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Una storia di StefaniaCastella

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Gente per bene

solo una bambina

Pubblicato il 07 gennaio 2017

Ero una bambina solo una bambina. E lei come me. Eravamo amiche, studiavamo insieme, ridevamo insieme, cazzate, pensieri, bravate. Sogni progetti, boccate di fumo nascoste, serate di caldo d’estate. Felici spensierate. Che bella che è Roma al tramonto, che dici…che pensi... restiamo a parlare un pochino. C’è il dondolo che sfiora i sassetti, le bimbe saltellano e fanno la conta. Il tuo sguardo si ferma su loro. Sorridi. Sei bella amica mia. Uno due tre, lo facevamo anche noi. Ragazzine. Bambine. Eravamo bambine, Eravamo e mai più.

Ombre allungate. Non lo sono più. Ricordo il buio, ricordo il dolore. Ricordo la puzza. Era lei la mia amica, l’odore della pelle, della morte. Ero una bambina e loro erano giovani e ricchi e belli. E di buona famiglia. Erano morti, più morti di noi dopo. La loro zona morta, la loro testa spenta. La strada è buia non so dove andiamo, bevono, fumano. Ridono. Entriamo, balliamo, ridiamo. Smettiamo. E’ buio, è silenzio è un pugno che arriva, un colpo fortissimo, la cintura, colpisce la mia amica al viso, un rivolo di sangue si apre scivolando.

Non dovevamo, è stata colpa mia, colpa tua, colpa del destino, ci sembrava figo che ci guardassero, che avessero interesse verso noi che non eravamo che due ragazzine sceme. Loro universitari, macchinone, abiti lisciati perfetti, mica come i nostri amici, sfigati. “C’è una festa venite dai”.

E ci siamo guardate e pensavamo a cosa inventarci per restare fuori un paio di orette. Ci hanno dato appuntamento nella piazzetta di fianco alla fontana erano tre, erano carini. A pensarci adesso erano sguardi folli, erano sguardi fuori. Ma eravamo piccole, troppo piccole per capire.

Ci dividono vedo le sue gambe trascinate su per le scale, sento la sua voce sempre più lontana mentre si alternano in una notte intera, in un giorno intero e le ore non passano mai. Svengo mi risveglio lo sento addosso, ho freddo ci abbracciamo la mia amica ed io nude stanche sul pavimento del cesso di quella casa enorme. Nella pausa di un pestaggio e uno stupro infinito. E’ così l’uomo? E’ così ogni essere umano? Le mani che strappano, tirano, trascinano, vedo una cornetta del telefono, scivolano lacrime che non arriveranno a chiamare aiuto. Sento la sua voce diventare un rantolo. Sento l’acqua che scorre nel bagno è lì che resterà.

Avverto il freddo del pavimento, voglio stare lì, lasciatemi così, non sento, non vedo, non riesco a sentire il mio corpo, il dolore mentre i conati di vomito risalgono come il gelo dalla punta delle dita agli occhi. Ho freddo. Non usciremo vive da qui. Lo so. Lei non apre gli occhi, so che è morta, sento che è morta la vedo trascinata via infilata in un sacco lo faranno anche con me? Qualcuno mi colpisce resto così immobile è finita. Ma purtroppo è un’illusione e capisco che se non mi muovo, che se non respiro che se non penso non fiato non vivo, forse resterò viva. Ci raccolgono come sacchi di immondizia spinte in auto resteremo lì. Mentre urto il suo corpo immobile, sento che è rigida, sento l’odore marcio della fine che farò. Non mi muovo, ma passano le ore, e non ho più paura di nulla, la voce risale da sola un rantolo che somiglia a un ululato qualcuno lo sente, qualcuno solleva, qualcuno si copre la bocca, qualcuno non crede ai suoi occhi. Sono viva, in parte, sono viva, lo sarò per ancora altri anni, e giorno per giorno invocherò la giustizia che fino alla fine non arrivò mai. Ed eravamo solo due ragazzine.

Roma 29 settembre 1975

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