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Una storia di Consalvoromano

Le due Terre

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Pubblicato il 27 agosto 2018 in Fantascienza

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L’astronave, lentamente, prese a sollevarsi da terra.
Sospesa nel vuoto, ruotò su se stessa, poi prese ad accelerare verso il cielo nebuloso.
Seguì un bagliore. Poi più nulla.


La nuova Terra.

Il viale conduceva a un enorme costruzione metallica.
Il portone immetteva in un lungo corridoio che terminava in un’ampia stanza dalla volta altissima. Al suo interno dieci piani erano organizzati a spirale. Le pareti erano tappezzate di ricordi.
La scolaresca prese posto lungo le gradinate di fronte al palco allestito al centro della stanza per l'occasione e si preparava ad assistere alla mostra intitolata “La nuova Terra”.
Defilato c'era Martin, un bambino a quel tempo, e nei suoi occhi scorrevano le immagini di quei giorni malinconici.
Salì sul palco terrorizzato e incominciò a raccontare la sua storia.
“Io c'ero... ero seduto al mio posto: fila D. Mai vista tanta tecnologia. Forse solo nei film. Sono nato povero ma ho avuto la fortuna di viaggiare nello spazio”.
Trattenne a stento le lacrime.
“Ho perso i miei. Ero solo e impaurito ma ho trovato la forza di andare avanti.
Gli altri fortunati e io eravamo impreparati perché non sapevamo nulla del nuovo mondo.
Eravamo pronti ma non sapevamo quando sarebbero venuti a prenderci.
Potevamo scegliere di restare ma i miei volevano che almeno io avessi la possibilità di vivere in un mondo migliore.
Non fu concesso loro di salire a bordo dell’astronave insieme a me.
Ai vecchi e ai malati non venne concessa la carta verde”.
Tirò un sospiro e riprese il racconto.
“Quando avevo la vostra età, i mie insegnanti, ripetevano spesso che noi eravamo il futuro, le nuove fondamenta della società. E così è stato perché abbiamo ricostruito ogni cosa. Oggi posso dire altrettanto di voi: siete il futuro della nuova Terra.
Prima che partissimo c’era un senso di angoscia in ciascuno di noi. Paura dell’ignoto. Noi non avevamo la ben che minima idea di cosa stessimo facendo. Ci chiedevamo dove stessimo andando. Prima di partire strinsi forte tra le mie mani la foto dei miei perché sapevo che non li avrei più rivisti. Avevo il cuore a pezzi.
Volevo piangere ma avevo promesso a me stesso che mi sarei comportato da adulto.
Partimmo. Non ricordo nulla del viaggio.
Mi sono svegliato sul nuovo mondo esausto. Il mio corpo era sfinito: avevo fame e sete.
Una volta scesi dall’astronave mi inginocchiai a baciare la terra sotto i miei piedi.
Il nuovo mondo era bellissimo e incontaminato. Si respirava un’aria pulita.
Una famiglia si prese subito cura di me e oggi li ringrazio ancora.
I miei mi mancavano ma il loro gesto, assai prezioso per me, mi ha reso un uomo felice.
La vita che avevo lasciato era solo un ricordo, la nuova realtà era decisamente migliore”.


La vecchia Terra.

Il sole non brillava più da tempo. Le stagioni non c'erano più. Foschia e silenzio.
Alberi spogli. Foglie ingiallite. Le strade erano malandate.
I palazzi che vi si affacciavano erano decadenti e privi di empatia.
Le saracinesche dei negozi erano abbassate, i supermercati saccheggiati e i marciapiedi erano ricoperti di rifiuti e melma.
Non c'era più nessuno in giro. La terra stava morendo.
Il cielo era cupo. Pioveva spesso.

Nella stanza c’era una piccola candela ancora accesa.
Lì dentro, in silenzio, James era afflitto dai suoi ricordi. Il cuore gli pulsava fino in gola. Un dolore struggente lo assaliva senza lasciargli respiro. Sentiva le sue membra dilaniarsi.
Si chiedeva se ci fosse qualche speranza.
Riempiva le pagine del suo diario di ricordi. Frasi catturate guardando i suoi compagni in silenzio.
Prendeva appunti perché amava scrivere storie.
La vita sembrava sfuggirgli di mano.
Un senso di impotenza lo assaliva.

“Impazzirò. Ogni giorno vorrei dissociarmi dalla realtà in cui vivo.
Chiudo gli occhi. Immagino di essere in cima al mio palazzo. Senza pensarci su, mi lascio cadere nel vuoto, un grande buco nero che mi proietta in un altra realtà in cui sono felice.
Una mano invisibile mi spinge sempre più giù. Il mio corpo accelera fino a smembrarsi. Tutti i miei atomi impazziscono, prendono coraggio, vibrano. La mia energia fluisce attraverso il cosmo. Spero che la mia corsa finisca presto.
E' inutile che mi ponga degli obiettivi da raggiungere. Il mio domani è dentro i miei ricordi.
Ogni sera soffro. Vorrei socchiudere le palpebre per un attimo e rilassarmi ma non posso.
L'insonnia mi sta consumando. Ho un pensiero che mi assilla, allora, mi ingegno, lotto contro me stesso fino a impazzire. Mi manca il respiro. La mia anima sprofonda nell'abisso. Mi interrogo sul domani. Incerto. Non ho risposte che diano un senso a quello che faccio. A quello che voglio. A quello che cerco. Mi sento svuotato. Però è un attimo e cancellata ogni negatività ritrovo la mia forza, il coraggio. Quando penso allo sguardo di mia madre ritrovo la mia energia e le mie paure e tutti i miei perché svaniscono.
Mi nascondo per sopravvivere: qui, dove vivo, lo spazio intorno a me è insignificante. Le giornate scorrono uguali. Nonostante abbia i cinque sensi perfettamente funzionanti non posso usarli. Non posso captare ogni parte del mio mondo e sentirla mia.
E' così.
E’ un peccato non poter uscire di giorno!
Posso vedere ma non ho nulla da guardare.
Posso sentire ma non ho nulla da ascoltare.
Posso toccare con mano la terra sotto i miei piedi ma è solo spazzatura.
Ho un palato fine ma non ho di che mangiare.
Possiedo un fiuto infallibile ma l'odore dell'aria putrida è insopportabile. Mi da la nausea.
Vorrei essere morto perché prima o poi toccherà anche a me far del male a qualcuno.
Non voglio diventare come gli altri!
Non voglio uccidere per sopravvivere!
La mia camera è la mia prigione.
C’è una piccola fessura sulla sinistra del mio letto: l'unico contatto con l'esterno.
L'unica via di fuga dalla pazzia.
Da lì provo a immaginare un mondo diverso.
Ogni sera prima di addormentarmi tra le sue braccia mia madre mi raccontava di come fosse diversa la Terra prima della fine dei tempi. Mi parlava della sua casa e della sua adolescenza. Aveva una vita davanti a sé e mai avrebbe immaginato che la Terra avrebbe smesso di respirare.
Vivo dei ricordi di mia madre. Mi nutrono.
Raccontava con amore la sua storia e io mi appassionavo tanto da dimenticarmi della mia.
Lei aveva nostalgia delle sue cose e della sua casa. Stava male per questo. Vomitava sangue.
Mi parlava spesso della sua terra.
Mi diceva: “Era bellissima l’America, era un paradiso. Era un mondo libero. Ci sentivamo liberi. Zia Kate e io camminavamo per le strade felici. I ragazzi ci guardavano perché eravamo belle. Arrossivamo. Entravamo nei negozi per comprare le cose più inutili di questo mondo che però ti riempivano di sensazioni piacevoli! Quante cose pazze ho combinato da giovane! Dovevi vederla l'America: c'erano i grattacieli, c'era tanta gente per le strade, c'era il cielo color turchese. C'era tanto di quel verde. C'erano mille colori. E c'era il mare. C'era la statua della libertà che con la sua torcia accoglieva, tantissimi anni prima, quando io non ero ancora nata, la povera gente. Era bella e mi dispiace che tu non possa vederla. Sei nato lì. Ti ho tanto desiderato e avrei voluto il meglio per te. Tante volte ti ho immaginato al college perché tu sei un ragazzo intelligente. Eri curioso. Sognavi di fare l'astronauta: ti incantavi a guardare le stelle. Quasi mi commuovevo a vederti scrutare il cielo con quei tuoi occhi grandi! Perdonami se non sono stata in grado di regalarti una vita migliore. E' tutta colpa mia. Ero in attesa di te ma il mio cuore è malato, fin dalla nascita mi hanno diagnosticato questo male e i dottori non mi hanno concesso la carta verde per salire a bordo dell’astronave. Ti ho condannato a restare qui insieme a me. Se solo fossi venuto al mondo prima...”.
Piangeva, io con lei.
Mia madre era forte in apparenza ma dentro era fragile. Il suo cuore non ha resistito al dolore. La sua anima era candida; ha sempre creduto di essere responsabile del nostro castigo.
Potevo incolparla ma la colpa era solo dei potenti: non sono stati capaci di trovare una cura per lei. E ancor di più non sono stati capaci di salvare il nostro pianeta.
Hanno programmato diversi viaggi nello spazio. Hanno scoperto nuove leghe metalliche e un pianeta simile alla Terra e a nostra insaputa hanno costruito un'astronave, immensa, capace di raggiungerlo. L’astronave doveva trasportare le persone sane e forti sulla nuova Terra ancora incontaminata.
E io, a ogni modo, cercavo di sdrammatizzare per non farle pesare la nostra condizione”.

La vita di James era costellata di pensieri confusi che si incastravano come tasselli di un puzzle. Emergevano e svanivano improvvisamente.

“Oggi il mondo come era un tempo non esiste più: la terra è bruciata. L'aria è secca e polverosa. Gli occhi arrossiscono al contatto.
Il vento soffia violentemente fino a spezzare i rami degli alberi.
Vivo in un vecchio palazzo insieme ad altri sopravvissuti. Ci facciamo coraggio.
La camera è fredda e umida, ci scaldiamo con delle coperte.
Di giorno fuori fa molto caldo e si fatica a respirare.
La notte fa freddo.
Le escursioni sono possibili nel tardo pomeriggio quando la temperatura è più tollerabile anche se dobbiamo utilizzare delle mascherine per filtrare l'aria ed evitare che i nostri polmoni collassino.
Gli animali sono quasi estinti.
Ci nutriamo di insetti e vermi. Licheni e funghi.
La fame e la sete ci hanno resi pelle e ossa.
Alcuni di noi hanno incominciato a uccidere i propri simili per placare la propria fame.
C'è un pozzo nel cortile da cui attingiamo l'acqua per dissetarci e lavarci.
Non avrei mai immaginato che un giorno avrei assistito a tanta crudeltà e desolazione.
Ho paura. Desidero tanto vivere ma allo stesso tempo, quando mi addormento, sogno di essere accanto a mia madre.
Avrei tanto voluto raggiungere il nuovo mondo insieme a lei.
Nei ricordi lei mi sorride e mi incoraggia a non mollare.
Forse un giorno verranno a prenderci e potrò vivere un’altra vita”.

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