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Una storia di Cuoranto

Il Riflesso

Amanda...

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Pubblicato il 07 giugno 2018 in Storie d’amore

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Aprii la porta della stanza, era ora di aiutare mia madre ad andare a letto.

Rimasi un pochino lì, ferma , mentre si pettinava i capelli davanti ad uno specchio ingiallito. Continuai a guardare, scrutava la propria figura riflessa. Lei, Amanda, capelli lunghi, color miele, lisci, lucenti. Ogni sera la stessa scena, la osservavo mentre si prendeva cura dei suoi capelli pettinandoli a lungo.

Amanda, aveva cinquant’anni, occhi color nocciola, il viso di un bell’ovale. Il corpo esile. Seduta davanti la specchiera sembrava faticasse a stare con la schiena dritta. Era assorta, non aveva notato che ero ferma sulla porta. Sapevo che quello era il momento più bello per lei, a fine giornata si spazzolava i capelli, con l’amica del cuore a farle compagnia, almeno cosi credeva.

Ogni mattina e sera l’amica era lì davanti, riflessa nello specchio, le chiedeva,

«Sei triste? Come stai?»

In effetti il viso riflesso era malinconico, lo sguardo perso nel vuoto, non otteneva mai una risposta.

Osservavo tutta la scena con molta tristezza, ogni volta, con rassegnazione.

Entrai nella stanza mostrando la mia presenza, la porta della camera scricchiolò un pochino.

«Ciao Amanda» salutai.

Alcune volte la chiamavo per nome, per rafforzare quell’identità fatta di ricordi frammentati, pezzi di esistenza che non avevano ormai senso nella sua mente.

«I tuoi capelli sono sempre bellissimi mamma».

«Ciao Nina».

Continuando a guardare nello specchio invecchiato, senza perdere di vista quel viso muto, Amanda con un sorriso incerto disse

«la mia amica è tanto gentile a farmi visita ma non vuole parlare con me, non vuole dirmi come si chiama, per un insolito motivo non lo ricordo».

Si girò verso di me facendo un gesto di resa. Mi avvicinai, mettendole un braccio sulle spalle per rassicurarla,

«Va tutto bene mamma. Domani, avrà voglia domani di dirti il suo nome».

Con fare rassicurante l’accompagnai a letto, le rimboccai le coperte.

Ci scambiammo un tenero abbraccio.

Amanda, gli occhi fissi allo specchio, con lo sguardo assonnato, disse ancora, quasi in un sussurro

«Si, domani mi dirà il suo nome».

Mi sentivo triste per mia madre, pensavo alla visita medica a cui era stata sottoposta.

Il Professore aveva letto la “sentenza”, Alzheimer ad “esordio precoce”, tipo raro di demenza che colpisce anche molto al di sotto dei sessant’anni. Mentre chiudevo la porta, la sentii dire

«Ora ricordo il nome della mia amica, si chiama Lea ».

« Si mamma è quello il suo nome ».

Amanda si addormentò.

Finalmente potevo rilassarmi, un bagno caldo era quello che ci voleva.

Stavo preparando l’occorrente quando sentii qualcuno vicino la porta, aprii e mia madre era li.

«Non so perché mi trovo qui. Chi sei ?».

«Sono Nina, tua figlia ».

«Mia figlia? Non ho figli, non ho figli!».

Gridava in preda al panico, cercando di divincolarsi dal mio abbraccio.

Quelli erano i momenti più difficili in cui non sapevo cosa fare.

Cercai di calmarla come meglio potevo, assecondando ciò che diceva.

Con calma la convinsi a ritornare in camera sua, l’accompagnai a letto e tornai alle mie faccende.

Passato quel momento così drammatico e dopo il relax del bagno caldo, andai in camera mia e mi misi a letto.

Mi svegliai di soprassalto, un rumore sordo mi aveva fatta scattare, velocemente scesi dal letto e corsi in camera di mia madre.

Trovai Amanda seduta davanti al solito specchio che inveiva contro l’immagine riflessa, la sua!!

«Perché non mi rispondi? Chi sei?»

Guardai la scena con afflizione e sconcerto e in fondo anche molta rabbia.

Perché?

Me lo chiedevo spesso, quale fosse il motivo per cui mia madre si trovava in quelle condizioni. Delle volte mi chiudevo in bagno e mettendomi una maglia sulla bocca per non farmi sentire, gridavo fuori tutto il mio dolore.

«Mamma la tua amica, è venuta a farti visita?»

Amanda non distingueva più il giorno dalla notte, quindi anche se in quel momento erano le quattro era plausibile per lei ricevere visite.

«Mi dispiace, scusami cara amica, Lea, vero? Non ti avevo riconosciuta, sei un po’ cambiata, forse il taglio di capelli mi ha tratta in inganno.»

Per la notte Amanda raccoglieva i lunghi capelli in una cuffietta per non rovinarli.

«Mamma che ne dici di offrire una tazza di tè alla tua amica? Ne vuoi anche tu?»

«Con vero piacere, grazie.»

Andai in cucina in lacrime, gli occhi erano stanchi e pieni di dolore.

Mi lasciai cadere a terra con le ginocchia tra le braccia, in posizione fetale, e piansi.

Non sentivo più nemmeno mia madre che continuava a parlare con lo specchio. Cercai di calmarmi, mi ricomposi e preparai il tè.

Ritornai nella mia stanza.

Ero diventata mamma di mia madre, condizione assai difficile e gravosa.

Provavo per lei un amore profondo, riscoperto da quando si era ammalata. Volevo fare qualcosa per alleviare le pene di entrambe.

I giorni passavano sempre uguali, Amanda spesso mi raccontava del suo passato, di quando era piccola. Diceva le stesse cose anche alle persone della famiglia che venivano a farle visita. Confondeva i ricordi e delle volte li inventava di sana pianta. Mi diceva che lei era bambina appena adolescente e che era felice di avere una sorella come me. Ascoltavo mia madre con rassegnazione, era molto peggiorata, ormai viveva nel suo mondo di ragazzina tredicenne, cosi credeva o meglio cosi le faceva credere l’Alzheimer.

Era un mercoledì ci recammo al parco cittadino, pensavo che fare una passeggiata immerse nella natura ci avrebbe giovato. Ero ben organizzata, avevo messo in uno zaino la merenda, composta di panini imbottiti succhi e frutta fresca. Noci e molliche di pane per gli uccellini. Amanda rideva sempre quando li chiamava con il pane sul palmo della mano, diceva che posandosi con le piccole zampette le facevano il solletico. Ovviamente i poverini fuggivano sempre quando le tremavano le mani per le risa.

Quel giorno mi sentivo particolarmente in forma, il sole non troppo caldo, era piacevole, stavamo sedute sul plaid steso sul prato con le merende, le molliche e gli uccellini che ci svolazzavano intorno.

Nello zaino avevo messo delle vecchie fotografie, il medico aveva detto che poteva farle bene vedere immagini della sua vita familiare.

Le presi e proposi di guardarle insieme. Scorremmo il passato, rivivemmo tanti bei momenti, «Guarda Nina, ti ricordi quell’estate al mare? Che bello sul pattino insieme, io e te. Sei sempre stata una figlia affettuosa e io una mamma che ti ha sempre amato tanto ».

I miei occhi si riempirono di lacrime, guardai il cielo, riconoscente di quel momento di lucida normalità.

Sapevo che era solo per un istante, ma avevo riavuto mia madre.

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Amanda, chi è la persona riflessa?
Amanda, chi è la persona riflessa?

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