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Una storia di MirianaKuntz

Romantica Retrò

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Pubblicato il 22 maggio 2018 in Altro

Tags: amore diario retr viaggi

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Quello che conta è sapere dove vai.

Io l’ho sempre saputo, a volte ho creduto di essermi persa, ma ero solo ferma in un punto a controllare i cartelli che potessero aiutarmi ad intraprendere la strada giusta. Non sempre quella giusta corrispondeva a quella meno faticosa: a volte le strade giuste, o meglio, quelle che pensavo fossero giuste per me, erano tutte in salita, costellate da paesaggi mozzafiato, da stelle giganti, da strapiombi sul mare chiaro, ma con scale alte almeno un metro da scavalcare, con pendii spaventosi, salti nel vuoto e massi che cadevano dall’alto pronti a ferirmi.

Perché non sempre la cosa più facile è quella che vuoi, e non è sempre quella che potrà renderti felice.

Non sono mai stata una ragazza che ha fatto grandi viaggi, in verità i viaggi che ho fatto me li sono guadagnata con la fiducia che i miei potevano rimettere in me. Quando partivo per un posto mia madre sapeva che non avrei fallito, che non avrei fatto cazzate, che non sarei stata dannosa per gli altri o per me stessa, che avrei saputo gestire i miei soldi, guardare la mia valigia, non perdere oggetti di valore, mangiare cose utili, non farmi adescare da nessuno, divertirmi senza togliere il divertimento a nessuno.

E così è stato. Ho visto pochi posti nella mia vita: Rimini, venezia, Roma, Calabria, san marino, barcellona, e tanti altri posti vicino casa. Ma li ho visti con i miei occhi, non con gli occhi di una semplice turista che scatta foto, compra un souvenir e torna a casa soddisfatto. I –miei posti- li ho sempre guardati con l’occhio giusto, con un occhio che scruta e impara. Non ho mai guardato una scalinata senza pensare a come sarebbe stato bello scendere da lì tutto di corsa, non ho mai preso un traghetto senza guardare la schiuma del mare sfregare contro il ferro dell’imbarcazione, senza pensare a come sarebbe stato bello saltare da lì sopra, per sentire il freddo dell’acqua, l’impatto del vuoto contro un liquido. Non ho mai dormito in un letto differente dal mio senza immaginare a quanti ci avessero dormito, a quanti si fossero accarezzati ed amati proprio su quei cuscini. Non ho mai mangiato qualcosa di diverso dalla mia cucina senza carpirne i gusti e volerlo replicare a casa.

Non sono mai tornata a casa dopo un viaggio senza essere cambiata un po’, senza aver capito -una lezione-

Perché i viaggi sono questo, non sono una accozzaglia di foto, biglietti aerei e bibite gassate.

Non sono mostre fatte in fila, non sono cartoline che non spedirai mai, non sono sgomitate per salire per primi sull’attrazione migliore.

I viaggi sono posti dove lasci un po’ di te, per prendere qualcos’altro. E’ uno scambio di souvenir in carne ed ossa, senza pagamenti in denaro o pacchetti regalo. E’ un dare e avere senza pensarci, è uno scambio di cose inestimabili che non puoi trovare da nessun altra parte.

Forse è vero, ho viaggiato poco, ma ho sempre pensato che il resto – dei viaggi- li avrei fatti un giorno con la persona che avrei amato. Che avrei comprato una di quelle mappe dove puoi grattare i luoghi dove sei stata, e renderli in oro, o argento.

Solo per ricordare dove – tu sei passata-

Ho sempre pensato che un giorno tutti i posti che ancora non ho visto, sarebbero stati più belli, perché li avrei visti tenendo per mano qualcuno, attraverso non solo i –miei occhi raggi x- anche attraverso i suoi.

La gente pensa che l’esperienza sia un dato tratto dalle cose che hai visto e/o dalle cose che hai fatto.

L’esperienza è solo il risultato invece, delle cose che hai fatto e visto che non ti sei fatto lasciare scappare, che non hai visto come un fulmine, per un solo secondo, schiantarsi sulla tua vita, per poi lavarle via. L’esperienza è un barattolo dove cadono monete che non spenderai solo per disfartene, che non cambierai con una banconota di carta, che non sbatterai in faccia a nessuno per sentirti migliore. Monetine che ti faranno sorridere per i guadagni avvenuti quella volta, o piangere per le rinunce fatte, o sorridere per il fatto che siano ancora lì, intatte, dopo tutto quel tempo.

E’ un bit coin che va consumato solo per migliorarsi e magari per migliorare qualcuno, senza farlo sentire inferiore, senza dare lezioni di vita. Un po’ come se – quel barattolo possa diventare anche il barattolo di un altro- e fare spazio anche alle sue di monete, forse più piccole, più nuove, o magari meno pesanti, ma comunque monete da tenere da parte.

Credo che tutti possano imparare da tutti, che l’aquila non deve sentirsi migliore della tartaruga perché sa volare. L’aquila non sa nuotare, e può attraversare il fiume solo sulla schiena della tartaruga, e semmai la seconda dovrà superare uno strapiombo senza acqua e senza terra, la prima potrà innalzarla in volo tenendola ferma coi suoi artigli.

Credo che tutti siano la parte contingente di un’altra, che non esiste un insieme senza –insieme- che non esiste uno senza l’altro. Che uno – da solo muore- e con –due- è già una coppia, che diventa una tripletta e così via.

Credo che le mie esperienze, forse diverse da quelle di un altro, o uguali a qualcun altro ancora, possano servire in qualche maniera, possano essere comunque conteggiate, possano essere pesanti o leggere, profonde o superficiali, belle o tremendamente dolorose, ma comunque da tener conto.

L’età è un numero indicativo di quanto tempo si è trascorso sulla terra, io ci ho trascorso ventiquattro anni e nove mesi, e troppe sono le cose che ho fatto e visto, e che non ho saputo lasciar andare, e tante altre sono le cose che non ho fatto e non ho visto e sto aspettando di avere.

Credo che non esista è – troppo tardi- per fare questo o è –troppo presto- per fare quest’altra cosa. Ogni cosa ha il suo tempo che prescinde dal tempo universale. Ognuno di noi ha un suo tempo specifico, che resta a galla o va a picco a seconda delle situazioni, che si moltiplica o si asciuga, che si estingue e si rinnova, che si infiamma e si distrugge. Ognuno ha il suo tempo per fare –tutte le cose del mondo- anche dopo – che il tempo universale è già passato.-

A volte mi piacerebbe essere diversa, mi piacerebbe avere un concetto diverso di –rispetto- di –amore- e di – desiderio-. Mi piacerebbe pensarla come fanno in tanti, che siamo quello che siamo anche – senza un altro che ci migliora- che siamo –nati per essere soli- anche se alla fine non ci credo.

Mi piacerebbe sorridere alla gente senza sentirmi – in difetto- perché un sorriso è troppo, e due sono esagerati. Allora mi ritrovo a sorridere solo agli anziani e ai bambini, che puntualmente rispondono al mio sorriso con un altro sorriso, e alla fine continuiamo così per un po’ fino a quando ognuno prende la sua destinazione. Non sorrido mai ai ragazzi della mia età, affinchè essi non fraintendano, affinchè – io sia rispettosa- e stia al posto mio.

A volte non viene capito. A volte ti verrà detto – che sei asociale- ed antica. Che non è la normalità, e allora ti sentirai stupida e scioccamente di un’altra epoca. Vorresti svestirti di tutto, sorridere a chiunque, andartene ad abbracciare gli estranei, e fare la cattiva ragazza e poi gridare: - adesso vado bene?- e forse non andrei bene neanche in quel caso, perché smetterei di essere –antica- per essere – troppo moderna e sfacciata.-

Forse in qualunque modo non andrai mai bene, perché qualunque cosa farai sarà un errore per uno e per l’altro.

Ti verrà detto prima che sei –troppo piccola- per capire certe cose, e poi che – sei troppo grande- e sei rimasta troppo indietro rispetto agli altri.

Confusa come nessuno non saprai cosa fare, dove andare e cosa pensare.

Alla fine un pensiero ti verrà in mente, un pensiero che più o meno recita così:

“Tu vai bene così come sei, sai amare, e ami forte, e se gli altri non lo capiscono, se lui non lo capisce, allora che vada tutto al diavolo e basta. Perché se non sorridi agli estranei è perché rispetti il –tuo amore- perché forse sì, sei di altri tempi, e andresti solo apprezzata e amata forse per il tuo essere carinamente – retrò-. Che non dovrai ascoltare il pensiero di uno o di un altro, ma che il tuo va già abbastanza bene. Che dovrai crescere e migliorare, fare altri viaggi, stare attenta alla tua valigia, prendere le giuste strade, superare la paura dell’aereo, essere fedele a te stessa nella tua –versione integrale- senza riassunti o aggiunte fatte a matita, che non dovrai cancellare niente, nessuna parte, neppure quella riguardo – i difetti che gli altri vedono in te- perché se qualcuno li troverà insopportabili, qualcun altro si innamorerà proprio di quelli. E allora vincerai, perché sarai te stessa, perché – il tuo dolore- è cosa tua, che nessuno dovrà più vedere né deridere, che hai vent’anni ma puoi sorridere a chi ti pare, o non farlo affatto, e che vai bene anche così, anche se per amore piangi, perché ad avercele persone che ancora – piangono per amore- ora si piange per l’acquisto mancato o per la storia d’estate finita male. Nessuno più piange per amore, in modo puro.

E quelli che ancora lo fanno, sono gli ultimi eroi senza – errori- che non dovranno vergognarsi di nulla, né mettere a tacere il cuore. Va bene così. Piangere allarga il petto, e diluisce la rabbia.

Piangere a volte fa bene quanto ridere.

E ridere, beh… ridere per amore è infinitamente unico.

Ma tu piangi se hai voglia di piangere, ogni dolore si porta dietro la sua dignità che non va mai strappata perché lì accanto c’è un disastro peggiore.

Piangi perché sei bella anche quando piangi, e voglio dirtelo, perché forse nessuno sarà lì a ricordartelo.”

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