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Una storia di UnicuiqueSuum

Lui, Lei e Under My Skin

Due amanti si ritrovano, dopo essersi persi di vista per quattordici anni

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Pubblicato il 14 marzo 2018 in Storie d’amore

Tags: amanti ricordo rimpianto tempo treno

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Scese deciso appena il treno fu fermo e la porta automatica del Freccia Rossa si aprì sul marciapiede del binario otto della stazione Termini. L’aria pungente della sera lo avvolse facendolo raccogliere dentro il cappotto. Da qualche minuto l’orologio aveva superato le cinque e a quell’ora aprile prometteva ancora un po’ di luce, nonostante il giorno si apprestasse a morire. Distratto dai suoi pensieri percorse il marciapiede e si diresse verso l’uscita, schivando con destrezza la miriade di viaggiatori e di pendolari affamati di casa che a quell’ora affollano la stazione. Il viaggio era stato gradevole, nonostante un ritardo all’arrivo di una ventina di minuti, cronico come la rassegnazione dei viaggiatori stessi. Aveva letto, anzi riletto, alcune pagine de Gli Indifferenti, sino al punto in cui la meschinità e la falsità dei personaggi lo avevano sopraffatto, disgustandolo ancora una volta. Così passo il resto del tempo a ripensare, compiaciuto, alla sera prima, alla cena con suo figlio Walter che ormai da tre anni, prima per studio e poi per lavoro, aveva lasciato che Milano, pian piano, divenisse casa sua. Era stato bene ed aveva bevuto del buon vino. Ed aveva riso ascoltando il figlio raccontare, in un milanese impanato col romanesco, le sue goffe peripezie alla conquista del cuore di una giovane collega. Walter gli mancava e scappava da lui ogni qualvolta poteva. Era cresciuto bene ed era diventato un bel ragazzo, forte, serio, educato. Si era laureato tre anni prima in ingegneria chimica ed aveva trovato quasi subito un buon impiego in una multinazionale tedesca. Per fortuna Francesca e Paola, le altre due figlie, di cui andava altrettanto orgoglioso, non avevano nessuna intenzione di allontanarsi da Roma. Ed a lui questo non dispiaceva anche se era cosciente di non essere la ragione di tale fortunata decisione.

L’altoparlante chiamava i ritardatari del treno veloce Napoli Torino ed il vociare brulicante degli astanti quasi copriva ogni cosa, come un rumore ovattato. Così riprese a canticchiare, sommessamente tra la bocca e la mente, under my skin, che da qualche giorno si era impadronito della sua testa, fischiettando silenziosamente le parti di cui non ricordava le parole: - I've got you under my skin…I've got you deep in the heart of me… So deep in my heart fiuu fiuu… I've got you under my skin-

-Giorgio…sei proprio tu? Sei tu?- riuscì a sentire dietro le sue spalle, girando la testa all’inseguimento dell’ultima vocale. Cercò la voce nei volti ma a parte una donna ed un ragazzo tutti gli altri avevano l’aria di andare di fretta.

Era una signora sulla cinquantina, forse qualche anno di più, magra, bruna, alta, con grandi occhi vivaci. Stringeva il braccio di un ragazzo poco meno che ventenne, quasi a sostenerlo.

– Non mi riconosci? – gli ripeté lei.

Si avvicinò e non senza una qualche fatica, per via degli occhiali incapaci ormai di correggere la sua vista peggiorata, la riconobbe. Sentì allora una fitta sottile, tagliente, fredda trafiggergli il cuore per poi scendere lentamente allo stomaco e lì fermarsi a macerare ed a togliergli il respiro per un tempo che pensò interminabile. – Elena? Ciao, come stai? Quanto tempo! – e subito si sentì inadeguato come un tempo, inadeguato come inadeguate gli erano subito sembrate le sue parole. E questa era una sensazione che conosceva bene, molto bene anche se aveva avuto il tempo di dimenticarla.

Si rammaricò, scusandosi, di non averla riconosciuta subito. Come aveva potuto non accorgersi di lei? Eppure l’aveva guardata incrociandola. Eppure non era tanto diversa da come l’aveva lasciata. Quattordici anni non sono pochi ma lei aveva lo stesso sguardo fiero e penetrante di un tempo, lo stesso sorriso rassicurante, capace di sciogliere tutti i suoi timori, lo stesso fisico asciutto, fasciato nel suo tailleur blue, gli stessi piedi arrampicati su tacchi impossibili alle più. Soltanto due rughe marcate ai lati della bocca denunciavano il lento trascorrere degli anni.

- Che bello vederti! Sembra impossibile- disse lei -e poi incontrarti proprio qui a Roma –

- Davvero strano…tu non sei cambiata affatto…sei sempre in splendida forma, sei sempre la stessa- la sensazione di inadeguatezza crebbe ancora di più.

- Tu piuttosto, sembra che il tempo per te si sia fermato, se non fosse per i capelli brizzolati, per il resto sei uguale. Stai bene? Ah proposito ti ricordi di Edoardo? Beh, eccolo qui, cresciuto, no?-

- Edoardo? Beh, il tempo invece è passato. Complimenti bellissimo ragazzo e…ti assomiglia molto.

Il ragazzo aveva gli stessi occhi penetranti ed impertinenti della madre, era alto ed indossava una tuta sportiva che riportava sul petto il tradizionale stemma rosso blu con su scritto Atletica Cagliaritana.

Sembrava essersi accorto che l’incontro, ancorché inaspettato e casuale, avesse per sua madre una importanza implicita, non dichiarata. Con uno sguardo scocciato ed al contempo preoccupato, seguiva l’evolversi della situazione.

- Edo – disse lei – magari non Ti ricordi ma questo signore ti conosce da quando eri nella culla. Non ti ricordi quando ti comprava la cioccolata al bar?- e rise. Anche Giorgio guardandola sorrise.

- No mamma, non mi ricordo, ero piccolo, come potrei.- disse Edoardo, mostrando una iniziale irritazione.

Catturati, gli occhi di Giorgio avevano smesso di essere liberi, non potevano fare altro che seguirla come fosse imbambolato.

I ricordi iniziarono a piovergli addosso, sommergendolo velocemente. E quando si trovò con la testa sott’acqua, i ricordi, come bolle d’aria che risalgono in superficie, si presentarono uno ad uno reclamando la giusta attenzione. Si ricordò quindi di quanto l’avesse amata, da subito, sin dai primi incontri. Si ricordò delle promesse di amore eterno. Si ricordò delle prime carezze, prima rubate un po’ per caso, poi nascoste ed infine conquistate. Si ricordò della voglia perenne di baciarla e si ricordò dei primi baci, il primo sfiorato, ed in seguito il primo vero. Si ricordò delle paure di lei. Si ricordò della sua spavalda incoscienza. Si ricordò di quando ballarono e la strinse a sé teneramente. Si ricordò di quanto fosse emozionato, come un adolescente imberbe. Si ricordò delle lettere, lette e subito strappate. Si ricordò di quando, randagio, passeggiava sotto casa sua solo per starle più vicino. Si ricordò il momento in cui apprese la notizia del suo trasferimento da Cagliari. Si ricordò la disperazione per la fine della loro storia. Di quando furono coscienti che tutto da quel momento sarebbe stato più difficile, impossibile. Si ricordò di quando fecero l’amore per scacciare la paura. Si ricordò quell’unica volta in cui cercò di respirarle l’anima e portarla per sempre via con sé, quell’unica volta arrabbiata, disperata, dolce. La volta in cui cercò di catturare ogni attimo nella sua memoria, perché sapeva non gli sarebbe rimasto più nulla di lei. Si ricordò lo sconforto sordo delle settimane successive, delle telefonate non risposte, della stanchezza che prende il sopravvento. Si ricordò del silenzio e della vita che, subdola, anestetizza tutto.

Come aveva fatto a non riconoscerla subito? Come aveva potuto dimenticarla. La voce di lei lo fece riemergere dai suoi pensieri.

- Sempre a Roma? State bene?-

- Sì tutto bene. Tutti laureati, Francesca è pediatra al Bambin Gesù, si è sposata un bravo ragazzo, anche lui medico ed aspetta un bambino. È un maschio. Paola incredibilmente si è innamorata del greco ed ha scelto la carriera universitaria. È fidanzata ma credo non abbia intenzione a breve di sposare quel povero fidanzato. Walter fa l’ingegnere a Milano. Ho trascorso il fine settimana da lui.

- Immagino sarà il cocco di papà. È sposato?-

- Ma chi Walter? Sposato? È intelligente lui.- e rise.

- Tua moglie?-

- Sta bene- non le disse che ormai la vedeva poco, che le loro vite si erano di fatto separate - E tu che ci fai qui a Roma? –

- Ho accompagnato Edoardo, ha le gare del campionato nazionale di atletica qui al villaggio Olimpico. Ma in questo momento stavamo per andare a trovare mia cugina che abita dalle parti di Via Cavour, in Via Urbana.-

- Ma le gare le hai già fatte? – disse rivolgendosi ad Edoardo.

- Non ancora, iniziano domani- rispose il ragazzo frettolosamente.

- Sei carico? Sì sei carico si vede- lasciando cadere l’argomento accortosi della indisposizione del ragazzo ad una conversazione serena. Lo capì, in fondo: i figli maschi sono sempre gelosi delle loro madri.

- Ed il piccolo? Piccolo si fa per dire- le chiese.

- Il piccolo è di maturità quest’anno. Mamma mia, fatico a prepararmi all’idea del periodaccio estivo. È con mia madre, santa donna.-

- Ed il lavoro? Sempre in Banca? Cosa sei ora? Sarai mega mega direttore.-

- Si si sfotti, macché sempre Direttore di Filiale. Ma a me basta ed avanza. Eri tu che mi facevi venire voglia di fare altro. O meglio mi spingevi a fare altro.

- Ed i Tuoi stanno bene. E Tuo marito? – facendo trasparire un malcelato interesse formale alla seconda domanda.

- I miei vivi e questa è già una gran cosa – disse lei con un tacito riferimento alla prematura morte dei genitori di Giorgio – Maurizio? Maurizio non c’è più, non era quello che credevo- e stette in silenzio abbozzando un sorriso malinconico.

Un tempo la notizia lo avrebbe reso felice ed invece si dispiacque per lei, per l’evidente dolore che accompagna il fallimento di una vita. Sapeva bene però che la vita non sempre è come te la immagini. Basta non avere troppa immaginazione, amava ormai concludere, ed il problema è risolto alla radice.

- ma tu invece? Ti godi la sospirata pensione?-

- Sì ma mi tengo in allenamento, collaboro a tempo perso con una società di consulenza di alcuni amici. Mi diverto, nulla di più.

Si guardarono: ancora una volta lui si perse nei suoi occhi, come faceva un tempo. Si sorrisero.

- Bè, è ora di andare – disse lei visibilmente imbarazzata – altrimenti facciamo troppo tardi-.

- Hai ragione. Allora ciao – e le porse la mano per salutarla – stammi bene, mi raccomando-.

- Promesso. Anche tu, però.- ma lei ricambiando il gesto lo attirò dolcemente a sé e si sporse con la guancia per baciarlo.

Ebbe l’occasione di sentire il suo profumo e gli sembrò di riconoscerlo. Ma forse fu solo un’impressione.

- Dai Edo, andiamo che si fa tardi -e lo guardò per un ultima volta – ciao –

- Ciao.-

Si girarono e si allontanarono. Lui la seguì con lo sguardo ed una improvvisa tristezza si impadronì di lui e crebbe ad ogni passo di lei.

Ebbe l’impressione che, sistemandosi la ciocca di capelli perennemente sull’occhio sinistro, Elena si voltasse a guardarlo davvero un’ultima volta. Ma anche questa, forse, fu solo un’impressione.

Sentì il bisogno di sedersi in una panca posta vicino alle biglietterie automatiche. Sentì il vuoto, come se l’aria fosse stata risucchiata. Sentì che un pezzo di vita che aveva dimenticato era riaffiorato per poi andarsene per sempre. Si rese conto di esser ormai vecchio. Si rese conto che la vita è proprio effimera. Si rese conto di non avere più le forze. Intanto lei scomparve alla sua vista.

Pensò, pensò e pensò ancora. Dopo qualche minuto, si tirò su, emise un sospiro e riprese il cammino, canticchiando e fischiettando nuovamente il motivo di cui era prigioniero: - I've got you under my skin. I've got you deep in the heart of me...fiuuu fiuuu.

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