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Una storia di SimoneDelmo

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Centrifuga

Pubblicato il 30 marzo 2017

Lavaggio, risciacquo, centrifuga, scarico finale. Le due ragazze dell’agenzia sono davvero brave; l’hanno inaugurata da poco. Perché dover continuare a lavorare alle dipendenze di qualcuno quando avrebbero potuto farlo alle dipendenze soltanto del loro lavoro? I clienti le hanno seguite. Il fatto è che ti trattano allo stesso modo. Tu puoi andare in capo al mondo, star via due mesi, spendere 8.000 euro e ti trattano come chi deve solo prenotare una camera a Venezia per una sera. Come Lisa. Le sue lunghe dita da pianista sfogliano il catalogo dei voli transoceanici, i suoi occhi guardano luoghi che preferirebbero vedere dal vivo, la sua mente si rifugia in posti in cui poter giocare a mosca cieca senza paura di farsi male. Ultimamente si è fatta male troppo spesso. Lavaggio, risciacquo, centrifuga, scarico finale.

Hanno arredato con gusto. Il pavimento è in laminato chiaro, i soffitti sono alti, tipici di un vecchio palazzo, le pareti sono dipinte di bianco, di grigio, di azzurro carta da zucchero, come i termosifoni. Due poltrone scure accolgono i primi che entrano in agenzia, gli altri devono accontentarsi di qualche sgabello imbottito, gli ultimi stanno in piedi. Entra una coppia di ragazzi abbronzati, si tengono per mano e sono sorridenti; hanno la faccia da “scusate, tranquilli, non passiamo avanti a nessuno, stiamo poco, dobbiamo solo consegnare una cosa”. Poi quelle facce diventano parole. Si avvicinano a Laura e Antonella indaffarate dietro al monitor del pc: “Solo un piccolo ricordo della nostra luna di miele a Noumea” (“E io, che cazzo porto? Una gondola come quella che mia nonna teneva sul caminetto? O il modellino del campanile di San Marco che si colora di rosa e di azzurro?”). Anche Lisa ha un ricordo della sua luna di miele, solo che non è piccolo e non si può neppure consegnare a qualcuno sorridendo. Lavaggio, risciacquo, centrifuga, scarico finale.

Due ragazzini si dividono la poltrona accanto alla sua: uno seduto comodo, l’altro sul poggiolo. Il primo tiene in grembo un iPod e i due si dividono un auricolare a testa. Chissà se sono stati attenti a dividersi correttamente auricolare R e auricolare L? I Chemical Brothers li invitano a non fermarsi con Galvanize e le loro dita e i loro piedi sembrano effettivamente elettrizzati. Anche Lisa ama la musica: Pink Floyd. E si chiede come possa essere che The final cut venga venduto in una cesta di un supermercato a 8 euro e 90, mentre Marco Carta sia sul bancone e costi 20 euro e 50: “is that a hint of accusation in your eyes?”. Ma che mondo è? Dov’è il rispetto per l’arte? Il 15 luglio dell’89, a poco più di un mese dalla sanguinosa notte del 3 giugno di piazza Tienanmen, Lisa c’era al concerto dei Pink Floyd. Di nuovo Venezia. Ma non una Venezia da vivere in monologo come ora, no. La Venezia romantica, quella delle stelle riflesse nei canali, quella delle callette dai muri che vorrebbero abbracciarsi pure loro. Pure loro, Lisa e Andrea. Era vivere sul mare, era vivere sempre in burrasca, era colori vividi, era emozioni, era cavalcare l’onda, era rischio di annegare, era risalire la corrente, era immersione, era annaspare, era assecondare la marea, era trattenere il fiato quasi a voler trattenere quell’amore. Ma era pur sempre vivere: non l’eterno mare piatto di adesso. Lavaggio, risciacquo, centrifuga, scarico finale.

Davanti all’agenzia c’è un autoscuola: fuori ci sono tre ragazzi in attesa del loro turno di guida, mentre dentro se ne intravedono altri indaffarati a eseguire test per prepararsi alla teoria. A Lisa guidare fa paura; la patente l’ha presa quando ha compiuto 20 anni ma ha sempre preferito che guidasse Andrea. E’ degli altri che ha paura, di come sfrecciano veloci e di come sfiorano lo specchietto; e poi di notte ha sempre la sensazione che le altre macchine le vengano addosso. Come la gente alle feste, che ti fissa pensando che a te possa fare perfino piacere… e ti viene addosso con gli occhi, tanto gli occhi non fanno male, tanto gli sguardi non possono ferire, tanto le occhiate non lasciano ammaccature. Ma almeno a Venezia non serve guidare, soprattutto di sera. Lavaggio, risciacquo, centrifuga, scarico finale.

Entra un ragazzo sui vent’anni; entra in agenzia ed entra nella testa di Lisa: «Abbronzato, alto, muscoloso il giusto, bello, mi somiglia un po’. Accennando a me con la testa, si rivolge ad Antonella

“Sempre Venezia?”

“Sempre. Ma perché Venezia?”

“Ah no, non è Venezia il problema. Il problema è il sempre, un sempre che non ammette ritorno. E’come se si fosse fermata al periodo più bello della sua vita, quello vissuto con papà, anzi no, magari: non è ferma là, è come se là volesse farci sempre ritorno…”

“Ma non è là che Andrea è sparito?”

“Sì, ma là è anche dove siamo stati concepiti io e Daniele: quando sentivo il mio prof di filo parlare del legame tra morte e amore, tra dolore e gioia ridevo. E ora… Spesso l’episodio che ti fa più male è anche quello che ti salva, almeno per un po’, almeno fino a quando ha saputo che Andrea era vivo e aveva un’altra vita. Da allora è entrata in un vortice che si ripete all’infinito, un meccanismo che lei vorrebbe la riportasse indietro”.

Poi il ragazzo si gira verso di me, mi tende la mano “Vieni mamma?”». Lavaggio, risciacquo, centrifuga, scarico finale.

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