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Una storia di Denver

Un boccone amaro

La storia di come le paure non lascino amare davvero

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Pubblicato il 30 aprile 2018 in Storie d’amore

Tags: amore amoreperduto dolore sofferenza storiatriste

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Non è mai successo che di amore non si soffrisse.

Non è mai successo che le paure lascino battere davvero il cuore.

E le mie non mi permisero neanche più di respirare.

Ricordo ancora la prima volta che vidi i suoi occhi color nocciola. Trasparivano solo innocenza. Penetrarono subito nella mia anima, senza alcuna scorciatoia. Limpidi. Puliti. Nessuna difesa sarebbe stata efficace. Ogni lucchetto si apriva con un rumore secco ad ogni suo sorriso. E ogni volta sussultavo.

Se ne stava seduta in auto, raggomitolata nel suo lato con le braccia conserte come per difendersi da me. Io invece volevo già abbracciarla dopo cinque minuti. Volevo sapere tutto di lei, volevo riempire la mia mente dei suoi ricordi. Tutto questo ovviamente non lo sapevo, ma percepivo qualcosa che mi spingeva verso di lei.

Mi raccontò dell'inferno della sua infanzia, delle angherie di suo padre e di come sperperava lo stipendio fra donne e gioco d'azzardo. Di come sua madre le prendeva se solo si azzardava ad opporsi. Di come difendeva il suo fratellino dagli schiaffi del despota. Di come li prendeva lei e si sorbiva tutto. Di quando apriva la dispensa e non trovava neanche un pezzo di pane. Di come elemosinava uova, farina e latte alla salumiera, con la promessa di ripagare presto il debito. Mentre io avevo rifiutato il dolce quella sera perché non mi sarebbero entrati i pantaloni da trecento euro acquistati due giorni prima. Tutto questo mentre eravamo a bordo della macchina da venticinquemila euro che mio padre aveva acquistato in contanti il mese prima. Rabbrividivo mentre mi confessava di quando aveva dovuto farsi la doccia con l'acqua fredda per una settimana perché non avevano i soldi per la bolletta del gas e di come di nascosto metteva in tasca un panino in più nella mensa dell'università.

Non ho mai desiderato tanto di difendere qualcuno nella mia vita. Non sapevo come comportarmi di fronte a quel senso di protezione e affetto che mi stava praticamente consumando dentro. Ero spiazzato e non distinguevo più i sentimenti e le emozioni. Desideravo solo lenire quel'anima afflitta. E mi sentivo colpevole per avere alle spalle una famiglia benestante.

"Immagino che tu possa tranquillamente avermi preso per un pezzente. Ma questa è la mia storia. Senza fronzoli né bugie..." disse concludendo il suo racconto.

Lo fece fissandomi intensamente negli occhi e con un tono di voce privo di qualsiasi astio o paura. Le sue mani erano aperte, il busto rilassato e non più contrito, le braccia distese lungo i fianchi, la testa alta. Era spoglia di qualsiasi punto debole e aveva abbandonato tutte le sue paure in quel fiume di parole che aveva praticamente esondato nella parte più fragile del mio cuore.

Resistetti all'impulso di stringergli le mani, ma sentii il mio braccio muoversi con forza e la mia mano allungarsi verso il suo viso. Non riuscii a trattenere una carezza. Le mie dita si poggiarono delicatamente sulla sua guancia e il solo contatto mi trasferì una sensazione di calore e benessere.

"Non mi definirei neanche più un essere umano se solo mi sfiorasse il pensiero che tu sia un pezzente. La tua forza d'animo è qualcosa di incontrastabile e io non posso fare altro che rispettare tutta questa ricchezza." risposi sussurrando.

Quando chiese di me evitai di mentire, ma omisi tanto. Come avevo imparato a fare negli anni durante tutte quelle storie burrascose e taglienti. Era oramai un riflesso incondizionato, ma con lei era vergogna. Alla fine eravamo entrambi spossati da quelle ore passate a chiacchierare incessantemente. L'abitacolo era pregno del suo profumo di casa e pulito. La sua mano era poggiata timidamente sul mio ginocchio ed io l'accarezzavo con la punta delle dita. Svuotati di tutto, indifesi e senza nient'altro da aggiungere ci guardammo negli occhi e incominciammo a respirare all'unisono. Chiusi gli occhi per sognare mentre le nostre labbra iniziarono ad unirsi.

Quella sera le permisi di toccare tutto di me e lei mi toccò persino il cuore anche se non voleva farlo. Anche se non erano quelli i piani. Vinse per caso e vinse quasi tutto.

Non seppi resistere alla tentazione e richiamai dopo qualche giorno. Cominciammo a vederci almeno una volta a settimana. Insistevo per pagare ogni caffè e ogni pizza, ma lei elegantemente tirava fuori la sua parte da un portafogli malconcio e bucato. La poggiava sul tavolino con un'aria fiera e mi accarezzava la mano sorridendo. Ogni volta morivo un po' dentro.

Restavamo abbracciati per ore in auto. L'uno ascoltava il cuore dell'altra. E penso di aver conosciuto qualche attimo di felicità in quei momenti. Insieme non avevamo bisogno di molto: era sufficiente una passeggiata, una chiacchierata e qualche gioco di sguardi. Tutto finiva sempre bene. Meravigliosamente bene.

Ma quando si vive in una famiglia benestante non tutto è semplice. Si paga cara tutta quella felicità artificiale. Tutti i vestiti, i profumi, i viaggi e le leccornie. Tutto ha un prezzo. Materiale ed immateriale. Ed io lo conoscevo fin troppo bene. Mio padre non avrebbe mai accettato la povertà di chi era solito arricchirmi con una sola parola. Era spietato, freddo, calcolatore; tanto da fare a meno persino del sangue del suo sangue se fosse stato necessario. Tutte le relazioni sentimentali andavano misurate e pesate nei salotti delle buone famiglie; tutti i rampolli e le dame avevano dei vincoli e non si poteva scendere di un solo gradino nella scala sociale. Ed il terrore di perdere in un solo momento l'affetto di mio padre e tutto quel paradiso di carta consumava la mia lucidità.

Fu per questo che restammo amici che si frequentavano senza nessun fine. Fu per questo che non sentii più toccarmi il cuore. E fu per questo che diventai solo una persona con la quale confidarsi. La persona che le dava i migliori consigli, che le procurava qualche lavoretto qui e lì mentre finiva gli studi. La persona che la guidava nelle scelte più difficili. Il migliore amico. Diventai poco più di nulla per chi aveva appena iniziato ad assaporare il mondo. Io invece ingoiavo bocconi amari. Le lacrime sembravano non essere mai abbastanza per ogni assenza e per ogni bacio che non incontrava le mie labbra, ma quelle di un altro.

Alla fine la spinsi nelle braccia di chi lo amava veramente e se ne fregava della sua condizione sociale. Sembrava la persona giusta e non mi sbagliai. Avevo fatto felici due anime deprecando totalmente quella parte fragile del mio cuore che aveva ripreso a vivere solo ed unicamente grazie a quell incontro fatto quasi per caso e per gioco.

Continuavo la mia vita nei salotti buoni tra un aperitivo e l'altro, aspettando un suo messaggio dove mi chiedeva come stessi e dove mi raccontava le sue avventure erotiche e degli abbracci che non scaldavano più me. Aspettavo di soffrire e non mancava mai un giorno che questo accadesse. Era la punizione per la mia superficialità, per le mie paure. Era giusta e l'accettavo. Provavo a sorridere indossando una maschera purtroppo molto efficace che nascondeva tutto quello che sentivo dentro. Incontrai tante persone dopo. Nessuna fu in grado di aprire quei lucchetti e toccare ciò che avevo di più segreto.

Poi arrivò l'ultimo messaggio. "Mi sposo"

Penso di non essere mai stato più lo stesso dopo quella volta.

Quel boccone amaro fu il peggiore. Rotolò giù fino allo stomaco bruciando tutto ciò che incontrava. Bruciò anche quel poco che restava della mia anima.

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