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Una storia di Misterend

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Infinito

Pubblicato il 03 maggio 2017

Carrember era nato nell'epoca in cui l'uomo era ad un passo nel scoprire ciò che non doveva.

Fin da piccolo era appassionato della scienza dell'invisibile, e con il suo microscopio, lasciato dal nonno, anch'esso scienziato, osservava tessuti invisibili all'occhio nudo. Una famiglia brillante. Il padre era dentista, ed odiava profondamente il suo vecchio, così tanto che pianse lacrime di gioia al funerale. Il padre di Carrember non sopportava l'idea che il figlio diventasse uno scienziato, perché ricordi oscuri tornavano in mente, ricordi d'infanzia. La corrente si sà, non si può controllare, perché libera di fluidità propria, viaggia verso il suo destino. Carrember studiò per anni, in solitudine, non sopportava l'idea di avere assistenti intorno a lui, perché non si sentiva a suo agio, lo distraevano. Aveva lavorato ad un progetto, a cui lavorava dalla bellezze di 50 anni. Nessuno sapeva di ciò. Carrember avrebbe difeso fino alla morte il suo lavoro, portandolo con se nella tomba, piuttosto che rivelarlo ad occhi indegni, che non siano i suoi. Era notte, e stava piovendo, quando il microscopio più potente che abbia mai varcato la terra venne alla luce, finalmente. Carrember era così entusiasto. Il lavoro di una vita intera, il suo sogno, finalmente portato al termine, e finalmente realizzato. Entrò nel suo studio, accese il macchinario, e lo collegò al generatore di plasmotroni. Tremava, sudava, ma alla fine, il suo occhio poggiò sulla piccola lente. Aveva messo, come campione, una gomma da masticare, che aveva appena finito di usare, ed era incredibilmente asciutta, anche dopo quasi un ora di masticamento. Poteva avere delle risposte quella notte. I limiti stavano per essere superati, se effettivamente ci fossero stati mai dei limiti. Aumentò la potenza del microscopio, facendola arrivare al livello degli atomi, poi aumentò ancora, raggiungendo forme sconosciute, come una specie di deserto oscuro, pieno di stringhe, che ondeggiavano, spinti da chissà quale forza. Non era neanche a metà del suo cammino, della potenza del macchinario, sapeva che poteva arrivare subito al sodo, ma voleva gustarsi il momento. Entrò nei pori di quel deserto tessurale, entrando in un vortice di filamenti, che erano illuminati da colori mai visti prima d'ora, i suoi occhi erano come accecati in quel momento. Si spinse, piano piano, sempre più avanti, e scavando trovò un vuoto. Tutto era buio, e sembrava la fine, il limite del mondo, ma il macchinario era ancora all'inizio della sua capacità. Cominciò a preoccuparsi, ed il suo cuore a pulsare. Mandò ancora avanti, e Carrember intravide qualcosa, come dei puntini bianchi, che piano piano si fecero sempre più numerosi e vivaci. Sembravano... stelle, ed effettivamente, lo erano. Cominciò ad intravedere galassie, poi le stelle si fecerò più vicine, ed intravide dei pianeti. La sua caduta visiva sembrava portare a qualcosa, come ad un percorso, sembrava già tracciato. Carrember quasi svenì, appena vide qualcosa di uguale al suo mondo. La terra era lì, che lo stava guardando, e lui stava guardando lei, come un occhio gigantesco ed assetato. Con delicatezza avanzò la manopola dello zoom, e vide cittadine, molto più avanzate, ed il tutto si muoveva ad alta velocità, come mandato avanti da un telecomando. Le città cambiavano, le andavano velocissime, i cittadini erano talmente veloci, che risultavano invisibili. Diventava tutto più avanzato, man mano che passava il tempo. Carrember a quel punto, decise che era meglio fare una pausa, anche perché era tarda notte, e conoscendosi sapeva che sarebbe svenuto atterra dalla stanchezza. Il giorno seguente, tornò un po tardi dal lavoro, ed eccitatissimo di guardare cosa quel minimondo avrebbe avuto in serbo per lui. Carrember, sputò quel sorso di wisky che aveva in bocca, dopo aver messo l'occhio su quella maledetta lente. Aveva lasciato la gomma, come campione. Gli abitanti di quel mondo si erano accorti che qualcuno li stesse osservando. Erano talmente avanzati, che in qualche modo avevano localizzato l'appareccho di Carrember. Sopra quel clone in miniatura del suo pianeta, volavano cartelloni giganteschi, con su scritta la parola "STOP" in rosso. Decise di ignorarli ed andare fino in fondo, come preso da un attacco di rabbia, verso quegli esseri che non avevano il diritto di impedirgli il progresso. Zommò in maniera aggressiva, intravedendo marciapiedi, tessuti, cellule, atomi, filamenti dai colori sconosciuti, e di nuovo le stelle, e di nuovo i pianeti, e di nuovo la terra. Questa volta di terra ce n'era ben poca. La maggiorparte di quel globo era puro artificio, ed intorno ad esso fluttuavano flotte, fluottosamente minacciose, da cui fuori uscivano di continuo minuscole navi.

Carrember aveva intuito che più andava in fondo alla cosa, e più avanzatezze si sarebbero propagate d'avanti al suo occhio assetato e profondamente curioso. Se non c'erano davvero limiti, perché allora non tentare di scoprirlo? Roteo la piccola manopola, il più veloce possibile, scaraventando immagini impossibili da mettere a fuoco, come tanti fotogrammi sparati ad una velocità elevata. Arrivò al limite. Dal comune pensiero, che tutti noi facciamo, sul futuro remoto, impossibile da raggiungere, Carrember aveva pensato che il suo mondo, se non l'intero universo, sarebbero venuti a disintegrarsi, ad implodere, a non essere neanche un vago ricordo. Ma un pianeta ancora c'era, anche se non è la parola adeguata al fatto, perché più di una palla di sabbia in mezzo al nulla totale si trattava. Non c'erano luci nell'universo, c'era solo quella palla, illuminata come dalla luce che stava sopra il vetrino del campione. Sopra quel piccolo globo, una scritta, composta da piccole lettere: "Distruggilo, Carrember".

Anni dopo, Il signor Arminster Carrember, divenne uno degli uomini più ricchi del mondo, rivelando alle forze superiori il suo progetto del microscopio alimentato a plasmotroni, e rivelando l'esistenza dei mini universi. L'umanità, studiò per anni le tecnologie avanzate di quella mini civiltà, e prosperò in men che non si dica. Carrember visse i suoi ultimi anni con un vuoto, che lo portò al suicidio, e con il tormento di aver fatto la scelta sbagliata, di aver condannato l'umanità, ed in qualche modo si sentiva osservato, da una sorta di microscopio, come dentro in una gomma da masticare.

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