E poi mi chiedeva se si poteva essere innamorati di due odori differenti, di due sorrisi differenti, di due palmi di mano differenti. E io le dissi "Marta, torniamo a casa".

Volevo fuggire via ma non mi mossi di un centimetro. L'altra parte di me era speranzosa, l'amava ancora, nonostante questa ultima enorme pugnalata. Forse ricambiava. Forse no.

Tuttavia invece di disperarmi e piangere e dare di matto mi concentrai su un punto in particolare. C'era un tubo dall'altra parte della riva in cui ogni tanto finiva un po' di acqua dal canale. Immaginai di essere proprio quella presenza così paradossale. Un tubo che deve cacciar fuori acqua è invaso da quella proveniente dal basso. Come avevo fatto a ridurmi così? Io dovevo rilasciare felicità e amore, dovevo vivere la mia vita in nome di queste due grandi virtù, invece di essere allagato da disperazioni altrui.

Tornammo a Napoli insieme, ma separati dalla mia mente. Continuai ad amarla, continuai a farla sentire speciale ma cominciai a rispettare me. Le lasciai tempo per capire se stessa, per scavare dentro i suoi demoni. Compresi un elemento fondamentale: mai accontentarsi di chi si accontenta, soprattutto di chi ha l'anima travagliata fra mente e cuore, di chi non riesce a riconoscere i propri desideri. Probabilmente Marta non riusciva ad innamorarsi di se stessa e non faceva altro che passare da un appiglio all'altro solo per riempire il suo vuoto. Era una Venere di cartapesta, si afflosciava appena con un soffio di vento.

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