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Una storia di CuorDiPolvere

La Longardiera

Pubblicato il 07 marzo 2018 in Avventura

Tags: Avventura

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I.

Era una principessa nata e cresciuta negli emisferi freddi del mondo, che era caduta da piccina in un libro di avventure e ne era uscita tutta sporca di pagine impolverate: quella volta, e lo tenne segreto a tutti, aveva combattuto a colpi di timone in mari assurdi, spesso maledetti, che non erano mai esistiti.

Nel cuore, quasi quasi per destino, le si era impresso il mare: era uscita dalle pagine zozze del romanzo naufragando su una terra a bordo mappa; a niente le servivano più le conchiglie, pure quelle incantate che prendeva al mercato di quegli scostumati che hanno problemi con le regole: il mare, e fu la sua rovina, la chiamava per nome quando dormiva, e nelle ore di veglia sentiva la risacca delle onde che gli batteva in petto.

Diede di piglio alle temerarietà che si fanno durante gli anni giovani della vita, e divenne un pirata ch'era disgrazia di ogni mare. Era una brigante, gentildonna dai costumi di lusso, che scambiava vite e denari per mappe del tesoro.

Questo, lei l'aveva capito davvero, era l'essenza del bucaniere: cercare la mappa, navigare fino al punto, tornare a terra per cercare il segno della croce, e scavare fino a che non veniva fuori la cassa: il tutto, facile e sciolto nello scritto, era assai rischioso nella pratica.

Conobbe quei pirati morti annegati dall'altra parte del mare, in quel mondo che si nasconde dietro un nome che non si può conoscere. Aprì i cassetti degli stregoni, nelle paludi, e ne rubò essenze per far parlare pietre, piante ed a animali.

Nelle sue rotte incrociò spesso le lame con gente dabbene, poeti e cavalieri, che erano alla cerca di una cosa ognuna diversa dall'altra. Uno di quelli, che aveva adocchiato, diceva di cercare la Torre del Sud, quella vecchia leggenda dei mari meridionali, e lei gli disse che doveva navigare assai lontano, che manco a volo di fenice era tratta breve, e che da quelle parti, nel deserto, le stelle facevano favori ai viandanti che erano disposti a rivelargli il proprio nome nel silenzio delle dune.

L'aveva fatto seguire da certi ladri, che si dicevano astuti, ma lo persero ben prima del deserto; lei lo andò a cercare per mare e quando si videro, ch'era passato un tempo storto, lei ci aveva rimesso la ciurma, tante illusioni e un braccio.

II.

Dacché sapeva maneggiar la ruota, aveva giustamente fatto baruffa sulle onde, spesso e volentieri per quattro spicci. Faceva rotta a sud, dal quale partiva un canto che rubava l'anima alle bussole dei naviganti e li menava in posti che il mondo aveva dimenticato.

Erano quelle tappe leggendarie, dicevano in coro i marinai, segnate su una mappa soltanto, custodita gelosamente da una stella nana oltre il deserto dell'est.

Diede voce ai cannoni, una notte, a un galeone ricco e senza speranza che navigava nottetempo per far scherzo ai mascalzoni. Ma lei, che aveva occhio di falco, l'aveva puntato all'orizzonte e l'aveva inseguito tutta la notte. Quel bottino, sul quale si calò in picchiata all’arrembaggio, teneva al sicuro dentro uno scrigno uno strumento benedetto e sconosciuto: un cannocchiale che per lente era diamante, e apriva l'occhio su quelle cose che si nascondono.

Dopo il saccheggio, nelle sue stanze, fece un sogno: vide in mezzo al mare un corvo, che si sciupava le penne al vento sterzando a sud. Stava albeggiando, in quel dipinto, colava giù l'inchiostro; l'uccello prese fuoco e fu travolto da un turbine di sabbia, scese che le ali gli si facevano mani e le zampe piedi, ed era proprio lui, quello che stava cercando.

Era cavaliere, cavaliere errante, poeta e trovatore itinerante, dalle vesti bianche e rosse. Prima di entrare nella Torre del Sud -la meravigliosa Torre del Sud- un alito di vento gli rubò dalle mani una mappa, l’unica mappa.

Al suo risveglio, che il cuoco la implorava di cucinare, fu colpita da una cannonata che sconquassò la nave, e fu grave il danno.

III.

Era un cacciatore di taglie, un gentiluomo amante degli spari, ed era diventata la sua preda ormai da mesi. Dietro gli scogli l'aveva spiata, ad ogni ancora calata, ad ogni porto e fra le trappole nelle grotte.

Le aveva posto agguato alla notte, quando non vegliava, e fu cocente la sconfitta: era legata in ceppi forti, e corde a non finire. Sanguinava, ed era bene: era presagio di mare mosso e cavalloni.

Giunsero dal settentrione nuvole d'acciaio e piombo, che rombando di lampo in lampo chiamavano la mareggiata coi suoi spintoni, e di li a poco fu tempesta: issarono e calarono le vele, qualcuno cadde in mare. Dallo spavento i più furbi si cingevano alle corde, altri morivano annegati prim'ancora di cadere in mare, bloccati nella stiva.

Lei, legata nella stanza del capitano, non ebbe modo di fuggire, e non trovò pace negli abissi.

Nel mondo capovolto, appena prima del crocevia dei morti in mare, solcava le acque di un oceano fantasma una nave tutta scassata. C'era nebbia e qualcuno la chiamava: dalla nave uno strumento antico cantava in cigolii e scricchiolii la storia di com’era finita annegata.

E lei lo riconobbe, quel barcone: ne parlavano i marinai attorno al fuoco quando si straziavano il cuore a raccontare di come i suoi compari erano affondati, e ne affidavano le anime al vascello di Sant'Argento, il primo martire annegato.

Fece per salire e vide il Santo al timone.

“Torna indietro -le disse, e manco la guardava-. Qua tu non ci devi stare. Alle tue ultime ore, quand’è vicino il momento, mi sentirai scampanare. È una promessa”.

La nebbia prese ad alzarsi e si cucì a maglie strettissime, e quando se ne levò un lembo dalla testa si ritrovò per le strade di una città che non aveva mai contemplato.

*

“Semo annati per ‘na bira, e semo tornati co' n'guaio…”

Bisticciava l’imbroglione, e già si vedeva da lontano che smaniava per i suoi affari loschi. Assieme a lui, nel vicoletto, c'era il cavaliere errante che a sproposito cercava d'immischiarsi negli illeciti del compare; un altro ancora, un po' guardingo, tirava di pipa e occhiate losche alle viuzze intorno. Era un crocicchio a lume di lanterna, sotto alla quale c'era una bellissima Porta Rossa tutta decorata di salamandre e filatteri; poi il cancello, e i Santi messi a guardia del crocevia dentro le ossa di un palazzo borghese.

L'avevano trovata al terzo giorno di cammino che stavano menando verso un ultimo compare oltre le porte della città.

Lui si ricordava di lei e di quella notte, quando sotto una luna rosso fiamma ai confini del mare, i loro occhi si erano trovati nelle fessure degl'iridi e avevano scritto una storia per immagini.

Le mani di lei si muovevano, danzava coi fianchi nei passi, era fuoco nei capelli e negli sguardi, sguardi di fuga e sottosguardi languidi: ma nell'incanto c'era un bollore che lui sentiva, e lo chiamava. Era partito alla ricerca ch'era un bimbo, perché un vento forte da boato gli aveva aperto le finestre e da li con mano lesta gli aveva trafugato tutti i suoi scritti.

Uno dei quali, guardacaso, era finito a volo d'uccello nelle sue stanze quand'era piccola e fetente, e c'era caduta dentro.

IV.

Il dannato imbroglione, che se n’intendeva di bulloni, aveva rubato -non chiedete dove- una specie di braccio strampalato; quello che il meccanico, barbiere e dottore dei nostri tempi, gli aveva messo ad uso per la mancanza dell'arto.

Come tutte le cose che il farabutto andava raccattando, per debiti, furti o giostre d'inganni, questo era pressoché maledetto e, sicché alimentato dal vapore della prima acqua scaldata dalla prima fiamma, si appiccicava all'anima del monco e, seguendo i ghiribizzi della stessa, certe volte partiva per conto suo e ne uscivano mosse del tutto involontarie e spesso diaboliche.

Le dissero che dovevano partire, che era importante, e che il destino di lei l'avevano incrociato per volere superiore: erano alla ricerca, quella volta, di un loro compare smarrito, che si era inguaiato con un mostro che gli impediva di fuggire.

Non volle sentire ragioni, volle partire all'avventura, e dopo appena un par di metri le fece uno scherzo il mare, dicendole ch'era un tranello e la sua vita era nel mezzo del risciacquo delle onde.

Sentì lo scricchiolio, come spesso accade quando si presta orecchio, delle brecce che le spaccavano il cuore.

In soccorso di quella frattura, che la trascinò come uno spettro lungo il pontile del molo, giunse una bottiglia in mezzo al mare.

Diceva, nel biondo vecchio della sua pergamena, di un posto a picco in meridione, che scavalca le colline e prende a calci il mondo. Terra mai conquistata, patria del Re Pescatore e costa delle mele e delle rocce aguzze.

Era rimasta nascosta tra quei folli che vanno errando e parlano di cose a denti stretti, col cane sempre appresso, per non dimenticare la natura fedele dell'uomo al proprio centro; gli stessi ai quali, per sogno e visione di eroico ascetismo, fu fatto onore di fabbricarne un invito.

E quell'invito era una mappa, che aveva fatto mille leghe prima a volo, poi a dorso di cammello nei deserti, dove un Imam l'aveva comprata a carissimo prezzo e, vedendola, era sbiancato a morte; il suo guerriero, ch'era un uomo dabbene saggio ed ambizioso, partì alla volta di quel posto, ma venne sbranato da una bestia abissale che occupava tutto il mare. L'aveva nascosta, per malafede nella ciurma, in una bottiglia di vetro perfetto, e al momento del disastro essa venne risparmiata, e rimase a galleggiare intorno agli oceani per millenni.

Fino a quella sera.

V.

Ai corsari era concesso, per editto di libertà in arbitrio, il diritto di schiarirsi la gola a forza di rum e raccattare ciurma solo quando il sole calava in mare e si trasformava in luna: lei, che lo faceva ormai da tempo perché era un capitano e sapeva il fatto suo, rubò una chitarra monca di una corda per mettersi a cantare una canzone. Parlava, ed era assai triste ad ascoltarsi, di come il suo vascello s'era buscato una cannonata dall'agguato di un farabutto intelligente, che ce l'aveva marcata sul papiro a mó di preda, e di come tutta la sua ciurma di scellerati bonaccioni dal grilletto facile era andata a finire sgozzata o sul vascello di Sant'Argento.

Le note chiamarono a raccolta i bucanieri -che si sa, sono dei terribili romantici-, e tra un singhiozzo, una lacrima e un giro di birra, si fecero stretti e finirono pure loro per cantare a squarciagola le strofe più alte e quelle più toccanti, infine il ritornello, e la cosa andò avanti tutta la notte di che, al mattino, già la chiamavano Capitano.

Quello che poi divenne il quartiermastro, un uomo dalla pelle scura, grande grosso e per quanto minaccioso era pure saggio, le disse che al molo teneva legata una bella nave.

“La mia rotta, Quartiermastro, fa vela al centro della mappa: in una grotta -guardi un po' su questa mappa- c’è un tesoro che ci aspetta. Una nave, di questo si tratta, la più antica e forte al mondo; un galeone dalle vele nerissime che tira avanti pure senza vento e passa sulle onde senza fare scruscio. È detto, l'ho sentito pure in sogno, che ha per nome “Diluvio” come la vecchia leggenda del mondo che si rovescia. Mi serve quella nave, butèl, mi serve per arrivare dove devo andare”.

L’omone, che quella notte s'era unito pure lui ai canti senza vergogna, le concesse il privilegio di condurre la sua nave fin quei lidi spaventosi: partirono con l'alta marea che di nuovo era notte.

Solcarono le onde e presero la misura delle stelle per girare la ruota del timone con la bussola, la mappa e il cannocchiale di diamante.

Vide in lontananza, il sesto giorno, il posto che cercava: lo smilzo di vedetta suonò la campanella e starnazzò un quarto d'ora che vedeva terra. Giunsero a riva tra gli scogli a furia di remare: nella grotta, che da lontano aveva foggia di campana e campanile, c'era ancorata la Diluvio.

Maestosa di legno d'ebano profumato di sale e cenere, scure le alte vele e immensi i suoi alberi. Nelle stanze a bordo scintillarono in saluto le lanterne, sopra il ponte, e prua e a poppa; tutto intorno c'erano scolpiti i personaggi che l'avevano guidata, eroi e audaci folli, dai lunghi filatteri che cantavano strofe o nomi fin sopra il timone, decorato di rosso e caldo come il fuoco.

Per meglio saccheggiare e urlare la minaccia intorno ai mari, spartirono la ciurma e fecero flotta con ambedue le navi, dalla stessa bandiera nera col teschio e la mannaia.

Veleggiarono ancora inseguendo l'alba, ma nel viaggio il mal di mare prese a certi, altri per motivi che non riuscivano a spiegare, altri ancora perché avevano lasciato il cuore a una donnaccia nel porto là vicino: calarono l'ancora e non la tirarono più, e quella nave divenne un relitto fra gli abissi.

Pianse e nelle lacrime ghiacciate si rifletteva il sentimento dell'amore perduto; il timone le arroventò a tal punto che nel bollire, il vapore si fece tutto intorno e divenne anima della nave. Perché era scritto che i capitani del Diluvio avrebbero dovuto mostrare il loro cuore alla nave, per navigare il viaggio finale senza ciurma.

“E sia” le disse la nave: allora si aprirono le vele, si tirò da sola l'ancora e strepitò la campanella della nave che salpava.

VI.

La accompagnavano i gabbiani nella corsa sopr'al mare: dopo mille virate di timone, tutte le catene e le palle di cannone che l'avevano sfiorata o presa in pieno, infine una nave santa che acchiappava il vento e sceglieva per lei la rotta!

L'argento dell'onda lo vide rinfrangersi in centinaia di gabbiani e pellicani che le volavano a crociera tutto intorno al galeone, e starnazzavano per il caldo e l'umido chiedendo ancora un altro cavallone.

C'era una libreria nella stanza del capitano: ogni volume di essa conteneva la storia di tutti i capitani a partire dal primo e più antico, il leggendario Mosiah della Diluvio, mastro costruttore, scultore eccellente e profeta di tutto il bene del mondo.

Aveva sfogliato un volume che stava in alto in alto, e sparava un mare di fesserie su di una piratessa e di come s'era guadagnata la Diluvio. C’è da dire che s'avvide della somiglianza, per quello che rideva e pensava

“Ancora non son morta, che già mi fanno un libro! Che beffa: non una volta, ma ben due, ci son cascata dentro! Mannaggia!”

Scorse verso la fine a mano lesta per colpa di quel prurito di cui tutti soffriamo nella scoperta ma s'accorse, amaramente, che non era ancora finito.

E che mentre lo leggeva, delle mani invisibili scrivevano sulle pagine delle lunghe frasi nel dialetto piratesco. Le si capovolse il mondo, come succede spessissimo ai pirati, e quando uscì col libro in mano si vide nella bufera a naufragare.

Ma come?! Era forse peccato ripassare la propria storia?

Non per quello, ma per precisione la nave schiantò fra gli scogli di una spiaggia meravigliosa.

Nello schianto si era prima rigirata col muso, poi si era accartocciata alla parete rocciosa che stava dietro e si era sciacquata per tutta la notte. Al mattino, con la bassa marea -che non tornò più a disturbarla per assurde coincidenze planetarie- tornò alla veglia tutta intera sana e salva.

Ora, forse per lo shock, forse perché c'era di mezzo l'anima sua, dopo aver fatto un lento giro da fantasma nelle stanze della nave impressa a fuoco nella roccia, rivide il sole alzarsi sul mare. Sul ponte ch'era adesso una balconata, si accorse del miracolo compiuto, e trovò pace nell'anima: da lì, in quella terra benedetta della quale aveva pure lei perso la mappa, si vedeva all'orizzonte, a cento bracciate di scialuppa, la Torre del Sud.

Un giorno vide passare dei pellegrini, poi una compagnia di ladri e infine una gilda di guerrieri dediti al culto del sole fiammeggiante. Da quello, e anche perché ne prese a parte un paio per discutere, s'avvide ch'era stata benedetta due volte, essendosi piazzata nel confine tra il continente conosciuto e quello sconosciuto.

Era una tappa amara, senza prede per poter andare avanti, o erbe medicinali: i pirati, si sa, si fanno i conti in testa. Non la finiscono mai di complottare: lei non era da meno, si fa per dire, e con quello che aveva saputo era giunta a conclusione che non poteva campare di aria. Era tutto perfetto, e diverse volte l'aveva sognato e sempre tenuto segreto: una locanda, ovviamente il peggio che si può trovare, dalla cucina squisita, rustica e buon appetito, ma dagli avventori di quelli pieni di cicatrici, folli e bastardi, contrabbandieri e pirati maledetti.

Un nome e un mercato, quello nero, che lei conosceva molto bene essendo del mestiere.

Prima però, si era giurata di fare una cosa.

Tornò alla nave: un arco in pietra le era caduto sopra e aveva ammassato le rocce fra di loro con la giusta aria per fare una specie di porta. Così come la nave le stava scrivendo il libro, le aveva già ricamato sul legno il suo ritratto e il filatterio con dentro il suo nome; proprio quel pezzo di legno saltava fuori dalle rocce a mò d’insegna, e recava scritto “La Longardiera”, perché il suo vero nome lo poteva custodire lei e lei soltanto avrebbe saputo a chi concederlo.

Ci si fece un giro dentro e scese in spiaggia, poi s’imbarcò su una scialuppa e prese a remare.

*

Bussò tre volte sette, com’era d'uso presso le porte sacre. Dall'ultimo, altissimo piano, che lui chiamava La Stanza del Vento perché ne aveva letto le planimetrie dei fondatori, scese uno scrucio da far paura: qualcosa di vetro che di spaccava in mille pezzi, poi colpi secchi e rotoloni. Si affacciò infine G, e guardò e chiese “Chi è?”.

Ma lo sapeva già che era lei.

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