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Una storia di Hollielost

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Elena Pinckett.

Pubblicato il 22 dicembre 2015

Pioveva. Punsterlitz se ne stava seduto dietro l'autista del taxi che l'aveva preso alla stazione. Neanche notava la miriade di gente sui marciapiedi che correva, armata di ombrello, entrando e uscendo dalla metro. Piuttosto controllava ossessivamente l'orologio, consapevole di essere in ritardo. Si avvicinò all'autista, chiese se mancava ancora molto al Dipartimento di Psichiatria. L'uomo, con un forte accento messicano, gli confermò che sarebbero stati a destinazione entro un quarto d'ora. Il passeggero si risistemò sul sedile sospirando, controllò di nuovo l'orologio e si mise a guardare fuori dal finestrino. Si sentiva sopraffatto da quella giornata estenuante.

Nel suo ufficio il professor Antony Birkin beveva caffè. La bottiglia di scotch era dentro il cassetto aperto e lui la fissava insistentemente ma sapeva di non poterne bere il contenuto. Il suo medico curante gliel'aveva detto in molti modi: quella bevanda per lui era deleteria. Gli aveva proprio detto che, se avesse continuato a bere alcolici, il suo cuore, già bello malandato, non avrebbe più sostenuto il ritmo, così Birkin aveva dovuto dire basta, controvoglia, al vizio che più aveva caratterizzato la sua esistenza. Se sua moglie avesse saputo di quella bottiglia lo avrebbe sgridato, ma a Birkin non importava. Lui la odiava ma odiava ancora di più i ritardi. Bevve un altro sorso di caffè, chiudendo il cassetto, poi osservò l'orologio alla parete. Spostò lo sguardo sulla finestra appannata e gli sembrò di notare sulla strada una macchina gialla da cui scese un uomo con una ventiquattrore e un ombrello. Dopo qualche istante sentì battere alla porta del suo ufficio. Rispose e l'uomo del taxi gli si presentò davanti, con una faccia imbarazzata e il soprabito fradicio.

Kurt Punsterlitz non sapeva da che parte cominciare. Il suo professore gli aveva detto che Birkin detestava la gente in ritardo e lo sguardo del suo interlocutore non aveva certo quelle caratteristiche che aiutano a mettere a proprio agio una persona. Rimase sulla porta per qualche istante, finché il professore non gli indicò una sedia. Si sedette, poi iniziò a presentarsi. Birkin, con aria annoiata, lo interruppe.

- Non pensavo che fosse così giovane, dottor Punsterlitz.

- Bé, mi sono laureato con il massimo dei voti in Medicina all'università di Berkeley ed ora mi sto specializzando in Psichiatria. Ho già iniziato a redigere la tesi ed è per questo che sono qui, le sarà arrivata la lettera del professor Hollyster... - Punsterlitz si mise a frugare nella sua valigetta per cercare la copia della lettera di raccomandazioni.

- Non si disturbi, ce l'ho qui davanti a me. Hollyster usa parole lodevoli e non ho dubbi che esprimano la verità. Ho molto materiale, effettivamente, che può tornare utile per la sua elaborazione. Inoltre, quella nuova tecnologia che permette di registrare visivamente i colloqui...sì, non ricordo come si chiama... può visionare qualcosa, ma deve venire in università, perché è lì che abbiamo tutta la strumentazione adatta, sa, costa un occhio della testa.

Birkin si alzò e si diresse verso la libreria, si mise a controllare i faldoni riposti sullo scaffale davanti al suo naso e poi ne estrasse uno verde. Lo consegnò a Punsterlitz, che si alzò dalla sedia per recuperare dei fogli che svolazzavano sul pavimento. Si riaccomodò, aspettando istruzioni. Birkin guardò con noncuranza il giovane studente, poi gli disse che se era curioso poteva già guardarne il contenuto. Il ragazzo saltò sulla sedia e ricordò le parole del professor Hollyster, che, in confidenza, gli aveva raccontato del carattere non semplice del collega. Kurt aveva paura a guardarlo in faccia, quell'uomo lo metteva davvero a disagio e non sapeva come fare per congedarsi. Tutto quello che voleva era andare in una camera d'albergo, farsi una doccia calda e mangiarsi un hamburger. Birkin forse glielo lesse negli occhi; con una scusa lo mandò via, dandogli appuntamento la mattina successiva, per iniziare a lavorare alla tesi.

Il riposo fu ristoratore per entrambi. Quella mattina, infatti, il professor Birkin sembrava un'altra persona, completamente diverso dal musone che Punsterlitz aveva incontrato. Effettivamente l'uomo era felice come un bambino in un negozio di caramelle: la moglie gli aveva annunciato, mentre la domestica serviva la colazione, che si era innamorata di un altro e che aveva intenzione di chiedere il divorzio. Birkin, che per un istante non credette alle sue orecchie, fu felice di controllare l'agenda e di dirle che si sarebbero potuti incontrare dall'avvocato il martedì successivo. Punsterlitz invece aveva seguito i suoi propositi: era entrato nella sua camera d'albergo, si era fatto un lungo bagno caldo, aveva ordinato un hamburger e poi aveva chiamato la sua fidanzata. Poi aveva mangiato e si era messo a dare un'occhiata alle carte del professor Birkin. Era rimasto un po' stranito dal profilo di quella donna, Elena Pinkett. Se l'era immaginata come un donna robusta, dai capelli biondo cenere e gli occhi verdi, una persona irascibile e violenta, almeno così suggerivano le azioni che l'avevano portata nell'ospedale psichiatrico dove scontava la sua pena.

- Allora, Kurt, ha letto qualcosa ieri sera o si è addormentato subito?

- No professore, ho sfogliato i documenti e mi ha molto incuriosito la storia di questa donna, la signora Pinkett.

Birkin sorrise guardandosi le scarpe, mentre entrambi camminavano verso il dipartimento.

- Bé, è una donna problematica. Lei giustifica i suoi delitti come delle imposizioni che le sono state date.

- Delle imposizioni?

- Sì, degli ordini. Ma non si preoccupi, in questo caso non sono arrivati da Dio – Birkin continuava a sorridere, specialmente guardando negli occhi il giovane, che sì, aveva studiato sui manuali di isterie del genere, ma non pensava mai nella vita di avere a che fare con un caso simile. Entrarono nel Dipartimento di Psichiatria, poi il professore lo condusse in una saletta al piano superiore, dove si trovava un televisore.

- La lascio qui, dottor Punsterlitz. Ho del lavoro da sbrigare, si appunti tutto quello che ha intenzione di chiedermi. Le ho fatto portare le due videocassette che hanno registrato i colloqui con la paziente. Sarà un po' dura per lei vedere queste cose, forse, ma non si lasci spaventare: ormai Elena Pinkett non può nuocere più a nessuno. Ci vediamo in mensa all'ora di pranzo – Birkin chiuse la porta, lasciando Punsterlitz davanti al televisore. Sul tavolo un telecomando: spinse il tasto rosso e il video partì. Il ragazzo si sedette, con gli incartamenti davanti e il suo bloc notes.

Il video riprendeva una stanza in cui era stato messo un tavolo in formica con una sedia. Non c'erano altri complementi d'arredo e la camera aveva il pavimento grigio, come le pareti, illuminate dalla sola luce del lampadario. Ad un tratto una donna venne fatta entrare nel gabbiotto, era vestita di arancione, era piccola e aveva i capelli rossi, gli occhi blu. Sembrava un'allucinata. Il secondino rimase con lei per qualche minuto, finché non entrò un uomo in abito che portava con sé una valigetta. Questo si sedette, rivolgendo le spalle alla telecamera, ed estrasse un piccolo mangianastri. Lo appoggiò sul tavolo e il poliziotto lasciò la stanza, chiudendosi la porta alle spalle. L'uomo premette un tasto sul mangianastri ed iniziò a parlare, fu così che Punsterlitz riconobbe il professor Birkin.

La donnina seduta davanti a lui era Elena Pinkett. Come poteva quello scricciolo aver ucciso uno dei suoi mariti e i suoi figli? L'intervista cominciò.

- Signora Pinkett, vuole descrivere la sua vita? Mi partli di lei, della sua infanzia, dei suoi matrimoni e del perché si trova qui.

La donna sgranò gli occhi e tirò la testa leggeremente indietro. Sul collo aveva dei segni, come se si fosse legata una corda al collo.

- Mi chiamo Elena Pinkett, ho quarantacinque anni. Sono nata nel 1932 a Baltimora, mio padre era pastore di una piccola congregazione religiosa. Quando avevo sedici anni sono stata con un ragazzo della comunità e mio padre, che ci aveva sorpresi, mi ha costretto a sposarlo... diceva che ero carne avariata e che dovevo stare con quello. E' stato il più grande torto che potesse farmi.

Punsterlitz ascoltava con attenzione: una donna piccola e con una mente così lucida si era macchiata di quelli orrendi delitti? Non capiva. Continuò a guardare.

- Cosa è successo con il suo primo marito?

- La fai facile, dottore... il bastardo era un tossico di merda, beveva ed è stato lui il primo ad infilarmi un ago nel braccio. Eravamo sempre drogati e quando lui non lo era e si rendeva conto dello schifo in cui vivevamo, mi picchiava così forte da farmi uscire il sangue dal naso.Diceva che ero una troia, che non valevo niente e mi obbigava a stare sulla strada per portargli i soldi che usava per il bere. Io mi drogavo tantissimo, non ce la facevo a reggere quella vita così squallida e sporca, ero da sola, completamente da sola. Poi sono pure rimasta incinta. Quando mio marito se ne accorse me ne diede talmente tante che pensai di aver abortito, invece non era così. Mi mandava sulla strada anche con il pancione e dopo aver pensato che quel figlio poteva essere di qualche cliente, il bastardo se n'è andato, lasciandomi senza un posto dove andare. Mi sono arrangiata come ho potuto, sempre prostituendomi, sempre drogata e bevuta, finché non ho incontrato Jack.

La donna si alzò dalla sedia. Il professor Birkin la osservava, senza imporle di sedersi ancora. La prigioniera si rifugiò in un angolo della stanza con il viso rivolto verso il muro e sembrava stesse sussurrando qualcosa. Poi tornò tranquillamente al suo posto. Riprese a raccontare con un volto sempre più stravolto.

- Jack all'inizio sembrava un angelo venuto a prendermi e a ripulirmi dello schifo in cui mi trovavo. Mi aiutò a smettere di bere e a disintossicarmi, mi fece accettare in una casa-famiglia dove si prendevano cura delle puttane che volevano cambiare vita. Veniva a trovarmi spesso e io come una pera mi sono innamorata. Ci siamo sposati nel giro di qualche tempo, il mio primo marito aveva avuto un incidente d'auto ed era morto sulle Montagne Rocciose. All'inizio tutto andava bene: avevo partorito il mio maschietto, Michael, e sembrava finalmente che la mia brutta situazione si fosse risolta per il meglio. E' bastato un anno per capire che mi ritrovavo con un tizio cattivo come mio padre. Jack era un cristiano fervente, mi obbligava ad andare in chiesa ogni giorno e mi picchiava se non ci andavo, se mi compravo qualcosa che non fosse utile alla famiglia o se mostravo gentilezza nei confronti di qualcun altro. Con lui ho avuto altri due figli, Amelie ed Hector, ma non sono stati concepiti con amore... Jack mi legava polsi e caviglie al letto per poter fare il suo comodo, mi veniva addosso, in faccia, urlandomi di non piangere, che dovevo esserci abituata, visto che ero una troia. Quando i bambini erano piccoli mi picchiava davanti a loro, mi maltrattava se mostravo attenzione verso Michael, che chiamava il Figlio del Demonio: per rendere la vita difficile anche a lui aveva dipinto la sua stanza di rosso e lo teneva chiuso dentro a chiave per tutto il giorno. Quando scendeva per i pasti lo faceva sedere in cucina, mentre noi stavamo in sala da pranzo... aveva solo sei anni cristoddio ed era pure ritardato!

Elena iniziò a piagnucolare, il suo interlocutore non mostrava nessun segno di empatia nei suoi confronti. Punsterlitz invece cominciava a sentirsi strano: non vedeva più in quella donna un'assassina ma una donna che aveva fatto quello che sentiva di dover fare per sopravvivere. Birkin continuò l'intervista.

- In che senso ritardato?

La donna smise di piangere. Lo guardò con occhi spalancati, immobile, poi piantò le mani sul tavolo e si avvicinò prepotentemente al dottore, che quasi cadde dalla sedia.

- Mi prendi per il culo? Eh? Mi prendi per il culo???

La donna urlava, subito il secondino si fiondò nella stanza e la riprese con la forza. Per farla stare ferma la ammanettò alla sedia, mentre quella sbavava, con gli occhi all'indietro e i capelli sulla faccia. Stava farneticando; dopo qualche minuto ritornò in sé e rispose alla domanda.

- Era ritardato. Si toccava sempre, non sapeva parlare, non sapeva giocare con i suoi fratelli. Sono stata obbligata a mandarlo a scuola dai servizi sociali ma gli altri bambini avevano paura di lui perché li picchiava e anche le bambine, perché le toccava con insistenza, come un uomo fa con una donna. Era così evidente che Jack lo violentasse... ero stata completamente cieca. Dottore, mi sentivo il cuore dentro scoppiare, sai? Avevo ricominciato a bere bourbon, ero ubriaca già alle otto di mattina e di notte non dormivo.

- Perché non dormiva?

Elena si mise a sghignazzare, poi rispose con una voce molto profonda, molto diversa da quella usata fino a quel momento.

- Dottore, non dormivo perché ero impegnata a camminare nei boschi.

Rise ancora.

- Camminavo nei miei sogni o camminavo nel bosco dietro casa, non lo so, so solo che avevo visto lì per la prima volta la maga. Sì, solo che non lo sapevo che era una maga. La vedevo con la sua veste verde lunga fino ai piedi, i capelli neri sciolti sulle spalle ed una notte di luna piena questa mi ha guardato. Si è rivolta a me e io ho visto il suo viso, le sue mani e la sua veste sporca di sangue e lei che mi sussurrava che era giunta l'ora. Per cosa? Avevo domandato, ma lei non aveva risposto. Era sparita. L'ho rivista poi una mattina, mentre andavo a fare la spesa. L'ho seguita, stava in uno stanzino e leggeva il futuro sulle mani della gente e io allora le ho chiesto cosa vedeva nel mio di futuro. Sai cosa mi ha detto? Mi aveva detto che mi aveva visto nel bosco e che le mie sofferenze su questa terra erano quasi finite. Mi aveva detto che mio padre mi aveva maledetto quando ero rimasta incinta di Michael e che quella maledizione poteva essere lavata via solo con del sangue. Poi se n'era andata, lasciandomi come una cretina nel suo sgabuzzino...

Riprese a ridere, con uno scatto all'indietro si scostò i capelli dal volto, sembrava sussurrare qualcosa a qualcuno che non era lì e poi si rimise a fissare dritto negli occhi il professor Birkin, che ascoltava, annotava qualche cosa, preparava la prossima cassetta per il mangianastri.

La prima videoregistrazione terminò così e Punsterlitz quasi si spaventò quando lo schermo diventò tutto grigio. Controllò l'orologio, era l'ora di pranzo. Chiese all'assistente di preparare il secondo nastro per le dodici e mezza e scese in mensa, dove Birkin si era già accomodato. Stava terminando: era già arrivato al budino di tapioca. Gli domandò scusa ma il vecchio professore era tutto contento e non gli fece pesare il suo ritardo. Si limitò a chiedergli come stava andando e non ascoltò la risposta del suo interlocutore. Finì il suo budino e si congedò velocemente e a Punsterlitz non restò che mangiare un altro hamburger da solo. Si sbrigò per riprendere il lavoro.

Tornò nell'ufficio e premette il tasto rosso del telecomando.

- E dopo? Lei che fece?

- Eh, ho ucciso Jack. Era lui il mio problema, era lui che dovevo sacrificare per far vivere meglio i miei cari. Quello stronzo alla fine si è preso quello che si è meritato. L'ho fatto quella sera stesso, sai? Avevo visto in cantina un vecchio fucile e sapevo che era pronto all'uso, perché Jack mi aveva minacciato più volte di infilarlo nella mia vagina e di sparare un colpo. L'ho preso di nascosto e l'ho messo sotto il lavandino. Dopo cena, quando Jack se ne stava andando nel capanno per prendere la ramazza per spazzare il cortile, l'ho seguito e gli ho sparato alle spalle. Non mi frega se è stato da vigliacchi, lui non meritava di guardarmi in faccia quando l'ho ucciso.

Rise istericamente, poi continuò.

- Sai, non ho fatto neanche un giorno di prigione. Ho raccontato delle violenze, delle botte, di come trattava Michael e anche di quella sua scatola segreta dove teneva le foto che mi scattava quando mi violentava. La polizia ha scoperto che in quella scatola c'erano anche fotografie di altre ragazze, era Jack il bastardo che girava per i quartieri malfamati a raccattare le troie, a sbattersele e a menarle. Si è tenuto un souvenir di tutte loro. Bastardo. Sono contenta di quello che ho fatto, non mi sono mai pentita, anche se ne pago tutti i giorni le conseguenze. Pensavo che col tempo sarei stata meglio, che lo saremmo stati tutti ma la maga tornava sempre nei miei sogni e mi diceva cose che io non riuscivo a capire. A casa non c'erano soldi e i miei figli ormai erano grandi: Michael aveva già quasi diciotto anni, Amelie quindici ed Hector quattordici. Michael non era per niente migliorato: non sapeva esprimersi, si masturbava continuamente e molto spesso usciva di casa tutto nudo, mostrando il suo pisello a chiunque. Avevo paura che sarebbe potuto diventare come Jack, gli avevo nascosto la bicicletta, così da non poter andare a cercare le troie nei quartieri periferici della città. Una sera, ero sempre ubriaca in quel periodo ma me lo ricordo bene, l'ho beccato a spiare la sorella che si stava cambiando nella sua stanza. Aveva fatto un buco cosicché potesse sbirciare le sue tette e il suo culo. Non ho perso la calma, l'ho chiamato, mi sono resa conto che era eccitato, l'ho fatto andare in bagno dove, nel frattempo, avevo preparato un bel bagno caldo. Dopo qualche istante sono andata in cucina e poi sono tornata da lui, che si era immerso nell'acqua bollente, e gli ho fatto bere una tisana rilassante-

Elena ridacchiò e il suo volto assunse un aspetto grottesco. Poi riprese.

- Sì, era talmente rilassante che Michael si è addormentato!

Ora la risata si era fatta grassa: la donna aveva la bocca aperta e sbavava, senza potersi pulire. Il secondino, che dal primo scatto d'ira era rimasto nella stanza, le si avvicinò e le pulì la saliva.

- Gli ho tagliato le vene, dottore. L'acqua della vasca si era tinta di rosso e io ho lasciato che tutto il sangue lasciasse il corpo del mio bambino. E' stata dura portarlo in cortile, di notte, sai? Ce l'ho fatta, gli altri non si sono accorti di niente, ma ho avuto mal di schiena per giorni. L'ho seppellito dietro il capanno. E' stata una prova, ho fatto meglio quando ho fatto fuori quella troietta di Amelie. L'ho beccata sai? Si stava comportando come avevo fatto io. Si stava facendo montare dal suo fidanzatino in cantina, l'ho vista con questi occhi. Non ho detto niente, ma quella troietta se ne faceva diversi: era la più carina e calda della scuola. Non volevo che rimanesse incinta. La maga tornava sempre nei miei sogni e mi diceva che anche lei avrebbe partorito il figlio del demonio, se non fossi intervenuta. Allora ho preso una decisione e le ho preparato lo stesso bagno caldo e la stessa tisana che avevo preparato per Michael, l'ho uccisa allo stesso modo, ma dopo che il sangue era tutto uscito dal suo corpo ho dovuto farla a pezzi. Ho lavorato tutta la notte.

- Ha fatto troppo rumore, vero?

- Ero circondata dai fantasmi. Ci credi nei fantasmi, dottore? Quando ho finito di tagliare mia figlia, loro hanno cominciato a infilarmi nella carne mille spilli e io non potevo non urlare. E' così che Hector si è svegliato. E' venuto in bagno, ha visto cosa avevo fatto a sua sorella ed è sparito. Non l'ho più visto. All'alba è arrivata la polizia e sono finita qui, pare che dovrò rimanerci fino a quando avrò fiato nei polmoni.

- Come si sente adesso?

La donna fissava con occhi vitrei al di là del professor Birkin. Spostava furiosamente lo sguardo da un angolo all'altro, come se ci fosse ancora qualcuno che potesse disturbarla.

- Come vuoi che sto, dottore. Sto di merda. Li vedo, sai? Anche se prendo tutte le medicine. Quelle mi fanno venire sonno, a volte non riesco neanche ad alzarmi dal letto, ma loro sono sempre con me che mi spiano.

- Loro chi?

- Jack, Michael ed Amelie. Hanno la faccia coperta di sangue e continuano a digrignare i denti. Sono sempre con me.

La registrazione si interruppe. Si erano fatte le cinque, Punsterlitz si sentiva strano. Aveva mal di schiena per via della continua immobilità e gli bruciavano gli occhi. Preparò le sue cose, spense il televisore ma ad un tratto si irrigidì: sentiva come se qualcuno, da un angolo di quell'ufficio, lo stesse fissando insistentemente. Si voltò di scatto e poi ridacchiò fra sé, si sentiva un idiota. Lasciò tutto come aveva trovato e andò in albergo. Dormì sodo.

Il giorno successivo si recò nell'ufficio di Birkin per fargli un paio di domande, pensò che sarebbe stato carino portargli una tazza di caffè, visto l'aiuto che gli stava dando. Lo trovò alla sua scrivania, intento a leggere il giornale. Birkin era felice: evidentemente la notizia del suo imminente divorzio non lo abbandonava mai.

- Ah Punsterlitz, si accomodi! Che gentile, ha portato il caffè!

- Volevo porle un paio di domande sul caso Pinckett, signore.

- Certo, certo! Ah ma lei non può saperlo. Elena Pinckett è morta ieri alle cinque del pomeriggio, verrà cremata dopo l'autopsia. Strana la vita, eh?

Il bicchiere di caffè cadde sui pantaloni del giovane medico, che si bruciò. Birkin appoggiò velocemente il suo sulla scrivania, poi invitò l'ospite a sedersi, lo vedeva turbato. Eccome se Punsterlitz lo era! Era lo spirito di quella donna che lo stava spiando dall'angolo, la sera prima?

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