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Una storia di angelaaniello

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'A speranza è 'na cosa seria!

Gennarino ha una vita travagliata e una famiglia alle spalle difficile... Quanto dovrà pesare il suo cuore?

Pubblicato il 27 maggio 2015

Gennarino era spesso silenzioso e malinconico. Diciassette anni compiti il 24 dicembre, un giorno come tanti da quando, subito dopo la scuola media, aveva cominciato a lavorare in una elegante caffetteria della Napoli bene al Posillipo, vicino alla chiesa di S. Maria del Faro.

Rosalino, ‘o femminiello, che ogni mattina alle sette in punto andava a bersi un caffè macchiato in quel bar dopo i bagordi d’’a nuttata con persone chic, vestito come una sciantosa, con una parrucca biondo platino e pitturato in volto in maniera esagerata, ogni tanto lo sfotteva:

- Gennari’, ma tu nun ridi mai? Ha da passà na nuttata cu mme na vota o ll’ata e t’aggia fà spassà-

Gennarino rideva della proposta, gli serviva il caffè addolcito con tre cucchiaini di zucchero mentre era seduto al solito tavolino accanto a un jukebox rosso fiammante, modello anni cinquanta, poi prendendolo bonariamente in giro,

- Rosalì’, facimme pe’ sta nuttata?-

- Sì, sì, scherza, scherza tu, ma prima o poi… -

- Prima o poi che? -

- Niente, niente… è un modo di dire, è una fantasia come tante altre e se int’’a sta vita non ci mettiamo un po’ di fantasia, è finita, è davvero finita -

- Rosalì, ma dimmi una cosa: tu si’ davvero felice o fingi stu sorriso, che porti sempre stampato sulle labbra, comme a na smorfia? -

- Nun ‘o saccio, Gennarì, nun ‘o saccio. A volte penso ca nu sorriso è meglio d’a tristezza, pecchè ‘ a malattia d’’o core prima o poi diventa malattia d’’a vita stessa.-

- Hai ragione, Rosalì’! Hai proprio ragione! Allora sorridi e nun ce penzà troppo -

- E tu, Gennarì’, che pensi? -

- Ah, io non penso, nun voglio penzà! Hai presente chille pupattole e’ robba che spesso stanno ncoppa o’ lietto int’a casa d’’e nonne? Le tocchi, le guardi, le muovi, accarezzi le treccine di fili di lana e non sentono niente.

Accussì so’ io! ‘O core mijo mo’ nun sente ‘a vita e soffre meno! -

Rosalino si commuoveva sempre quando lo ascoltava, ma non commentava mai e lo salutava frettolosamente:

- Vabbè, vabbè, fammene andare che è tardi.. ciao, Gennarì’, ciao ciao…-

In realtà andava via perché quando i discorsi prendevano una piega troppo seria, non riusciva più a fingere e pieghe di dolore segnavano come rughe le labbra. Mordicchiava leggermente il mozzicone di sigaretta aspirato fino all’ultimo e passo dopo passo inseguiva i suoi pensieri, rientrando per l’ennesima mattina nel suo appartamentino vuoto e freddo al secondo piano di una palazzina giallo ocra alle spalle del bar, che aveva affittato da quando la moglie lo aveva lasciato.

A volte gli capitava di accarezzare di sfuggita la mano di Gennarino, perché era come se sfiorasse quella di suo figlio Fabrizio, più o meno coetaneo, che la sua ex aveva portato via con sé in Germania dopo aver scoperto che lui di giorno si fingeva normale lavorando come contabile in un ufficio e di notte andava tranquillamente a letto con uomini e donne. Uno scandalo! E che scandalo per una donna di sani principi come lei! Aveva chiamato subito un avvocato, gli aveva fatto pervenire una lettera con la richiesta di separazione e in quattro e quattr’otto era partita per raggiungere i suoi genitori in Germania, con suo figlio. Erano trascorsi due anni ormai e da allora non l’aveva più visto.. perché si vergognava di un padre così…alternativo.

Rosalino e Gennarino erano segnati da un destino di dolore che un po’ li avvicinava e un po’ li allontanava. Si conoscevano a malapena e tranne qualche battuta scambiata qua e là non si erano mai raccontati nulla, ma si stimavano… a pelle.

Gennarino seguiva ogni volta con malinconia la sua figura che si allontanava frettolosamente finché non girava all’angolo della profumeria e pensava che per fortuna il suo lavoro e la gente che incontrava lo distoglievano di tanto in tanto dai suoi pensieri. Per fortuna!

Spesso quando la notte smontava dal lavoro per non essere di peso a Maddalena, sua madre, si addormentava stanco per qualche ora sul lettino che si trovava in un monolocale nel retro del bar. Ciro, il proprietario, gli rimboccava le coperte, e poi, rattristato per la sorte del ragazzo, saliva la scala a chiocciola che collegava il bar all’appartamento al piano superiore dove abitava con la moglie Chiara e il figlio… un ginecologo affermato.

A volte, quando le luci erano spente e il silenzio della notte metteva il cuore in subbuglio, Gennarino faticava a chiudere gli occhi. Rimanevano per ore fissi a guardare il soffitto su cui scorrevano inquietanti i suoi pensieri, e non accennavano minimamente a cedere alla stanchezza. Le paure,. che di giorno sembravano abbandonarlo, riacquistavano vigore e lo torturavano come una lama che scortica i tessuti vitali e ferisce sempre più man mano che affonda nella pelle. Era un dolore che annientava tutte le forze e gli impediva non solo di reagire, ma anche di piangere, di urlare. Lo paralizzava dalla testa ai piedi e smorzava i discorsi, forse perché, secondo lui, non sarebbero serviti a niente.

- Un vero uomo non piange comme a na femmena –

si ripeteva ogni volta per calmarsi, passandosi nervosamente le dita affusolate fra i capelli ricci e sollevando più volte la testa dal cuscino per rabbia.

- A diciassette anni non si è ancora veri uomini! -

Lo sapeva bene ma non voleva accettarlo. Si rifiutava di capire cosa stesse davvero succedendo nella sua vita e in quella dei suoi genitori.

Lo bloccava la certezza di non essere all’altezza di una situazione più grande di lui..

Perché poi avrebbe dovuto continuamente ricordare che Maddalena, sua madre, faceva la puttana, e Pasquale, suo padre, beveva e andava a donne nei bordelli di Napoli?

Abitava – quando si ritirava a casa- nei Quartieri spagnoli dove vedeva di tutto: droga, prostituzione, alcolismo, violenza di ogni tipo. La sua casa ovvero un basso in fondo ad un vicolo stretto e semibuio nei pressi della Piazza di Montecalvario, era una catapecchia arredata con pochi mobili. Una vecchia lampada ad olio arrugginita posta come una reliquia sul comò davanti ad una statuetta in bronzo di San Gennaro era tutto quel che gli restava di nonna Carmela, morta di crepacuore, l’unica che gli abbia voluto davvero bene e che continua ad essere un punto di riferimento per lui anche da morta.

- Gennarì’, vieni qui da nonna tua, vieni, vieni, che ti do un bacio – gli ripeteva con un sorriso ogni volta che lo vedeva avvicinarsi e lo stringeva forte.

Poi puntualmente gli domandava facendosi seria – e a scuola tutto bene? Che devo venire io a parlare con la maestra?-

- No! No! – si affrettava a risponderle temendo di fare brutte figure.

- Nonna, nonna, se solo…

Andava spesso al cimitero a portarle dei fiori, le rose rosse che le piacevano tanto. Era l’unico anello che ancora lo legava alla sua famiglia.

Suo nonno, buon’anima, morì d’infarto cinque anni dopo la nascita di sua madre e non l’aveva mai conosciuto, né sapeva dove si trovasse il suo ossario. Gli altri parenti abitavano in altre città, alcuni persino all’estero e li ricordava a malapena, come fotografie sbiadite.

I suoi amici erano sempliciotti come lui, ragazzi di strada che se ne fottono di ciò che pensa ‘a gente : Nino di mattina vendeva verdura su un carrettino con un ambulante e di sera si spinellava o si faceva una pista di cocaina; Peppiniello lavorava in una panetteria e cercava di restare “pulito”, Nunzio si arrangiava in centro come lustrascarpe, Aniello, soprannominato “’o Pecuriello”, appassionato di cabala, si pregiava di dare con suo nonno, Tommasino ‘o Pazziariello, numeri fortunati pe’na gruossa venceta e infine Micco ‘o cafariello per i vicoli cantava con voce stridula e annacquata una musica da quattro soldi aspirando al successo.

Si ritrovavano di tanto in tanto agli angoli dei vicoli a raccontarsi storielle piccanti per dimenticare la malinconia.

Gennarino li ascoltava ma se ne stava sempre un po’ in disparte. Che aveva da dire il figlio di Maddalena, per tutti ‘a zuccullella d’‘o quartiere? Soffriva e stava zitto.

Pasquale, suo padre, disoccupato da tre anni ormai, tutti i giorni beveva fino ad ubriacarsi in qualche osteria e poi si addormentava su una delle panchine dei giardini pubblici per smaltire la sbornia.

Saltuariamente vendeva sigarette a contrabbando. Lo avvisavano sempre quando dovevano scaricare una grossa partita di notte giù al porto gli assidui frequentatori del bordello vicino al porto. E ovviamente chi non ha problemi a fottersi ‘e malefemmene, fotte anche gli altri senza troppi scrupoli. Ed è un rinculo reciproco, come quello improvviso di un calcio di pistola.

Stentava a mantenersi in piedi anche quando gli consegnavano i pacchetti di sigarette, gli occhi annebbiati dall’alcool per un attimo si facavano lucidi e gli sembrava d’ avè’ na’ grazia di San Gennaro fra le mani nodose e ruvide.

Poi per festeggiare andava a cercare ‘a Rossa, ‘a regina d’’o burdello e facevenno l’ammore fino all’alba.

Se Maddalena gli metteva ‘e corne, a lui cosa più lo tratteneva ? Si tradivano a vicenda cercando una redenzione che non arrivava.

‘A Rossa tinta, co ‘ll’ uocchie celesti e grandi, era ’a cchiu bella d’’o burdello, pure cchiù bella e’ Maddalena e poi non diceva mai di no. Pasquale affondava il viso mmiezo a ‘e zizze tuoste e ‘o faceva ‘mpazzì ‘o addore e’ vaniglia che sprigionava.. Era na frennesia fin’ ‘a ‘nfunno e si sentiva felice in sua compagnia.

Ma si trattava di una felicità effimera che il mattino ingurgitava voracemente con l’effetto della sbornia.

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