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Una storia di AlessiaScipioni

Questa storia è presente nel magazine Alieno da Brivido

Guerra e Pace & Incanto

Capitolo 4

Pubblicato il 01 aprile 2018 in Altro

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Chiara si era alzata presto, nonostante era solo Maggio faceva un caldo soffocante. Era sudata, stanca e per la prima volta la vista dei libri gli faceva venire la nausea.

"Mamma mia che stanchezza ... Forse ho studiato veramente troppo negli ultimi tempi - pensò guardando i libri sulla scrivania- va beh per oggi facciamo altro".

Incominciò a sistemare la casa con l'intenzione di uscire appena finito ... Sano shopping e pranzo fuori avrebbe passato così la giornata.

Di tanto intanto dava un'occhiata fuori dalla finestra, seppur avversa ad ammetterlo chiaramente, il sig Tarducci mostrava quel pizzico di mistero sufficiente per interessarsi a lui , era così strano e particolare, Chiara non aveva mai incontrato una persona così diversa dalla massa che la circondava.

Ma Fabrizio erano giorni che non dava segnali di vita, dal suo appartamento non usciva un filo di musica e le finestre da giorni erano chiuse. Che fine aveva fatto?

Chiara se lo chiedeva da giorni, ormai era solita sentire quel frastuono di musica che lui ascoltava, ne sentiva quasi la mancanza.

"Stai lontana da quel tizio Chiara - si ripeteva ad alta voce - quello ha tutta l'aria del classico stronzo che fa piangere lacrime amare".

Aveva finito le faccende, si vestì e uscì, fuori dal portone notò il cancello aperto del palazzo di fronte.

"Magari sta poco bene ... ". Non sapeva se era più curiosa o preoccupata. Comunque attraversò la strada e salì le scale. Suonò alla porta ma niente, silenzio totale.

"Forse è partito".

"Signorina ha bisogno di qualcosa?".

Chiara si voltò in direzione della voce e vide il portiere dello stabile.

"No, grazie - rispose quasi imbarazzata- cercavo solo il sig. Tarducci".

"Ah mi chiedo ancora perchè ve lo chiedo- scosse la testa il portiere - in fondo davanti a questa porta cercate tutte il sig Tarducci".

Tutte? Chiara rimase stupita, ma come tutte, è sempre solo quel tizio, pensò tra sé.

Il portiere se ne andò senza neanche salutare, Chiara scese le scale, assorta nei pensieri guardava i suoi piedi muoversi quando a un certo punto urtò qualcosa.

Un paio di Adidas giganti erano di fronte ai suoi piedi.

" Mi scusi ero sopra pensiero non stavo guardando dove andavo". Disse imbarazzata alzando lo sguardo.

Si ritrovò faccia a faccia con Fabrizio, l'imbarazzo si accentuò, Chiara sentiva il calore pervadere la sua faccia acqua e sapone.

"Ma guarda un po' - disse Fabrizio guardandola negli occhi- adesso che scusa hai per essere qui?".

Chiara non sapeva che rispondere, in effetti era lì per pura curiosità o forse preoccupazione per non averlo sentito da giorni, ma ammetterlo significava mostrare un minimo di interesse per lui, non poteva scendere così nel ridicolo. Poi c'era quel tutte che l'aveva proprio scossa, un don Giovanni dunque? Quindi le famose lacrime amare che diceva prima. Si fece coraggio e rispose:

"In effetti non ho attenuanti per essere qui - lo guardò negli occhi consapevole della figuraccia che aveva fatto- sono giorni che regna il silenzio in questa via, mi chiedevo se stavi bene, tutto qui".

"Ora ti da fastidio anche il silenzio? Non era quello che volevi?". Il tono di voce era severo. Nel dirlo aveva ripreso a salire sorpassando Chiara sulle scale. Lei si voltò per seguirlo con lo sguardo.

"Si certo - disse quasi sottovoce la ragazza- pensavo davvero che magari stavi male, tutto qui".

Lui si fermò due gradini sopra a Chiara e senza voltarsi disse:

"Sono stato fuori per lavoro, grazie per la premura, ma adesso lasciami in pace".

Chiara avvertì che l'imbarazzo stava lasciando il posto a un minimo di rabbia, ancora una volta Fabrizio si mostrava ai suoi occhi come un montato.

"Ok ho capito - rispose secca Chiara - la prossima volta anche se vedo le fiamme fuoriuscire dal tuo appartamento rimango a casa, stai tranquillo".

Prese a scendere borbottando ad alta voce.

"Ma tu guarda che cafone montato ma chi ti credi di essere?".

Lui si voltò e con uno forte disse:

"Smettila ok? - Chiara si voltò di scatto - smettila di fare finta di non sapere chi sono, smettila di trovare scuse per venire qui, non ottieni nulla, il massimo a cui puoi aspirare facendo così è una botta e via, da me non puoi ottenere nient'altro ragazzina - Fabrizio scese le scale e si portò davano a lei, a pochi centimetri dal suo viso - prima che ti incazzi per la ragazzina, ti faccio notare che ho quasi quarant'anni e tu più o meno non arrivi ai trenta, quindi per me sei una ragazzina, ora torna a studiare e mollami ok? Se hai un po' di amor proprio per te stessa smettila, pensavo fossi diversa invece sei come tutte le altre".

Non diede neanche il tempo a Chiara di rispondere, si voltò e prese a salire le scale a due a due svanendo.

Chiara rimase immobile per un po' pensando alle sue parole, diversa dalle altre? Non fare finta ? Ma cosa diavolo voleva dire?

"Ma vai al diavolo chiunque tu sia ". Fu la sua reazione che con rabbia la portò fuori dallo stabile, ma una domanda la tormentò per tutta la giornata ...

Chi era Fabrizio Tarducci? Perchè dava per scontato che Chiara sapesse chi fosse? Ma sopratutto, perché era uguale alle altre? Cosa aveva voluto dire?

***

Cosimo tornava a casa dopo aver fatto bisboccia con gli amici, era tardi e il fresco venticello della sera gli accarezzava la pelle. Il cielo era grigio e minacciava di piovere a dirotto, si affrettò quindi a raggiungere la macchina.

Tirò un sospiro di sollievo quando entrando nell'abitacolo incominciò a piovere come se fosse in procinto l'arrivo del Diluvio Universale.

Appena in tempo...pensò accendendo la macchina.

Sul tragitto di casa, quasi arrivato al capolinea della sua abitazione, gli occhi si fermarono sulla sagoma di una ragazza che camminava, a testa bassa, lungo la strada e senza ombrello.

Ma tu guarda questa...i marciapiedi sono troppo sicuri? Meglio rischiare di farsi falciare, che poi con questa cazzo di pioggia e il buio c'è una visuale del cazzo...sentenziò la sua coscienza dimenticandosi che non portava gli occhiali e quindi la visuale era offuscata anche da questo fattore.

"Guarda che così rischi che qualcuno t'investi, perchè non fai uno sforzo e sali sul quel cazzo di marciapiede?", disse alla ragazza rallentando per farsi sentire.

La fanciulla mantenne la testa bassa come se nessuno avesse parlato, Cosimo si soffermò a guardarla dallo specchietto retrovisore.

Scarpe da ginnastica gialle canarino, short leggermente sotto al ginocchio fiorati, giacchetto verde pistacchio in jeans, capelli fradici che si appiccicavano un po' ovunque, specie sul viso e una fascia azzurra che le contornava la testa con una rosa gigantesca. Cosimo inchiodò non appena realizzò come fosse vestita.

Stai a vedere che è...quasi non voleva crederci, ma chi poteva conciarsi in quel modo assurdo se non Ginevra? Aspettò accostato che la ragazza gli sfilasse di nuovo accanto concentrando i suoi occhi sul volto. Cazzo è proprio lei...e come potevo sbagliarmi? Questa è più unica che rara...

"Ehi Ginevra - provò a chiamarla ma la ragazza non si voltò affatto - Ginevra, oh fermati, dai sali che ti do un passaggio...", niente sembrava sorda proprio.

Ma tu guarda questa...pensò Cosimo guardandola camminare sotto la pioggia, è tutta matta e io sto qui come un cretino a preoccuparmi pure...decise di riprendere il camino e accellerò per avviarsi a casa.

Passò davanti a lei sforzandosi di non guardarla, ma gli occhi cedettero allo specchietto retrovisore: dalla giacchetta penzolava qualcosa e Ginevra aveva le braccia serrate addosso al corpo, come se volesse tenerla per forza chiusa o come se avesse un freddo cane.

Cosimo si fermò di nuovo in mezzo alla strada accostando lungo il marciapiede. Guardò velocemente dentro alla macchina: ombrello? Manco a pagarlo! Qualcosa che potesse ripararlo dalla pioggia fitta? Manco l'ombra!

Tu guarda sta sciroccata che mi fa fare...aprì lo sportello dirigendosi verso di lei.

"Ginevra che cazzo fai sotto alla pioggia? E poi perchè non rispondi se uno ti chiama?", la ragazza si fermò davanti al corpo imponente di Guè, che in confronto a lei appariva come un armadio dell'Ikea a sei ante, ma restò muta.

Cosimo sentiva il peso dei panni, diventati fradici nel giro di pochi secondi, il cappello in testa che aveva preso il peso di un elmo di ferro, la pioggia che gli bagnava il viso sospinta dal vento. Era fortemente indeciso se ammazzarla o meno, mentre si chiedeva perchè mai si fosse ridotto in quello stato per lei. Restò a guardarla per pochi secondi, poi le afferrò il viso per puntarla negli occhi:

"insomma, si può sapere che hai fatto?", notando che aveva un'espressione triste non riuscì a capire se piangesse o se era semplicemente pioggia quella che bagnava il suo viso.

Ginevra non rispose, ma si lasciò andare abbracciandolo forte. Cosimo rimase per un attimo immobile con le braccia aperte, poi man mano le richiuse verso il corpo della stramba ragazza.

"Dai, sali in macchina, ti do un passaggio verso casa, come se fossi la tua Arca di Noè...", cercò di farla ridere usando il suo stesso linguaggio.

Ginevra non sorrise, ma lo seguì scortata dal suo abbraccio fino alla macchina.

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