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Una storia di alessandrogalperti

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Storia di un scrittore

Incipit

Pubblicato il 13 luglio 2017

Capitolo 1

La stanza era piena del intenso profumo delle rose misto al quasi impercettibile aroma dello Champagne già versato. Un sottile raggio di sole autunnale penetrava dalla finestra illuminando la piccola scrivania di mogano sulla quale Lester era solito scrivere i suoi libri. Erano circa le diciotto e trenta. Lester guardava con ansia l’orologio; Con il passare dei secondi aumentava in lui un vago sentimento di sconforto, mentre si rendeva conto che lei non sarebbe venuta. Si versò un bicchiere di Bourbon e si sedette sul letto, ammirando come era solito fare le auto nelle luci di New York. Il Four Seasons era per lui una come seconda casa e ogni volta che vi alloggiava era sua premura chiedere sempre la stessa stanza situata al quinto piano. Essa offriva una spettacolare visione della città e di tutte le sue principali attrazioni. Conosceva New York come nessun altro, in ogni suo dettaglio. Aveva visitato ogni singolo quartiere, respirato ogni singola atmosfera che rendeva unica questa città. Non si era limitato alle serate di conversazione sorseggiando Martini Dry negli elegantissimi cocktail bar di Manhattan; al contrario sosteneva di avere trovato molte più ispirazioni per la sua scrittura in qualche squallido bar di periferia, tra camionisti ubriachi e spogliarelliste. Lester vedeva in queste persone il senso più genuino dell’esistenza; da un certo punto di vista provava uno strano sentimento di invidia verso di loro. Sosteneva che solo nella più totale ignoranza si possa essere realmente felici, o forse pensare di esserlo. Lui, che in vita sua non aveva nemmeno sfiorato la felicità, detestava soprattutto la consapevolezza di ciò, il sapere di essere infelice e probabilmente di esserlo anche domani. Questo pensiero lo opprimeva giorno e notte, instancabile come un continuo dolore. Si versò altri due bicchieri di Bourbon che tracannò a occhi chiusi in una frazione di secondo mentre cercava di placare il tormento dei pensieri. Negli anni aveva provato ogni strategia per riuscire a smettere di essere infelice anche solo per un instante, ma inutilmente. Ogni tentativo di alleviare la sofferenza non faceva altro che amplificarla. Ormai l’alcol era diventata la sua unica ragione di vita, l’unica cosa che gli permettesse anche solo per un istante di liberare la mente perdendo il controllo di ogni cosa, di ogni pensiero. Per lui bere era una necessità psicologica, non fisica: non era dipendente dall’alcol in sé stesso, bensì dalla sensazione di relativa spensieratezza che esso dava. Quella sera avrebbe dovuto partecipare ad una premiazione per il suo ultimo libro recentemente uscito in un lussuoso hotel sulla trentottesima. Ci sarebbero stati tutti i massimi esponenti della critica letteraria del momento, nonché i dirigenti della casa editrice euforici per lo strabiliante successo del romanzo. Detestava con tutto il cuore queste serate sempre identiche da anni, le solite frasi di circostanza, le stesse facce con gli stessi falsi sorrisi che accompagnavano fiumi di complimenti talvolta così falsi da sembrare ridicoli. Dopo essersi sbarbato, si cambiò d’abito indossando l’iconico smoking che era solito indossare in occasioni simili quindi si guardò allo specchio per qualche secondo ammirando vanitosamente la sua impeccabile eleganza. Tutto era curato nel minimo dettaglio, dalla capigliatura perfettamente ordinata fino alle lucidissime scarpe nere. Mentre un sorriso ebete appena accennato in volto si autocompiaceva di come riuscisse sempre ad apparire al massimo della forma, gli tornarono alla mente i ricordi delle prime serate di premiazione a cui partecipò molti anni prima. Non poteva nemmeno lontanamente immaginare cosa sarebbe diventato. Uscì lentamente dalla stanza non senza concedersi un’ultima visione della città illuminata nella notte. Prese l’ascensore e si trovò nella immensa hall del hotel. Davanti a lui un elegante coppia di mezza età conversava amorevolmente accompagnata da un dolce jazz immancabilmente presente al Four Seasons. Lester amava particolarmente quel genere musicale. Il jazz fu la colonna sonora della sua ascesa nel mondo della letteratura, sin dagli albori. Ogni texture di suono faceva scaturire in lui un vortice di emozioni, un estremamente variegato mix di sensazioni che facevano sviluppare meglio di qualsiasi altra cosa al mondo la sua immaginazione. Ogni significativo evento aveva come liet motiv un successo swing della prima metà del novecento. Sotto le note di “New York, New York” conobbe la sua prima moglie, Linda. Accompagnato da “Strangers in the Night” firmò il suo primo contratto editoriale in una fredda notte di molti anni prima. Considerava Frank Sinatra come una sorta di Dio sceso in terra, l’ultimo grande depositario di una bellezza destinata a svanire tra sintetizzatori e luci psichedeliche. La solita coupé nera lo attendeva al di fuori del ingresso principale. Winston, il suo fidato autista, lo accompagnava da sempre nei suo spostamenti nella città e con il passare del tempo era divenuto un suo importante amico. Winston, sulla cinquantina, manteneva il fascino tipico di un trentenne. Le sue folte sopracciglia facevano da contorno ai vivaci e intriganti occhi neri dai quali si potevano capire perfettamente i suoi pensieri. Parlava poco e solo quando opportuno: detestava le frivole chiacchiere sul meteo e sulla partita di baseball di sabato. Al contempo possedeva una profondità e un’intelligenza davvero fuori dal comune. Ogni parola che usciva dalla sua bocca trasmetteva come per magia conforto e serenità anche all’interlocutore più affannato. Con la sua proverbiale pacatezza sembrava conoscere meglio di chiunque altro le profondità dell’animo umano, le sue debolezze e i sogni più reconditi. Con semplicità e naturalezza impressionanti dispensava sempre consigli opportuni a chiunque avesse un problema. La sua non era però una vita facile, forse a causa di questa sua particolare dote. La moglie lo piantò in asso dopo due anni di apparentemente felice matrimonio, forse impaurita dall’intelligenza di Winston, o più semplicemente annoiata della sua vita monotona e debosciata. Il Regent’s Hotel, nonostante avesse perso molta della sua popolarità, rimaneva uno degli hotel più eleganti e ricercati della città. Ogni sera le sue stanze erano gremite di facce sempre nuove. Congedai Winston con un largo sorriso e una pacca sulla spalla. Qualche solitaria goccia di pioggia autunnale accompagnò il suo ingresso.

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