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Una storia di Writer

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Il carcerato

Non si può mai aver la certezza d'esser padroni della propria vita

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Pubblicato il 22 giugno 2018 in Altro

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Eleuterio Di Vasto era stato finalmente preso e condannato all’ergastolo per rapina a mano armata e omicidio volontario. Ma questo era solo l’ultimo dei numerosi reati, la maggior parte dei quali gravi, che aveva commesso. Tutta la sua vita era stata costellata da periodiche entrate e uscite prima da istituti di correzione per minori e poi dal carcere, una volta maggiorenne. Ora era un uomo di mezza età, di altezza medio-alta, dall'aspetto giovanile e con i capelli ancora neri. Era un recidivo, mai pentito delle azioni delittuose e non di rado spietate che commetteva; un "duro" che in pochi anni era riuscito a guadagnarsi un indiscusso rispetto se non, talvolta, timore da parte di altri malviventi incalliti e, perfino, da alcuni esponenti della mafia. Quel rispetto, quel timore se li era guadagnati sottolineando in qualsiasi circostanza un evidente e mai esitante disprezzo verso tutto ciò che si ponesse d'ostacolo alle sue mire, vita umana compresa. Se mai, in qualche occasione, si era dimostrato affabile, gentile e condiscendente, si poteva ben credere lo avesse fatto non certo per un'insospettata e recondita gentilezza d'animo e di cuore ma, di sicuro, per una convenienza superiore che, in prospettiva, gli avrebbe fruttato quanto desiderato, ossia denaro, potere e fama.

Questo era l’uomo conosciuto non soltanto dalla malavita ma anche dalle Forze dell’Ordine.

Fu quindi piuttosto sorprendente che, poco dopo la sua incarcerazione, cominciassero, tra i detenuti, a circolare voci e dicerie riguardanti una sua presunta quanto malcelata inquietudine che nessuno si sarebbe mai aspettato né sarebbe stato in grado di spiegare. Ciò che ogni giorno che passava sembrava essere sempre più fuor di dubbio, era che nello spietato e crudele Di Vasto fosse in atto una trasformazione. Un pentimento? Improbabile. Un ravvedimento? Parola sconosciuta e assente nel suo personale dizionario. Cos’era, dunque? A che era dovuto quel turbamento che traspariva nel suo volto nei momenti in cui la sua guardinga vigilanza e il suo autocontrollo venivano meno? Quando, nell’ora d’aria, in cortile, rimaneva pensoso e isolato in un angolo mostrando con lo sguardo di non volere, cercare o gradire nessuna umana interazione? Gli fu persino offerta dell’assistenza psicologica che egli, quasi seccato, rifiutò.

Col passar delle settimane, tuttavia, la sorpresa, la curiosità per l’atteggiamento e la condotta assunti dal Di Vasto, scemarono gradualmente. Tanto più che l’illustre ospite della Casa di pena pur non rinunciando alla sua posizione di dovuto rispetto e comando, si dimostrava diligente, preciso e solerte nello svolgimento delle quotidiane mansioni – anche umili – che gli erano state affidate o che, meglio, si era scelto. Lavorava nelle cucine del carcere, collaborando con i cuochi: era noto, infatti, quanto gli piacesse cucinare.

Tutto aveva ripreso il suo tran tran consueto. Le espressioni pensierose e turbate del Di Vasto non facevano più notizia e nessuno più se ne chiedeva il motivo. Ma qualche mese dopo accadde un fatto ben più sconcertante dell’apparente cambiamento nel carattere del detenuto: Eleuterio Di vasto – malvivente da sempre, senza pietà e senza Dio – sia pur con discrezione chiese e ottenne un colloquio col cappellano del carcere, il quale, assai confuso, fu il primo a meravigliarsi della richiesta considerato chi l’aveva fatta. Ci fu anche qualche ironico quanto sommesso mormorio da parte di alcuni giovani detenuti: che l’Ele (così veniva chiamato familiarmente dai compagni di detenzione) volesse confessarsi o, peggio, convertirsi? Che lì in carcere avesse incontrato Dio? In ogni caso prima o poi al Creatore ci saremmo andati tutti, nei modi e nei tempi più svariati. E via ironizzando di questo passo. Ovviamente non quando il diretto interessato era nelle vicinanze o nelle vicinanze si trovava qualche suo fido e fidato conoscente che, magari aveva in passato fatto parte (o ancora lo faceva) di qualche banda capeggiata dall’Eleuterio Di Vasto. Anche i secondini e il direttore del carcere non erano meno sorpresi di questo suo improvviso desiderio.

Venne dunque il giorno in cui don Piero Gabardin ricevette Eleuterio Di Vasto nella cappella del carcere. Egli sapeva chi fosse e cosa avesse commesso in un passato più o meno recente l’uomo che ora era inginocchiato (avrebbe davvero stentato a crederlo se non lo avesse visto con i propri occhi) all’esterno del confessionale.

«Mi perdoni, Padre, perché ho molto peccato e commesso azioni imperdonabili… ma confido nella misericordia di un Dio in cui, sinceramente, ho difficoltà a credere.»

«Lui, in te, al contrario, non ne ha!»

«Se lo dice lei...»

«Se sei qua, vuol dire che, in te, crede. Ma dimmi, lascio parlare te ora.»

Di Vasto esitò non sapendo con che parole cominciare. Dopo qualche istante disse con voce ferma:

«Padre, ho ucciso.»

Se don Piero non avesse svolto il suo ministero da ormai parecchi anni si sarebbe sentito quasi preso in giro da un’affermazione simile ma, considerato il luogo…

«Non ha importanza cos’hai commesso ma se e quanto ti rendi conto della gravità delle tue azioni… se provi rimorso, dolore per averle commesse e te ne penti accettando di espiarle.»

Dall’altra parte della grata ci fu un prolungato silenzio.

«Non è questo, Padre.»

«Cos’è allora? Cosa ti ha portato qua?»

«Nella mia vita ho ucciso molta gente, per vendetta, punizione per uno sgarro nei miei confronti, perché intralciavano i miei obiettivi. Ho ucciso senza mai domandarmi quanto dolore avrei provocato, quanti figli avrei reso orfani, quante compagne o mogli vedove. Non m’importava: solo il profitto, il potere la fama che le mie azioni creavano m’importavano: nient’altro. Ma l’ultimo uomo che ho ammazzato durante la rapina…»

Fu don Piero questa volta ad attendere che Di Vasto proseguisse.

«L’ultimo uomo che ho ammazzato mi ha sconvolto… e non tanto perché gli ho tolto la vita ma per la situazione inaspettata in cui mi ha messo.

Avevo intimato a tutti che si sdraiassero a terra a pancia in giù. Un mio complice era saltato oltre il bancone per controllare gli impiegati e io tenevo sotto mira i clienti in quel momento presenti. Mai mi sarei aspettato che un piccolo uomo, ormai anziano, si alzasse e, con le mani in alto, nonostante io cercassi d’intimorirlo e minacciarlo mi venisse incontro e, con un’espressione affabile e gentile, m’invitasse a realizzare le mie minacce sparandogli. Ciò che più mi confondeva era che nella sua azione non c’era nessun atteggiamento di ribellione o sfida; i suoi occhi non mi dicevano “dai, spara” anzi lui stesso mi disse una cosa che in quei concitati momenti con la paura che arrivasse la Polizia, non compresi all'istante e che tuttavia mi sconvolse e turbò, come le ho detto, Padre.»

«Che ti disse quell’uomo, dunque?»

«”tu sei coraggioso”, mormorò, “io no”.»

Don Piero cominciò a pregare col pensiero. Di Vasto continuò.

«Sentii un brivido gelido scorrermi lungo la schiena. Non era certo paura. Non avrei potuto far altro che premere il grilletto. Anche perché era quello che tutti si aspettavano da me non avendo sentito cosa l’uomo mi avesse detto in un bisbiglio. A maggior ragione erano i miei complici che si aspettavano io sparassi. Tanto più che la tensione era salita alle stelle.

«E così premetti il grilletto con negli occhi il sorriso grato di quello sconosciuto nel cui sguardo percepii anche un tacito ringraziamento.

Mi sentivo spiazzato: non ero io, come ero sempre stato, padrone delle vite altrui. Quell’uomo gentile col suo invito a sparargli, per la prima volta in vita mia mi aveva fatto sentire un mero strumento di morte; una morte voluta e desiderata ch’egli stesso s’era, evidentemente, sempre sentito incapace di darsi.

«Ho così capito, Padre, cosa voglia dire dare la morte e togliere e finire la vita.»

Don Piero continuò a pregare in silenzio. Anche Di Vasto se ne stava zitto. Quello che aveva avuto da dire, l’aveva detto e non c’era nient’altro da aggiungere.

«Vedi, Eleuterio, qualcosa di nuovo per te l’hai compreso. Da un povero disgraziato che più non la voleva hai compreso cosa significhi la fine definitiva di questo stato – la vita – e quanto prezioso e grande sia il suo valore – perché per me, per noi, sai che non finisce tutto qui… La morte in sé non è nulla per Dio se ci ha dato la possibilità di darcela. Pur avendoci creati a Sua immagine e somiglianza, non ci ha messo in condizioni di creare a nostra volta… ma di morire sì. Ma proprio dalla morte si capisce quanto grande sia il dono che ci ha fatto. E da quello che mi hai raccontato mi pare tu l’abbia capito…»

«Sì, Padre, può darsi. Anche se potrei domandare perché la vita se la sua fine è la sua negazione. E, presumo non sarei di certo il primo a chiedermelo. Lei mi darebbe sicuramente una risposta: la sua risposta… da prete.

Questa esperienza mi ha soprattutto fatto capire come sia sbagliato credere di esser sempre e a nostro piacimento gli indiscussi artefici e padroni delle nostre esistenze e di quelle degli altri. Crediamo, abbiamo fiducia in noi stessi ed è in sé un bene. Ma in questa nostra sicurezza tendiamo a non vedere o prendere nella minima considerazione di poter esser noi, a nostra volta, alla mercé dei destini altrui, venendo coinvolti nelle loro vite nei modi e nella misura più impensabili e inaspettati… E questa consapevolezza ci porta a ridimensionare quella fiducia che avevamo in noi e a vederci meno grandi di quanto credevamo essere.»

«E, quindi, più umili. Per quanto tu possa essere scettico, non è poca cosa ciò che questa esperienza ti ha insegnato e che ‒ non dimentichiamolo ‒ s’è concretizzata con un delitto. Perciò, raccomandandoti alla Sua misericordia, Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.»

«Amen.»

«Rifletterci ogni giorno – e dico ogni giorno – su quanto ci siamo detti sarà la tua quotidiana penitenza.»

Da allora, Eleuterio Di Vasto, pur rimanendo agli occhi dei compagni detenuti lo spietato fuorilegge che tutti conoscevano, nel proprio intimo era cambiato. Nessuno notò più strani imbarazzati silenzi, inspiegabili turbamenti. Per il segreto imposto dal sacramento, con un po’ di rammarico (e forse anche fastidio), né i poliziotti del carcere né il Direttore mai seppero cosa fosse andato a dire a don Piero. Cosa poteva esser andato a confessare che già non avesse confessato al Pubblico Ministero in tribunale?

Eleuterio Di Vasto morì per un misterioso malore sei anni più tardi.

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