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Essenziale 2049

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Terra fredda

Il progresso non reinventa l'uomo, ma lo ripete sotto altre spoglie: l'essenziale non ha tempo.

Pubblicato il 09 novembre 2017

Ormai era passato un anno dalla colonizzazione della Luna. L’idea che tanta gente già lavorasse lassù entrò veloce e con prepotenza nel pensiero collettivo. Divenne chiaro al mondo intero che la tecnologia aveva finalmente adempito alle aspettative della fantascienza: fuori dall’orbita terrestre, su un altro suolo, c’era adesso la vita.

Grazie all’efficienza crescente degli strumenti messi a disposizione dei ricercatori, fu confermato che sulla superficie del corpo celeste c’era dell’acqua: si chiarì che occorreva estrarla dagli strati interni della crosta e dai crateri non esposti alla luce solare. Non passò molto tempo prima che tutti si convincessero che era necessario sfruttare ogni risorsa per fronteggiare la carenza idrica della Terra.

All’alba dell’anno 2049, il satellite ospitava trecento costruzioni dotate ciascuna di ogni genere di comfort. Ognuna di esse possedeva la propria console centrale, da cui era possibile operare e monitorare l’estrazione idrica di una specifica area. Tuttavia, il progetto non si realizzò nei tempi previsti perché nessuno, su otto miliardi di persone, era disposto a lasciare la Terra. D’altronde, non sarebbe stata certo una visita di piacere, ma una serie estenuante di rigorosi e costanti allenamenti per far abituare i futuri cosmonauti al severo regime dello spazio e, successivamente, una massiccia preparazione per rendere i medesimi capaci di guidare le trivelle lì allestite. Non solo: si diede per scontato che esclusivamente individui giovani e in salute sarebbero stati presi in considerazione per la missione.

Intanto, nelle zone più povere del mondo, alcuni rubinetti cominciarono a non erogare più acqua. Si spiegò che non ce n’era più. L’allarme cresceva e, per risolvere la faccenda, da parte di tutti i governi fu emessa una legge durissima, secondo cui tutti i cittadini al di sotto dei quarant’anni erano obbligati ad andare sulla Luna, in gruppi di cento, per coprire un turno lavorativo quinquennale, al termine del quale sarebbe stato possibile chiedere il congedo e fare ritorno nelle città. La ragione di una decisione tanto drastica risiedeva nel fatto che l’acqua fosse indispensabile a chiunque e fosse quindi dovere di chiunque lavorare per potersela permettere.

Cajetan aveva chiesto all’ente di riferimento per le spedizioni lunari di poter esercitare l’impiego di trivellatore non solo per i cinque anni che gli erano utili per il congedo, ma anche per quelli che spettavano a Fenice, la sua ragazza, facendo sì che un unico turno lungo dieci anni sarebbe valso per due persone. Purtroppo, benché la procedura ammettesse il trasferimento dell’onere lavorativo, la richiesta venne bocciata sul nascere per una semplice clausola di fine accordo non rispettata: lei, già laureata e la sola tra i due a possedere un titolo di studio, era più predisposta del partner a recepire specifici argomenti di natura fisica e matematica. Infatti, con una facile statistica, non fu affatto una sfida, per il monotono operatore di call center contattato dal giovane, spiegare che i criteri di selezione del personale da mandare in orbita tenevano altamente conto del livello di istruzione raggiunto dalle parti, poiché esso era proporzionale al costo della formazione e incideva, quindi, sul budget considerato per avviare il progetto di trivellazione ed estrazione dell’acqua. In conclusione, Cajetan dovette rassegnarsi all’idea che la sua ragazza sarebbe partita alla volta della Luna. L’allenamento e la formazione dei cento lavoratori spaziali erano conclusi. L’indomani, Fenice sarebbe andata via.

Era l’ultimo giorno di Agosto e i due, datisi appuntamento, fecero il solito percorso che dalla città portava al mare. Amavano tanto quel posto. In quell’occasione, però, rimasero entrambi ammutoliti. Quando si accorsero della cosa, quasi non ebbero il coraggio di guardarsi negli occhi. Fenice si fermò e, per prima, scrutò Cajetan. La strada era deserta, già si udivano le onde. Lui fece qualche passo in più e si piantò immobile, alle sue spalle. Sospirò, poi alzò il capo. I due camminarono l’uno incontro all’altra dolcemente. Si abbracciarono, si baciarono, piansero. In lacrime, Cajetan espresse tutto quello che provava. Le disse che sarebbero potuti fuggire assieme, che non era necessaria la sua partenza, che già aveva pronto un piano, ma lei fermò il discorso a metà e dissentì. L’esitazione si ritirò fino a scomparire: l’acqua era essenziale.

Scoccarono Settembre e i preparativi per il lancio. Senza rendersene conto, Cajetan pronunciò parole d’addio. Fenice lo redarguì. Sorrideva serena, come quando, pur essendo impossibile sottrarsi a un dovere, si crede in un futuro migliore. Lui analizzò impotente, un’ultima volta, ogni dettaglio del viso che amava alla follia. Il razzo si allontanava sempre di più nel cielo, finché non ne rimase soltanto una lunga scia di condensa che velocemente si dissipò. Il ragazzo cominciò ad avvertire un senso di nausea e di smarrimento, attenuato, in seguito, solo dal terapeuta. Durante una delle sedute con quest’ultimo, Cajetan spiegò che la vicinanza tra casa sua e casa di Fenice aveva reso molto facili gli appuntamenti. Il rapporto con la ragazza, fino ad allora, era esulato dall’utilizzo di mezzi di comunicazione virtuale, ma chiamate messaggi e social network non erano affatto banditi, solo spontaneamente limitati con reciproco consenso.

Chiaramente, pur di rimanere in contatto nella nuova situazione, le videochiamate divennero all’ordine del giorno e nondimeno i messaggi scambiati.

I più recenti televisori si avvalevano della realtà aumentata e necessitavano di particolari dispositivi per essere utilizzati. Questi, connessi al capo tramite marchingegni simili ad elettrodi, tra le tante funzioni, erano capaci di decodificare gli impulsi cerebrali dello spettatore e di dirottare le immagini delle pubblicità verso contenuti per lui più evocativi, al fine di convincerlo ad acquistare. Quando Cajetan vide per la prima volta lo spot sulle nuove intelligenze artificiali messe in commercio, la realtà aumentata piazzò davanti ai suoi occhi una macchina in tutto e per tutto simile a Fenice. Essa parlava, sorrideva, ammiccava. Di reazione, il casco di fili venne tolto in fretta e furia e gettato contro lo schermo, che si frantumò. Il giorno seguente, uscendo di casa, il ragazzo trovò un automa di fronte alla porta, ancora imballato e dal mittente anonimo. Nulla poteva prendere il posto di una persona, benché meno un’intricata scatola metallica tenuta assieme da bulloni, eppure - fu forse opera della curiosità - le mani di Cajetan procedettero quasi in automatico allo scarto della confezione. Dopo qualche minuto, l’oggetto era in salotto, accostato ad un armadio. Il giovane sfoderò dal portafogli una foto di Fenice, era sbalordito dalla somiglianza. Alla ragazza mai fu fatta menzione dell’inaspettato omaggio, per timore che potesse essere visto come una blanda sostituzione alla sua reale presenza.

Passò un mese. Il tenore di vita lì sulla Luna divenne sempre più definito, a seguito delle tante parole spese in merito dalla cosmonauta: l’edificio in cui alloggiava era effettivamente dotato di tanti comfort, però, non essendoci alcuna manutenzione periodica, molte delle apparecchiature installate erano malfunzionanti e inservibili. Inoltre, i ritmi di lavoro erano stressanti e il cibo scarso.

Verso metà Ottobre, una violenta tempesta elettromagnetica disabilitò le comunicazioni di tutto il paese. In quei giorni, cessò anche il dialogo tra la Terra e il satellite naturale.

Cajetan era a letto, aspettando che si illuminasse il led di notifica del cellulare. D’un tratto, notò un’ombra insolita proiettata sul pavimento: l’automa aveva preso vita spontaneamente e vagava per la casa già in fase di memorizzazione della planimetria. Lo spavento fu inevitabile. Venne spiegato che la tempesta aveva causato l’attivazione involontaria dell’androide. Già che c’era, il ragazzo ne approfittò per impostare i parametri iniziali, come il genere e lo specifico timbro vocale, al che la macchina prese vita. La sua coscienza, lungi dall’essere umana, era un programma in grado di registrare e interpretare le reazioni emotive di chiunque. Abilità, questa, grazie a cui gli era consentito fare specifiche azioni valutando se ad ognuna di esse fosse eventualmente associata, in memoria, una risposta positiva o negativa da parte di qualcuno che la prima volta la vide compiere. In più, i robot erano tra loro interconnessi. Le esperienze vissute da qualunque macchina venivano immagazzinate nei server privati della corporazione madre e, da qui, riciclate nel bagaglio di vita del resto degli apparecchi, per i quali divenne possibile riconoscere la genuinità di una condotta servendosi del vissuto di un loro simile che già ne aveva sperimentati gli effetti. Dopo aver passato ore vicino al compagno spedito per posta, Cajetan era ormai entrato in un perpetuo perfezionismo, in preda a cui non riusciva a smettere di aggiungere nuove direttive al già cresciutissimo database della memoria virtuale. Il goffo volto artificiale di Fenice ricordò a Cajetan i primi giorni passati assieme alla vera lei, i momenti in cui tutti e due volevano gridarsi amore a vicenda ma poi venivano vinti dalla timidezza. Per un istante, il ragazzo sulla Terra ricucì il vuoto che aveva dentro.

Il giorno seguente, egli era al lavoro. Occupava un posto d’ufficio al servizio della sicurezza stradale. Il suo compito era supervisionare precisi punti della mappa metropolitana facendo uso delle trasmissioni che arrivavano su monitor. Tutte le vetture erano dotate di levitazione magnetica e, anche quelle dei civili, avevano, incluso in un vano inferiore, un drone sganciabile munito di telecamera. Suddetto drone era di proprietà dello Stato e non del possessore dell’auto. Quando il veicolo copriva i tratti situati sotto il controllo dell’impiegato della sicurezza stradale, si stabiliva in automatico un collegamento tra telecamera e computer di ufficio. Quel giorno, a Cajetan era toccato il setaccio dell’affollato centro città. La situazione era tranquilla. Una cosa, però, gli rimase impressa: ovunque cadessero i suoi occhi, notò che la presenza degli androidi fra la gente era cresciuta esponenzialmente. Quel giorno, tant’è, non c’era persona che non avesse a fianco a sé una delle note macchine senzienti. Nel giro di un mese, l’intelligenza artificiale a basso costo poteva dirsi moda affermata e piacente. La stessa cura con cui la maggior parte delle persone aggiornava i propri profili sui social network, era adesso riservata alla crescita spirituale del loro robot di appartenenza. Ben presto, tutte le macchine acquistate allo scopo di intrattenere o di emulare una persona non più in vita divennero dei meri alter ego di coloro che l’acquistavano. L’ingranaggio era semplice: dal momento che la coscienza dell’androide era programmabile sulla base delle informazioni inserite dall’acquirente del prodotto, era evidente che, prima o poi, quest’ultimo avrebbe finito col rispecchiare il carattere del suo stesso mentore anziché quello di terze persone. Ciò, sebbene andasse contro il piano originale dell’industria, mandò le vendite alle stelle. Un’ennesima tendenza pronta a inghiottire le menti di tantissimi ma a cui Cajetan rifiutò di prendere parte. Bastò quel pomeriggio in ufficio perché si rendesse conto che tutti i suoi valori stavano scivolando via silenziosi. Gli ritornò in mente il sorriso di Fenice prima della partenza e, ancora, la vicinanza speciale che li aveva uniti incondizionatamente fino a quel momento. Capì che Fenice era il motivo per cui aveva senso continuare a bere: l’essenziale che serviva all’essenziale. Di colpo, ignorò l’intero dibattito creatosi attorno alla carenza idrica mondiale. Di colpo, restrinse il proprio interesse a se stesso e alla propria felicità. Tornò a casa.

Neanche più il cellulare dava segni di vita. La situazione stava diventando insostenibile. Il fac-simile della donna, con in volto una smorfia spacciata per sorriso, non era la compagnia ideale. In un impeto di rabbia, il giovane scaraventò a terra l’umanoide, che eseguì un riavvio forzato del software. Improvvisamente, il cellulare squillò. Il display segnava chiamate perse e ricezioni fallite di messaggi da parte di Fenice, in numero esorbitante. Nel momento esatto in cui l’automa riprese coscienza, le notifiche, ancora in corso, terminarono. Più Cajetan pensava all’episodio, più si interrogava sulla natura della tempesta magnetica dei giorni scorsi. Infatti, se le comunicazioni si erano interrotte, ciò sarebbe dovuto valere anche per quelle televisive e per quelle dei droni a lavoro. Tra l’altro, il fatto che il cellulare avesse squillato poco prima, scongiurava anche l’ipotesi che i malfunzionamenti riguardassero soltanto i telefoni. Certo, era possibile che la frequenza si fosse liberata per caso, ma una verifica andava fatta. Per di più, lo squillo del telefono successivo allo spegnimento momentaneo del robot e la rinnovata irreperibilità del segnale successiva al riavvio dello stesso robot, alimentarono i dubbi del ragazzo attorno alla questione.

Egli non uscì di casa per parecchio tempo, finché, essendo all’oscuro di quello che stava capitando sulla Luna ormai da settimane, non si decise a far visita all’ente deputato all’organizzazione dei viaggi spaziali. Lì, gli confermarono che la tempesta aveva compromesso criticamente le comunicazioni fra i computer delle stazioni terrestri e quelli delle basi lunari. Aggiunsero che non erano stati inviati dei tecnici a risolvere il problema poiché non era stata ancora individuata la sorgente del guasto. Proprio mentre l’operatore stava porgendo i rituali saluti, Cajetan intravide atterrare, da lontano, un cargo spaziale adibito al trasporto degli approvvigionamenti. Prima di andarsene, il ragazzo chiese perché non fosse stata inviata una squadra di soccorso che avesse verificato le condizioni di salute dell'equipaggio. Gli fu risposto che i sistemi di bordo di tutte le navicelle non rispondevano ai comandi sempre a causa delle frequenze disturbate. A quel punto, avuta la certezza che si trattasse di una menzogna, giacché la nave di trasporto era di fronte a lui in moto, egli capì di dover intervenire. Approfittò della momentanea distrazione dell’interlocutore per sfuggirgli via. Stranamente, uno dietro l’altro, i portelloni che davano accesso al cargo si spalancarono. Suonò l’allarme di emergenza intrusione. La serratura elettronica della navetta era sbloccata senza nessun apparente logica. Subito si attivò la procedura di decollo immediato. A nulla servirono gli interventi della centrale per fermarlo. Un’interferenza impediva loro di inviare istruzioni alla console di bordo. Così, il razzo partì indenne. Cajetan fu costretto ad aprire buona parte degli scatoli presenti in cabina per trovare una tuta spaziale, altrimenti non sarebbe sopravvissuto. Alla fine, riuscì a trovarla e a indossarla. Non gli piacque che, assieme a viveri e tute di scorta, gli scatoli contenessero anche armi assemblate ad hoc per essere adoperate sulla Luna.

Volgeva al termine il mese di Novembre. Le azioni di Cajetan erano seguite in tutto il mondo dai notiziari. Non ci si aspettava che un ragazzo inesperto potesse aver raggirato sistemi di controllo collaudati. Rimaneva ancora un mistero il modo in cui fosse riuscito a imbarcarsi verso lo spazio: sequenza fortuita di colpi di fortuna? Attento e scrupoloso piano? Le testate giornalistiche si divertivano a diffondere teorie su teorie. La capsula spaziale, frattanto, giunse a destinazione.

Nessuno era lì a ricevere il rifornimento. Il cargo era atterrato non troppo distante da uno degli allestimenti, in cui Cajetan si infiltrò prontamente all’interno. Si sentivano parecchi frastuoni e suoni di spari. Decine di persone erano stese sul pavimento, alcune senza vita, altre ferite. Sembrava proprio che sulla Luna fosse in corso una guerra.

Nelle stesse ore, orde di uomini, seguendo i comandi del colosso spaziale a capo di tutte le spedizioni, erano in cerca della misteriosa interferenza che bloccava il segnale da Terra a Luna e, contemporaneamente, giornalisti, forze di polizia e investigatori privati di tutto il mondo si attivarono per scoprire di più sull’accaduto. I primi fatti sconcertanti vennero a galla.

Cajetan si avvicinò a uno dei corpi distesi, colto da un’ansia irrefrenabile. Pregava, cinicamente, che quel respiro affannato e morente non appartenesse alla sua amata. Un’altra donna, più giovane, lo fissò dritto negli occhi e, raccogliendo le ultime forze, gli spiegò che la guerra era scoppiata dopo che la confederazione addetta al rinnovo del personale aveva annunciato indisponibilità finanziaria per coprire i costi di ulteriori allenamenti e formazioni. Quindi, l’ammutinamento di massa e la conseguente guerra scoppiarono non appena si venne a conoscenza della reale e sempre taciuta condizione economica degli organizzatori dell’estrazione idrica. Dopo aver fatto il possibile per risparmiare, selezionando persone molto giovani e dando priorità di lancio a quelle laureate, cogliendo che avrebbero dimezzato i tempi di apprendimento delle tecniche di trivellazione, il pugno di uomini dietro il progetto aveva intenzione di lasciare i coloni lunari sul posto ben oltre la scadenza del loro turno, contando sul fatto che, in cambio di cibo, mandato in orbita non tanto spesso, i lavoratori avrebbero svolto le mansioni loro assegnate senza opporsi. Dissuasi alla ribellione, tra l’altro, dalle pattuglie di controllo disseminate sul territorio. Ma, sebbene in minoranza e privi di qualunque mantenimento, i raggirati non ressero il colpo e così avvenne la strage.

Sulla Terra, a seguito di profonde investigazioni e raccolte dati, i giornali completarono il quadro: la società spaziale era strettamente affiliata a quella produttrice di intelligenze artificiali. Attraverso la strategica distribuzione anonima di alcuni modelli di androidi a persone che, più delle altre, sarebbero potute rimanere colpite dall’assenza prolungata di uno dei membri coinvolti nel piano di estrazione idrica lunare, la prima si assicurò che nessuno denunciasse il sequestro di un loro caro, sostituito ad arte da un androide che, essendo uguale al rimpiazzato, parve essere sempre esistito. Gli automi, per quanto riuscissero a imparare dai loro errori, possedevano una tecnologia fragile e ancora acerba. Essi non sarebbero mai riusciti a trivellare il suolo lunare perché si trattava di un’attività troppo complessa e lontana dai loro standard di apprendimento, di un’attività per la cui realizzazione sarebbero stati idonei solo gli esseri umani. Per isolare ulteriormente i cosmonauti ed evitare, da parte loro, scomode richieste d’aiuto alla Terra, nelle teste dei cyborg fu impiantata un’antenna capace di disturbare il segnale di tutti i dispositivi inseriti in lista nera: fenomeno attribuito poi a una calamità naturale mai realmente avvenuta. Così facendo, l'umanità avrebbe guadagnato acqua in cambio di qualche testa sacrificata.

Fenice era viva. Si era barricata nell’abitacolo di una trivella. Cajetan, armato, riuscì a spianarsi la strada non senza difficoltà fino ad arrivare a lei e a metterla in salvo. Senza mai voltarsi indietro, i due corsero in direzione della navetta parcheggiata, superando i corpi di tante vittime innocenti, e ripartirono. Nel viaggio di rientro in navetta, la paura di entrambi era altissima. Non pensavano si sarebbero più rivisti e non pensavano sarebbero scampati alla morte. C'era molto da raccontare. In quell’occasione, tanta fu la felicità nell’essersi ritrovati che la promessa di amore eterno venne ripetuta più e più volte. Al loro ritorno, la storia venne resa pubblica. I colpevoli furono arrestati e condannati. Il progetto di estrazione idrica sulla Luna venne accantonato; ci si affidò, invece, alle promettenti iniziative che garantivano la conversione di acqua marina in acqua potabile; d’altra parte, la compravendita di intelligenze artificiali crebbe a dismisura e la figura dell’automa di famiglia si affermò nelle case come nuovo immancabile possesso.

Intanto, prima che tutto ciò succedesse, la sagoma dell’androide si muoveva lenta nell’oscurità della casa di Cajetan. La vasca da bagno era colma d’acqua. La macchina vi si tuffò dentro e sancì la propria fine. Contemporaneamente, ogni singolo robot esistente eseguì un riavvio e si spense per qualche minuto. Fiumi di parole mai ricevute inondarono i cellulari impolverati di tutti coloro che aspettavano il ritorno di qualcuno dallo spazio.

Nei laboratori dismessi della società spaziale, l’interferenza che aveva reso impossibile il controllo delle operazioni di lancio del cargo, dai computer smise di essere rilevata.

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