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Una storia di MirianaKuntz

The real monsters

Otto mostri veri

Pubblicato il 21 aprile 2018 in Fantascienza

Tags: anoressia depressione mostri piaghesociali psicologia

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La stanza aveva una strana luce soffusa. La grande finestra sul davanti era coperta da una grossa tenda spessa che non avrebbe mai lasciato passare il sole. Rossa, con i pendagli di uno spessore inimmaginabile. Le otto capsule numerate erano poste in fila, ed erano rimaste lì immobili ed immutate per un bel po’ di anni. All’interno di esse c’erano otto esperimenti, o meglio otto concentrati di –simil persone- che avrebbero impersonato persone vere.

Li chiamavano i real monster. I mostri reali erano qualcosa di inspiegabile ma vero. Per anni si è pensato che i veri mostri erano gli alieni, le bestie feroci, o i fantasmi. Senza pensare che i mostri veri sono quelli che non si vedono, ma vivono dentro di noi.

Così Robert Hawins, uno scienziato inglese piuttosto abile, aveva sintetizzato le molecole di alcune piaghe sociali e le aveva innestate nel corpo di otto cadaveri. Gli otto fortunati sarebbero per lo più tornati in vita, ma in una forma strana e diversa, in una condizione che chiamarla vita è quasi imbarazzante.

Lo scienziato aveva iniziato l’esperimento diversi anni prima, ma ammalandosi di un grave male incurabile aveva lasciato perder tutto, così, molti anni dopo, suo nipote, un giovane genetista aveva trovato le capsule ancora chiuse ermeticamente, ma non aveva una grossa idea di cosa esse contenessero.

I progetti erano confusi e macchiati qua e là, ma le capsule erano dotate di un meccanismo temporale con apertura automatica: passato il tempo massimo di incubazione, i mostri si sarebbero svegliati da quel lungo letargo, e sarebbero tornati – in vita-

Thomas era coi fogli tra le mani quando la capsula numero uno, simile ad una bara, fece scattare la chiusura con un clic. Sul davanti, sotto al numero, c’era scritto in piccolo un nome: Paranoia.

La giovane respirava quasi a fatica, era di spalle, ma il suo fiato faceva l’eco nella stanza dalla luce soffusa. Era di bell’aspetto, vista di spalle, aveva dei lunghi capelli neri, delle spalle di una giusta misura, e un corpo sinuoso, ma quando si girò di scatto sentendo il rumore di un foglio cadere, Thomas potè guardare i suoi grossi occhi. Erano fatti da sole pupille, di un azzurro simile al viola, c’erano delle grosse ciglia, ed erano esposti più all’esterno che all’interno della carne. Nascoste per metà sotto i lunghi capelli c’erano un paio di orecchie fuori misura. Paranoia era tutt’occhi e tutt’orecchie, ma non sapeva né sentire nè guardare bene. Tutto ciò che sentiva era distorto, e tutto ciò che vedeva non era come sembrava. Il rumore di uno spillo sarebbe stata come un’ esplosione, e la vista di un cucciolo di cane sarebbe stato come essere dinanzi ad un leone feroce. Paranoia sentendo il rumore del foglio di Thomas cadere sul pavimento, si coprì le grosse orecchie con le mani, si sedette scomposta sul pavimento e serrò gli occhi, come a non guardare.

Quando scattò la capsula numero due, ciò che ne uscì fu qualcosa di esageratamente normale. Il volto della ragazza era preciso e delicato, i capelli pettinati da un lato sembravano quasi acconciati da un professionista. Aveva la bocca piccola ma di un colorito quasi naturale, e il suo sorriso sembrava tutto tranne che minaccioso. Borderline sembrava quasi un errore in mezzo a tante stranezze, ma non appena Thomas fece per avvicinarsi, il sorriso della giovane divenne rabbioso, prese dalla tasca che aveva sul davanti dei suoi vestiti un coltellino sottile e provò a colpire il giovane genetista. Una volte, due volte, tre volte, poi iniziò col pianto, accasciandosi sul pavimento, bisbigliava parole che sembravano più lamenti insensati che vere richieste, prima che il giovane potesse soccorrerla, Borderline si sedette aggraziata sul bordo della sua capsula, dicendo a gran voce: che bella giornata.

Dalla capsula numero tre, ne uscì fuori un cero. Il ragazzo della terza –bara- era bianco come il latte, e piuttosto che un mostro tornato in vita, sembrava solo uno che stava per morire. Depressione aveva gli occhi persi nel vuoto, non guardava Thomas né gli altri mostri. Non gli interessava un bel niente, non provava curiosità né paura. Non sentiva la gioia di essere tornato in vita, né l’angoscia di essere qualcosa di diverso da ciò che era. Lui c’era, ma non c’era davvero. Non avrebbe provato interesse nel parlare con gli altri, non era curioso di vedere il sole né le stelle. Non conosceva nemmeno sé stesso, e nemmeno ci avrebbe provato. Lui era spento, e spento amava restare.

La capsula numero quattro sembrava simile alla tre per aspetto e colori, ma il ragazzo della bara quattro sembrava quasi più socievole, ma impaurito. Portava una grossa maschera sul viso, e una luce sulla testa. Sembrava un uomo talpa, pronto a scavare di sotto. Quando perse l’equilibrio tentò di scavare con le mani sul pavimento mezzo rotto di quella stanza dimenticata. Ansia (sociale) avrebbe voluto nascondersi. Il fatto che ci fossero quattro persone in una stanza unica, lo rendeva nervoso. Sulla sua pelle pallida iniziarono a formarsi della chiazze umide di sudore, più gli altri sembravano fissarlo, maggiore era la sua voglia di sparire. Tentò di scavare più che poteva, ma le piastrelle del vecchio laboratorio rotte solo in alcuni punti, non gli permettevano di scavare il giusto tunnel per il giusto nascondiglio. Quando Thomas fece un solo passo per raggiungerlo, lui si mise a gridare : non ti avvicinare. Lo ripeteva continuando a scavare, senza guardarsi più nemmeno intorno.

Quando scattò la capsula cinque, il giovane genetista provò per la prima volta in quel giorno, un po’ di paura. Schizofrenia era una giovane donna dai capelli metà rossi e metà neri. Rideva come una matta, e aveva il corpo coperto di tagli auto inflitti. A volte odiava la gente, e a volte invece no. Avrebbe voluto possedere gli altri come si posseggono i gioielli: stipati tutti insieme in un porta gioie di fortuna. Lei era incostante ma minuziosa. Spingeva gli altri a fare cose che non avrebbero fatto in condizioni di normalità. Spingeva i più a saltare dai burroni, a premere il grilletto, a mordere, colpire, rubare, a non rigare dritto. Lo stesso faceva con lei. Sempre al limite di tutto, in punta di piedi su una riga immaginaria con in mente una frase da mantra: prima che mi fotti ti fotto io, e se non volevi fottermi ti fotto lo stesso. –uccidiamo questo coglione- gridò la ragazza agli altri mostri che sembravano confusi.

Nella capsula sei, c’era un ragazzo assai strano. Era diviso a metà in tutte le cose. Bipolare aveva mezzo corpo umano, e mezzo corpo da animale. Pelle e peluria da pelliccia, unghie e artigli, capelli e criniera. Non era mai una cosa o l’altra. Un minuto prima ti amava come nessuno, e l’attimo dopo eri il suo nemico. Avrebbe detto sì e poi no, avrebbe deciso di sposarti e poi di ucciderti senza pensarci, avrebbe scelto te e poi altre cento. Si sarebbe messo a dieta e poi avrebbe comprato cibo da fast food, avrebbe promesso e poi mentito l’attimo dopo. Avrebbe amato la vita, e poi si sarebbe suicidato senza preavviso. Bipolare era viscido e cattivo come quasi nessuno.

La sette si aprì con lo stesso scatto, ma il settimo mostro si alzò con lentezza. La giovane era completamente più ossa che carne. Aveva il viso appuntino e il colorito inesistente. La sua spina dorsale era in rilievo, quasi come quella di un drago. Aveva le spine lungo la schiena, e i tagli lungo le braccia. Quando si guardava allo specchio vedeva riflessa l’immagine di una cicciona in fin di vita, ragione per cui ogni porzione di cibo sarebbe stata vista come un acerrimo nemico. Anoressia odiava il cibo, odiava la vita, e odiava gli specchi. Non voleva che gli altri la guardassero, o che la toccassero. Viveva in uno strano limbo di vuoto dove neppure l’aria riusciva a toccarle il corpo ossuto. La sua gola era così secca da fare spavento, anche l’acqua iniziò ad essere un problema. L’acqua riempieva ciò che lei tentava di svuotare ad ogni costo. Il suo corpo era un campo di battaglia senza oasi o trincee. Aveva poco sangue nelle vene, e i suoi movimenti erano così lenti quasi da non sembrare quelli di una persona vera. Si trascinò ai piedi della capsula, molto lentamente, e tastandosi le braccia praticamente invisibili sussurrò qualcosa come: questo grasso non andrà mai via.

Nella otto c’era un ragazzo giovanissimo, simile ad un bambino. La sua bocca era cucita selvaggiamente. Non c’era un criterio medico per la sua condizione, la parte superiore della bocca era cucita su quella inferiore usando un filo di spine. Il sangue incrostato gli era rimasto un po’ sul mento e un po’ sulla faccia. Mutismo era un giovane senza voce, perché parlare gli avrebbe costato fatica. Si sentiva costantemente a disagio in mezzo agli altri, e la sua voce gli era sempre parsa così mostruosa. Non sapeva raccontare, non sapeva nemmeno ascoltare, perché non avrebbe avuto risposte valide alle domande. La sua bocca cucita era quasi confortevole. Le parole erano troppo appuntite per una bocca così delicata. Il silenzio se lo mangiava da dentro, il suo petto era tranciato nel mezzo, quasi ad essere sopravvissuto ad un attacco animale.

I mostri, capeggiati da Schizofrenia avanzarono lentamente fino a raggiungere Thomas. Il giovane provò ad indietreggiare ma le porte alle sue spalle erano vecchie e mal ridotte, e la serratura faceva una gran fatica ad aprirsi con una chiave così spessa e lunga. Con i palmi delle mani riusciva a sentire i bordi in rilievo della porta di legno massiccio, si aggrappò a qualcosa di indefinito, forse alla maniglia, lasciandosi cadere le chiavi dalle mani.

-Puzzi di vita, stronzo!- esordì schizofrenia – però non sei così male- aggiunse l’attimo dopo baciandolo sulla fronte

-vuole fotterci, ha mosso gli occhi in un modo strano- disse Paranoia avvicinandosi alla sua faccia

Ansia aveva indietreggiato di poco sedendosi in un angolo: -siete in troppi, siamo in troppi in questa stanza, non c’è aria per tutti, non c’è aria, moriremo di nuovo.-

Depressione non diceva una parola, non si muoveva, era immobile davanti a Thomas con lo sguardo perso nel vuoto.

Bipolare prese la testa di Thomas in mezzo ai suoi artigli, passandola da una mano all’altra, quasi come una palla. Rideva e buttava aria, quasi a scaricare la tensione.

Mutismo non parlava, ma iniziò a tirare calci al muro.

-Cosa volete da me? Io non c’entro niente con la vostra forma e i vostri problemi..- balbettò Thomas

-Tu no… ma noi sì coi tuoi.- rispose Bipolare

-Io ho solo trovato questa stanza, sono anni che l’edificio è chiuso, mio zio è morto anni fa..-

-Quello stronzetto che ci ha ridato la vita, oh si, ha avuto ciò che meritava.- rispose schizofenia

-Non puoi parlare di mio zio in questo modo!-

-Altrimenti?- rispose ancora la giovane puntandogli un coltello alla gola

-Posso aiutarvi..- disse sottovoce il giovane spaventato

-Io voglio uscire fuori da questa prigione- gridò Ansia portandosi nuovamente le mani alla testa

-Ha ragione il nostro amico.. dacci le chiavi- rispose Bipolare

-Non permetterò a queste cose di tornare nel mondo, ci siamo liberati di voi, adesso siamo felici, stiamo bene, il nostro è un mondo migliore senza di voi.-

Mutismo fece un cenno con gli occhi, verso le chiavi ai suoi piedi.

Schizofrenia affondò la lama: -anche senza di te, il mondo sarà migliore, stronzo!-

-Ano… c’è qualcosa per te qui.. so che vuoi farlo.. e dopo puoi sempre svuotarti no?- continuò la giovane folle rivolgendosi ad Anoressia.

La ragazza pelle e ossa si avvicinò lentamente al corpo di Thomas ormai senza vita, e lo prese a morsi prima una volta, poi due volte.. poi non riuscì più a fermarsi.

Gli altri se ne stavano a guardare Anoressia mentre strappava la carne di dosso al giovane genetista.

Quando ebbe finito, Schizofrenia spinse le chiavi insanguinate nella serratura, e spalancò le porte.

-Ci stavano di sicuro aspettando, andiamo a fargli un salutino!- Gridò Bipolare pronto ad infestare nuovamente il mondo con i suoi storici mali.

Il mondo stava riavendo indietro i suoi vecchi veri mostri.

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