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Una storia di GianlucaDiMatola

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La cena di Frank

Pubblicato il 24 dicembre 2015

Le castagne occupavano come al solito uno spazio disordinato al centro della tavola. Scaldavano le mani di tutti quelli che, golosi a parte, pativano tremendamente il freddo.

La domenica non mancavano mai, soprattutto quando il periodo le concedeva e raccoglierle da terra si trasformava in una simpatica abitudine.

Franco sarebbe nato giusto un mese dopo, a dicembre. A natale.

Sua nonna Ida avrebbe voluto chiamarlo Salvatore, sì, proprio come l’uomo delle sue pie devozioni. Ma qualcuno si oppose. Le negò questo piacere. A fare resistenza attiva fu Eduoardo, che davanti a questa eventualità, tignoso da far paura, sbraitò: “Mio figlio si chiamerà come dico io”.

Infatti lo chiamarono Franco, come l’uomo che fin da ragazzino lo aveva entusiasmato facendo da colonna sonora a tutta quanta la sua vita, Frank Sinatra.

Franco divenne Frank fin da subito. Era gracile, minuto. Un cespuglio di capelli biondi gli affollava la testa aprendosi come un sipario all’altezza del naso. Curioso, attento al mondo che gli girava intorno, era impossibile tenerlo fermo.

Nel giorno che precedeva il suo sesto compleanno, il ventiquattro di dicembre, Frank correva per tutta casa come se una coppia di leoni gli stesse alle calcagna. Quel corridoio lo percorse avanti e indietro circa un migliaio di volte. Maria, sua madre, lo scansava con lo stesso terrore di una palla da bowling diretta sulle tibie.

Il presepe, in casa Cardito, così come scritto sulle insegne di certe gastronomie, era una tradizione antica nel tempo. Ad ogni natale, però, c’era qualche simpatica variante che lo rinnovava. Quell’anno toccò alla cascata, con acqua vera che sgorgava da un marchingegno elettronico, e a tante mini luci colorate che davano vivacità ad intermittenza.

Frank si lasciava totalmente rapire da quel presepe. Si incantava, a guardarlo, come se un flauto magico gli stesse suonando ad un centimetro dal mento.

I pastori di ceramica attiravano la sua attenzione peggio della cioccolata o delle patatine fritte. Capitava, purtroppo, che Frank ne spaccasse sempre qualcuno, ed era una lotta continua con suo padre che lo rimproverava peggio di un adulto.

Nessuno riusciva a staccare Frank da quel paesaggio fatto di sughero e carta compressa. Forse soltanto un recinto di filo spinato gli avrebbe impedito di metterci sopra le mani.

La cascata, poi, che grande invenzione. Poterci inzuppare le mani, i pastori, rappresentava qualcosa di fantastico nei suoi giochi mentali. Maria doveva costantemente asciugarlo perché finiva ogni volta per bagnarsi. “È la seconda maglietta che ti cambio, fai attenzione,” gli raccomandava. Ma erano parole urlate alle orecchie di un sordo per giunta distratto.

Quel pomeriggio, mentre nessuno lo controllava, il piccolo biondo riuscì ad avvicinarsi al presepe completamente indisturbato. “Che bello”, dovette pensare, “è finalmente tutto mio”.

Iniziò a smontare le capanne, a rovistare nelle grotte. Il muschio sparso ovunque copriva i pastori e galleggiava nel ruscello artificiale come strane alghe marine. Nel medesimo istante, con la mente proiettata in centomila strategie, Frank concentrò la sua attenzione da Giamburrasca sulle luci. Come facevano ad accendersi e spegnersi senza che un interruttore le comandasse. Per lui era una vera magia, un inspiegabile mistero tutto da risolvere. Allora prese a tirarle, a piegarle, a staccarne qualcuna e vedere cosa ne uscisse fuori da quelle minuscole lampadine. Ma Frank commise un errore. Aveva calcolato male, o totalmente ignorato, la troppa vicinanza a quel fiumiciattolo che tanto amava. E non sapeva, alla sua età certe cose non si sanno, che acqua ed elettricità non vanno proprio d’accordo. Sono come la pioggia ed il sole.

Prima che qualcuno potesse accorgersene, il piccolo terremoto decise che per le lampadine era giunto il momento del bagno. Allora ne ficcò il più possibile in pochi centimetri quadrati d’acqua. Davanti ai suoi occhi, sgranati come fossero illuminati da una coppia di fari in piena notte, andò a formarsi uno spettacolo sbalorditivo. Quello specchio d’acqua, dapprima neutro e soltanto trasparente, adesso rifletteva colori, sfumature, attraenti tonalità. Ma durò tutto pochi secondi. Poi un colpo secco, tipico di un pacco di pasta che ti sfugge dalle mani e rovina in terra. All’improvviso calarono le tenebre. In casa tutto si fece buio, ogni rumore cessò ed una pungente puzza di plastica bruciata avanzò prepotentemente.

- Forno e friggitrice insieme non vanno mai accesi, - rimproverò Maria a suo marito Eduardo. L’aveva individuato come il responsabile di quell’incidente.

- La friggitrice è spenta, - replicò lui stizzito.

Intanto, Ida, suocera di Eduardo, fece subito centro: Frank.

Lo trovarono a terra, con il filo fatto di luci ancora stretto tra le mani ossute ed un sorriso enorme che il cratere del Vesuvio al cospetto sembrava poca roba.

Maria se lo strinse subito al petto, forte da rificcarlo nuovamente nel ventre materno. Le mamme con gli abbracci curano più degli antibiotici e di ogni vaccino esistente. Ed era proprio ciò che Maria avrebbe voluto fare. Ma non fu necessaria nessuna particolare cura. O medicina. Frank stava bene. Vispo e discolo come uscito da una scuola di monelli.

Non gli fu detto niente. Nessuno ebbe il coraggio di rimproverarlo. Erano troppo contenti che stesse bene per farlo. Nonna Ida gli diede un bacio in fronte e corse a preparargli una fettina di pane con olio e sale. Frank ne era ghiotto. Poi tutto si risistemò. Ognuno tornò alle proprie faccende e lo spavento venne archiviato come si fa con i temporali improvvisi. Si spazza via l’acqua dai terrazzi ed i panni tornano ad asciugarsi.

In cucina c’era grosso fermento. La tradizionale cena della vigilia non andava trascurata. Tutto doveva essere organizzato alla perfezione.

Intorno alle nove di sera, a piccoli gruppi, arrivarono i primi invitati.

Zia Assuntina con il marito ed i loro tre figli varcarono la porta con in mano una grossa busta piena di noci. Zio Alberto, con la nuova moglie arrivata dalla romania, portò una cassa con del buon vino rosso. Una sorella di Eduardo, invece, zitellona e che tutti chiamavano la signorina Nunzia in rispetto della sua probabile illibatezza, fu smistata in cucina tra pentole e fornelli.

L’appartamento vibrava. L’aria era soavemente scossa dalla calda voce del più famoso degli italo amerticani, Sinatra. Il brano For once in my life copriva le voci degli ospiti creando un sottofondo da commedia natalizia. Da cinema rilassato.

For once unafraid. I can go where life leads me, and somehow i know i'll be strong. For once i can touch what my heart used to dream of.

Sedettero a tavola che gli appetiti echeggiavano dal profondo dei loro stomaci. Le pietanze abbondavano. Ne arrivavano sempre delle altre. Pareva una catena di montaggio per ghiotti.

Insalata di rinforzo. Scarole ripiene. Spaghetti ai frutti di mare. Sauté di vongole e cozze. Poi salumi, tartine, baccalà fritto e capitone. Gli struffoli, i roccocò e i mostaccioli. Era un susseguirsi di calorie. Di grassi saturi e insaturi. E la sete aumentava. La lingua diventata rugosa e la salivazione non collaborava affatto.

L’acqua a tavola è risaputo, diceva il nonno, ti entra nelle spalle e non fa bene. Ci vuole il vino. Quello sì che crea sangue.

Ma le sei bottiglie di vino erano quasi finite. Ne restava soltanto una, di la in cucina. A quel punto la preoccupazione calò come fosse un brutto presagio. I commensali divennero cupi in volto.

Tra una portata e l’altra non si faceva altro che parlare di Frank e dell’incidente con il presepe. E fu in questo modo che si ricordarono di lui. Su dove fosse andato visto che non era più al suo posto. Sulla sedia a capotavola con due soffici cuscini sotto le ginocchia che gli permettevano di mangiare comodo e alto.

Consapevoli che lasciarlo solo in quel giorno era proprio da evitare, corsero in blocco a cercarlo. Chi da un lato della casa, chi da un altro. Lo trovarono in cucina. Accanto alla cassetta del vino mentre riempiva le bottiglie con l’acqua del rubinetto.

Lo rimproverarono. Lo incolparono di aver insozzato il pavimento. “Finiremo per scivolare, mannaggia a te!”, gli urlò zia Nunzia mentre armeggiava con uno scopettone.

Qualcun’altro disse, sornione, disse: “l’importante è che non abbia rovinato almeno quell’altra bottiglia di vino. L’ultima che c’è rimasta.”

Eduardo andò a controllare. Se avesse annacquato l’ultima bottiglia ancora bevibile sarebbe stata una tragedia.

Per fortuna quella bottiglia, l’ultima, era ancora piena di nettare d’uva. Cosa strana, però, anche le altre cinque, fino a quel momento vuote e poi riempite d’acqua da Frank, adesso tracimavano vino. Eduardo sulle prima sembrò scettico. Si grattò la fronte come fanno i riflessivi.

Forse è soltanto un residuo sul fondo che ha colorato l’acqua, nel tentativo di darsi una spiegazione. Ma ne ingollò un sorso per sicurezza. Ed era proprio vino. Pure ottimo. Migliore di quello che c’era dentro in origine. Gli sembrò di bere da una coppa presa direttamente dalle mani di una divinità greca.

Allora Frank guardò sua madre. La fissò negli occhi e le sorrise come piaceva a lei. Poi si alzò e tornò solo, silenzioso, in salotto.

Non appena il piccolo biondo mise piede in quella stanza dove la tavola era ancora imbandita, il presepe, fulminato per la violenta scossa elettrica, si riaccese. Tutte le luci ripresero a brillare illuminando la scena della natività. Persino la cascata ritrovò il suo scrosciante percorso.

Lo stereo, sì, perfino lo stereo si riaccese : For once unafraid I can go where life leads me, and somehow I know I'll be strong. For once I can touch what my heart used to dream of. Era lui, ancora Sinatra.

Si riunirono tutti nel salotto. Frank si accucciò davanti al presepe fissando la capanna dove pochi minuti dopo sarebbe nato un bambino biondo uguale a lui.

Dalla finestra, offuscati dall’umidità che sui vetri aveva creato una gelida patina di brina, si intravide un timido nevicare. Un evento più unico che raro tra i palazzi di Sant’Anastasia, un paese conteso dalla città e la mezza collina.

For once in my life. I won’t let sorrow hurt me, Sinatra era proprio in gran forma.

Si alzarono i calici al cielo. Per un attimo sparirono Equitalia, la disoccupazione, le bollette in scadenza e le amarezze di una vita intera.

Tutti brindarono al natale con l’acqua di Frank che poi divenne vino. E quella, negli anni a venire, fu ricordata come la cena di Frank.

For once I can say.

This is mine, you can’t take it.

As long as I’ve got love.

I know I can make it.

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