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Una storia di AlessiaScipioni

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Ho in mente te.

Pubblicato il 26 febbraio 2017

Ho in mente un personaggio da due anni, in questo lasso di tempo l'ho visto crescere, rafforzarsi, farsi le ossa attraverso i miei pensieri. In questa parte di vita ho segnato su carta ogni evento nuovo che la sua personalità svelava. L'ho ascoltato come se fosse un amico che si confidava e, intanto, appuntavo ogni memoria, ogni confidenza.

Dapprima era solo un volto, uno sguardo verde e una cicatrice ben in vista sul lato sinistro del volto. Quel segno, però, lasciava all'oblio degli occhi l'apparenza e nascondeva orme profonde e non visibili.

Era nella mia testa che mi puntava con i suoi occhi smeraldo, con i suoi capelli mossi che gli accarezzavano le spalle, mostrandomi quella fierezza di chi sa cosa ha attraversato ed è orgoglioso di avercela fatta. Mi sfidava con quello sguardo, era come se mi dicesse:

«La vuoi conoscere la mia storia? Vuoi che te la racconto?».

Allo stesso tempo, però, scaturiva dal suo silenzio quella classica diffidenza che mostrano gli sconosciuti, come se non volesse svelare a chiunque chi era veramente.

Un tipo poco raccomandabile a vista. Non volevo, però, soffermarmi sull'apparenza. Volevo sapere chi avevo di fronte e, per questo, ho passato un periodo di tempo a coccolarlo. Qualcosa mi diceva che era in cerca di quello che non aveva mai conosciuto, che la sua esistenza era stata difficile e che cercava, in parte, la pace dei sensi. Cominciai da dove incominciano i sogni: dall'amore.

Ho passato mesi a costruirgli un presente, a dargli quello che l'istinto mi suggeriva come il suo bisogno primario, intanto rimanevo in attesa...che mi svelasse la sua storia.

Gli trovo una donna e lo rendo padre di ben quattro figli. Non conoscendo il suo passato e la sua personalità in pieno, ho reso questo amore strano, fatto di silenzi e di parti di vita nascoste ai figli, per esempio.

Lui, intanto, continuava a fissarmi con il suo sguardo forte e in segno di sfida continuava a restare in silenzio. Si era fatto avanti di qualche passo, lo vedevo meglio e ne ricostruivo con più precisione i tratti. Il lato destro, quello sano, mostrava un uomo maturo e di una certa bellezza che veniva affievolita dallo sfregio che portava sull'altro lato del volto. Era come se fossero due persone nette e distinte che convivevano nella stessa faccia di una moneta.

A un certo punto notai che si mostrava, nei miei pensieri, sempre con la stessa maglietta. Una t-shirt a maniche lunghe nera, che veniva puntualmente coperta con delle camicie, delle giacche, ma era sempre ben visibile. Una specie di seconda pelle.

Capii che nascondeva qualcosa, che quella maglietta non era sempre presente per pura casualità: nascondeva qualcosa. Cercai di capirlo ma rimaneva serrato nel suo mondo silenzioso. Un tipo di poche parole, fino ad allora aveva solo sviolinato il suo nome: Edoardo. Da dove veniva: Napoli. In quale zona di Napoli era cresciuto: Quartieri Spagnoli.

Basta, non aveva detto nient'altro. Tutto il resto era celato da un mistero che ho scoperto, passo dopo passo, nell'arco di due anni. Era come se ogni tot tempo mi concedesse un regalo e mi svelasse qualcosa di lui.

Ho faticato parecchio per capire chi fosse, cosa voleva e che cosa si aspettava da me. Perchè avesse scelto me per raccontarsi, perchè voleva dire la sua finalmente.

Alla fine ci siamo messi d'accordo, una specie di compromesso interiore che abbiamo stipulato nella più totale fiducia, l'uno nell'altra.

Io sono il braccio e lui la mente. Io scrivo e lui detta...la sua storia, la sua caduta, la durezza della vita. Racconta, attraverso le mie mani che scrivono su un foglio, gli anni bui della sua giovinezza, scavalca l'apparenza delle cicatrici impresse a pelle e viaggia verso le ferite profonde del suo io...ferite che mai hanno smesso di sangunare.

Vicoli, bassi, Poggioreale. La consapevolezza che non sarai più come prima. La bestia sepolta che prende vita.

«Il carcere non ti cambia, come dicono, ti annienta». Ho ancora il suo tono di voce rabbioso che me lo annuncia in testa.

Non mi resta che scrivere, dopo anni che cerco di conquistarmi la sua fiducia, ciò che mi sta raccontando finalmente. La sua storia, il suo passato, il suo presente e, per una volta, quel piccolo spiraglio che vede nel futuro.

Il futuro...ecco...un'altra frase che mi ha colpito e che mi ha detto poco fa:

«A quei tempi, ho quindici anni e sono finito. Non ho sogni, non ho potuto mai permettermeli. I sogni li ha chi pensa al futuro. Io dovevo pensare a sopravvivere in una foresta fatta di vicoli, di povertà e disperazione. Mio padre è uno psicopatico a piede libero. L'unica cosa che ho appreso da lui è la legge del più forte. Lo sguardo che mai cede. Lo sguardo è fonte di forza, mai abbassarlo, mai retrocedere con gli occhi, mai cercare di evadere qualche volto. Punta la preda e fissa. È lui che deve indietreggiare, è lui che deve abbassare gli occhi. Tu devi incutere paura, devi far vedere la tua forza. Sguardo deciso e cattivo, senza stare a guardare chi hai davanti. Che sia un bambino o meno, non ha importanza. Lo sguardo deve dominare, deve diventare un territorio, qualcosa che parla di te tra il silenzio. Devono guardarti e capire chi sei, che non scherzi, che non hai paura. Qui, tra i vicoletti serrati dalla miseria, chi ha paura muore presto».

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