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Una storia di Autunno

Iniziazione

Carne, Fuoco, Cenere

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Pubblicato il 14 maggio 2018 in Fantasy

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Anno 25 -Calendario della tregua

Fresco di voti, Rysor Ames si unì alla campagna nelle lande del Doarra, una regione di altopiani chiusa tra le montagne Duer e il Caer Da, sotto diretto comando dell’Esercito Porpora. Il suo percorso di formazione nella Chiesa dell'Oltre non era ancora volto al termine, avrebbe così compiuto la parte finale del suo Telath, il tirocinio dei Diaconi, in missione.

La lunga fila di soldati, disposti in una linea sottile lungo l'antica strada, aveva già valicato il Passo di Thuar e, lasciate le sottili e slanciate pietre del massiccio alle sue spalle, lo sguardo di Rysor si perse nel verde delle lussureggianti valli che si trovava dinnanzi.

Si diceva dei popoli che le abitavano che fossero dei barbari assetati di sangue, e si diceva anche che i loro guerrieri fossero troppo vicini ai confini, quelli imperiali, dove i coloni coltivavano la terra strappata alle antiche foreste e le carovane mercantili costruivano le loro rotte. In una situazione già tesa, accadde il casus belli. Un villaggio di coloni, di li a poche miglia, fu saccheggiato e distrutto dai guerrieri Doar e i superstiti di quel massacro parlarono di crudeltà e violenze inaudite.

Nonostante tutto quello che si era detto di quel popolo, Rysor non trovò tuttavia alcun riscontro alle dicerie durante il suo viaggio. Dei villaggi incontrati, inceneriti dal passaggio dell’Esercito Porpora, rimanevano poche tracce e non di certo quelle di grandi assembramenti di guerrieri. Nemmeno l’ombra egli vide dei leggendari guerrieri Doar.

Non questionò le motivazioni della campagna con il suo Diacono, del quale si fidava ciecamente, ma certo non capiva le motivazioni della guerra. Doarra era una piccola provincia del Caer Da, ridente ma non minacciosa. Nella capitale si riteneva che l’esercito fosse lì per mera formalità, un deterrente sufficiente a portare vantaggi commerciali e imporre qualche dazio. Ma quando Rysor Ames passò a fianco ai resti di due villaggi, gli apparve evidente che si trattava di una vera campagna militare: o meglio, di una rappresaglia.

Tenne i suoi dubbi per sé, oltrepassando quei confini immaginari con animo rabbuiato. Il suo compito certamente di dissipare le ombre degli animi e rincuorare gli uomini indeboliti dalla battaglia, chiudendo le ferite e raccogliendo i caduti, ma senza mostrare debolezza o cedere allo sconforto.

All’inbrunire del dodicesimo giorno egli scendeva il fianco di una docile collina con un drappello di uomini rodati, tutti veterani. Muovevano per riunirsi al gruppo principale dopo aver compiuto una ricognizione alle pendici di un colle. Uno di loro fermò il cavallo, indicando un rivolo di fumo che saliva contorcendosi dal centro del declivio.

- E’ lungo il cammino, cazzo. Non costa niente passarci - Tuonò il Porco, così chiamato per stazza e portamento. Gli altri annuirono in segno di assenso e presero a cavalcare rapidamente. Rime non capiva il senso di quel cambio di percorso, ma considerò che l’esperienza dei guerrieri valeva pur qualcosa.

Il fumo proveniva da un comignolo in pietra, sulla sommità di una casupola, forse di un allevatore locale. Galopparono brevemente e raggiunsero la staccionata.

Il Porco urlò di gioia. - Finalmente, stavo morendo di sete -.

Il Marshal non fece in tempo a battere il pugno sulla porta che questa si spalancò repentinamente, per venire occupata dalla sagoma di un grosso uomo barbuto dagli occhi chiari, il viso ricoperto di segni geometrici, armato di lancia.

- Poggiala o ti farai male - ridacchiò la Iena da dietro ma poi, vedendo che quello sembrava ignorare l'avvertimento commentò: - Mi sa che il coglione non ha capito -.

L’uomo chiuse la porta dietro di sé. Il Marshal non gli lasciò neanche il tempo di fare un passo. Senza alcun preavviso, con un colpo secco del guanto d’arme, gli strappò la lancia e la abbatté con violenza sul ginocchio dell’uomo, spezzandolo. Dal piano superiore, una voce femminile urlò qualcosa che suonava come “Padre”.

Fu quello l’inizio dell’inferno.

Il Porco rise sguaiatamente e sfondò la porta. A nulla valsero i tentativi dell’uomo di fermarlo; oramai a terra, imprecava nella sua lingua una sorta di invocazione di pietà. Il grassone fu superato dalla iena - Lasciala a noi - sibilò con uno stridulo tono divertito - Guarda! per te c’è quel bel bambinetto! -.

Rysor fu colto alla sprovvista, non stava capendo fino in fondo. Una larga parte del suo animo non voleva capire. Ma le urla della giovane donna spezzarono quella sua specie di stasi, costringendolo ad agire. Incurante del peso della propria armatura, scostò come birilli i soldati che affollavano l’ingresso della stanza della ragazza. La iena aveva già piantato il suo cazzo nella ragazza, battendola come una cagna. Gli altri soldati si apprestavano a chiudere i restanti orifizi, quando Rysor irruppe nella stanza spingendoli via con tutte le sue forze.

Ma le sue forze non bastavano.

Gli uomini che ancora non abusavano della giovane che urlava di dolore e disperazione, lo presero di forza e cominciarono a colpirlo selvaggiamente. Sentì il suono delle sue costole spezzarsi mentre calci e pugni rovinavano su di lui. Perse per un attimo conoscenza mentre il terzo uomo placcava la donna e il quarto entrava in lei dando il cambio alla Iena.

Il Porco intanto si dava da fare sul bambino; avrà avuto cinque anni appena.

Rysor osservava impotente, con gli occhi sconvolti e il volto massacrato, l’avvicendarsi dei soldati sul corpo ormai paralizzato della donna. La disgraziata giovane avevasmesso di urlare, gli occhi sbarrati e fissi verso il cielo azzurro fuori della finestra, sembravano vagare lontani alla ricerca di qualcosa che la potesse portare altrove, almeno col pensiero. La Iena tornò su di lei, abusandola ancora una volta.

Rysor la fissava negli occhi, senza battere ciglio, gli occhi rossi inondati di lacrime e un nodo alla gola così stretto da soffocarlo.

Quando la Iena decise di finire il suo spettacolo con il “lavoretto di coltello” Rysor mugugnò di orrore. Si, alla Iena piaceva così. Piantò la lama in mezzo alle gambe di lei aprendola fino alla pancia, ghignando mentre la donna lanciava un ultimo straziante urlo in un gorgoglio di sangue.

Buio.

Riprese lucidità. Non sapeva quanto tempo fosse passato. Il pavimento era pieno di sangue e merda. Al suo fianco giaceva il bambino, col cranio fracassato contro il muro, il corpo spezzato all’altezza del bacino.

Rysor Vomitò.

Faticò ad alzarsi, scivolando nelle budella umane che ricoprivano il pavimento. Strisciò fuori della stanza. Scese le scale, scavalcò il corpo del padre sgozzato, riverso su un lato. Nessun cavallo ad aspettarlo.

Giunse all'accampamento a sera, con un lento mulo, unico sopravvissuto della strage della casupola. L'unità del Marshal, attorno ad uno dei fuochi, schiamazzava e bivaccava.

la Iena lo vide rientrare con la coda dell’occhio - Sporcaccione, ti sei divertito con quel che restava, eh?- risero.

Poi, solo fuoco.

Crepitava.

Il fuoco crepitava.

Lo fissò, a lungo. La sua voce, profonda e calmante.

Crepitava quando Il diacono lo scosse, gridandogli in faccia - Rysor, cos'hai fatto, cos'hai fatto ragazzo? -

Crepitava quando Il suo sguardo rimase fisso sulle fiamme. Il suo animo, uno con le fiamme.

Crepitava quando l'odore di carne bruciata invadeva ormai l'accampamento, mentre gli uomini del Marshal bruciavano, uno a uno, dati alle fiamme nel sonno.

La Iena non rideva più; nemmeno il Porco. Quando avevano tentato di fuggire o urlare, aveva trapassato le loro gole e tagliato i tendini delle loro gambe, così che potessero gustarsi ogni istante della loro morte. La pece era una bestia che non mollava. E l’acqua non valse a nulla; di loro non rimase che cenere.

Lo catturarono strattonandolo con violenza. La punizione che il Diacono gli impartì per volere del Comandante, non fu la morte. Lo chiusero in una gabbia di spesso legno, lo caricarono su un carro. Per la successiva decade lo tennero notte e giorno in mezzo ai campi di battaglia mentre gli uomini dell’armata Porpora distruggevano villaggi di civili, uccidendo uomini, giovani e vecchi.

Stuprarono le loro donne e tagliarono gambe e braccia ai loro bambini. Lasciarono alle madri la sofferenza di vedere i propri figli mutilati; lasciarono loro la sofferenza di doverli affogare nel fiume, morendo con loro. Quel mese di scorribande fu sufficiente a paralizzare Doarra. Nessun uomo, donna o bambino si oppose al Console quando giunse nella loro capitale. Doarra era loro proprietà. Un popolo libero, fiero e onorevole, affogato nel sangue.

In meno di due mesi la campagna volse al termine, e venne il momento di decidere le sorti di Rysor Ames. IL Diacono convinse il Capitano che il giovane era stato colto da Oblio e che le sue azioni non erano state sotto il suo controllo. Ucciderlo significava rischiare di portare nel nostro mondo i demoni che lo abitavano.

Rysor dal canto suo, sconvolto, si chiedeva come potesse il Diacono vivere con se stesso. Come poteva essere fedele di Orisen e al tempo stesso benedire le mani sporche del sangue innocente? Era forse tutta qui l’umanità? Questo meschino e grottesco simulacro dei valori che sentiva pulsare dentro il suo petto?

Tornati presso la capitale, il giovane Rysor fu inviato al tempio del dolore per ricevere la purificazione. Nel dolore che cercava di strappargli l’anima, egli cominciò a vedere. A capire. Era iniziato lentamente, dal giorno del massacro alla casupola. Lentamente aveva cominciato a notare che strani mostri camminavano tra gli uomini. La Iena, il Porco. Nient’altro che Demoni e diavoli, abbigliati alla maniera degli uomini. Forse stava davvero impazzendo, forse l’oblio era veramente giunto e la purificazione necessaria.

Anche i suoi torturatori, mentre laceravano la sua carne nelle più dolorose e raffinate maniere che il tempio conosceva, apparivano molto spesso come orribili creature dalle fattezze aliene e terrificanti. Fu lasciato a marcire nel fondo di una cella umida, dove si convinse che le voci che sentiva erano frutto dell’Oblio e della sua follia. Guardava il suo corpo martoriato: i segni che la tortura aveva lasciato percorrevano ogni lembo della sua carne, scrivendo una storia, disegnando simboli.

A volte la porta della sua prigione di dolore si apriva, e un uomo molto vecchio vestito di pochi stracci veniva fatto entrare per medicarlo. Egli curava soltanto alcune delle sue ferite, mentre altre lasciava così come erano - Bisogna che i segni si vedano- ripeteva.

Ma quella spugna che portava via il sangue e quell’unguento guaritore concedevano quel poco di sollievo necessario all'animo per restare vigile. Il Guaritore, ogni sera prima di chiudere la porta dietro di sé, lo rincuorava con poche semplici parole, sempre cantilenate - I servitori della Luce giungono sempre a lume spento - e ancora: - I diavoli sono appariscenti, gli angeli invisibili. Che la Luce non ti abbandoni mai -.

Al suo rilascio nessuno venno a cercarlo. Nessuno della sua famiglia, nessuno dei suoi amici. Meglio così, chi lo avrebbe mai voluto vedere in quelle condizioni. Inoltre nessuno, o quasi, usciva vivo da quel luogo: nemmeno lui forse, tanto si sentiva diverso dall'uomo che vi era entrato.

L’alcol di cattiva qualità divenne il suo compagno di viaggio. Teneva lontano visioni, demoni che camminavano per le vie e diavoli che chiacchieravano nelle locande. Visse nel buio delle sporche strade della città di Tufo, nei bassifondi di Orisen, dimenticato dal mondo che un tempo conosceva.

Un giorno passò al fianco di una mendicante. Gli occhi verdi, la pelle scura, il viso avvolto in un drappo che le nascondeva i tratti. Un seno scoperto, allattava il suo bambino. La mano della donna si levò, il palmo rivolto verso l'alto. Con un gesto quasi automatico, Rysor frugò tra le sue tasche, alla ricerca di una moneta o un tozzo di pane da donare.

Ma la donna cercava solo la sua mano.

Il tocco delicato sfiorò i segni indelebili che ricoprivano il corpo di Rysor, facendolo vibrare. Poteva giurare di aver visto uno di quei segni nella sua carne, emanare un lieve bagliore: una fiamma dentro di lui riprese a bruciare. La donna si alzò, e sparì scivolando in un corridoio buio. Rysor decise di seguirla, mosso dall’istinto e si inoltrò nei vicoli bui, la donna sempre sfuggente, sempre un passo avanti a lui. Sempre più in profondità avanzò così, nei meandri della città, e poi nei sotterranei oscuri, dove le vestigia di un tempo passato ricordavano all’uomo ciò che era stato prima.

La trovò immobile, al centro di una grande stanza, il bimbo stretto tra le braccia. Un suono di acqua corrente rimbalzava sulla roccia, ricordando il tintinnare di piccoli sonagli.

Allungò il braccio per raggungerla, avvicinandosi lentamente. La donna rimase immobile. La toccò.

Era fredda. Era fredda pietra. Una statua.

- Cenere - disse una voce dietro alle sue spalle. - Lei è Cenere - ripeté - Gli uomini l’hanno forse dimenticata, ma non tutti. Non quelli che hanno deciso, come te, di essere fedeli all’umanità.

Si girò di scatto. La voce, chiara e profonda, proveniva da una figura scura, con degli abiti logori e un cappuccio calato sul viso, identico a quello della statua. La penombra del luogo celava una parte dell’uomo, ma Rysor riconobbe il portamento di un guerriero. Quel combattente aveva tuttavia qualcosa in più di tutti quelli che aveva conosciuto. Aveva compiuto un inseguimento nelle ombre, tra vicoli scuri, piombando in un antico tempio sacro a una Dea ormai dimenticata: eventi davvero bizzarri, culminati infine con l'incontro di questo uomo ammantato che celava il proprio viso. Elementi sufficienti a diffidare di qualunque parola e atto. L’uomo trasmetteva comunque un'aura di fiducia, bontà e al tempo stesso determinazione. Una sensazione di profonda calma si diffondeva attraverso la sua voce nobile, la saggezza traspirava da quegli abiti logori: Rysor sentì di non essere giunto li per caso. La fiamma era accesa, il suo cuore pieno di emozione e le lacrime percorrevano il suo viso segnato dalla lama del torturatore.

-Hai vagato per tempo sufficiente. Spezzato eppur fiero. Caduto ma risorto più forte di prima. - sentenziò la voce, che ora sembrava giungere allo stesso tempo dall’uomo e dalla statua.

- Il tuo destino non era quello di vagare per questa città. La tua strada sarà il mondo intero. La tua famiglia l’umanità, i deboli e gli oppressi accolti nel tuo abbraccio, vendicati dalla tua ira. Il tempo del rimpianto è finito, giovane cavaliere. Rysor Ames, la giustizia e la fede esistono. Siamo noi. Noi che non dimentichiamo mai. Noi che mai saremo immemori della Cenere. Noi che giungeremo alle piane del Sale. Noi che viaggiamo in eterna ricerca, noi che siamo Polvere. Noi che portiamo le fiamme.

Non temere i demoni e i diavoli, noi ti insegneremo a vedere quando tu lo vorrai, ad essere cieco quando il tuo Animus richiederà sollievo. Dissiperai l’Umbra e sarai Imago. Il tuo martirio non è stato invano, perchè sai che la nostra parola è verità e il tuo Cuore conosce il vero.

E ti chiameremo Rime.

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