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Una storia di AlessiaScipioni

Questa storia è presente nel magazine La Rosa dei Nove Fati

I diamanti neri di Caterina

Capitolo 16

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Pubblicato il 09 maggio 2018 in Storie d’amore

Tags: Amore LaRosaDeiNoveFati Vendetta

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Arrivati dai Koll, Armando e Alessandra scesero dalla macchina passando sotto lo sguardo fiero di Paolo. Era così orgoglioso in quel momento di servire personalmente il suo amico/padrone Armando, un emozione la sua difficile da descrivere, lui stesso non riusciva a trovare le giuste parole per definire quello stato di grazia che provava nel vedersi sfilare quella coppia, a logica d'altri, strana davanti.

Paolo conosceva bene Armando, forse lo conosceva meglio di chiunque altro. A palazzo lo vedevano come un semplice servo, anche gli altri della Rosa lo ponevano in questa collocazione, ma in realtà era ben altro e molto oltre l'essere un semplice servo. Paolo era l'unico amico vero di Armando, l'unico che c'era sempre stato, sin da bambino, al suo fianco. Armando non gli aveva mai nascosto nulla, lo aveva deliziato della confidenza che si deve a un amico vero quando non erano in pubblico. Ben intuiva, inoltre, che il distacco del "lei" e la classica posizione servo-padrone in pubblico, era dovuta più per difenderlo da Alvaro che per adesione a un ceto che si definiva superiore a un altro. Paolo conosceva i meandri più nascosti della vita di Armando, le decisioni occulte che aveva preso, le iniziative che portava avanti e la sete di vendetta che gli emergeva nelle vene. Per lui era come leggere un libro per la seconda volta e ben sapeva il significato di quell'abito che indossava Alessandra e il valore intrinseco in quella collana di diamanti neri.

Pietre preziose e rare, dal valore superiore rispetto ai normali diamanti. Una collana che Alvaro Kadosh aveva cercato per mari e per monti, mettendo sottosopra l'intero palazzo, quando morì Caterina. Arrivò persino a incolpare la servitù di averla rubata, frugando tra le loro cose e cogliendo l'occasione per poter licenziare, per sospetti, alcuni servi che gli rimanevano indigesti. Non poté toccare Paolo però, che tra i tanti era forse quello che gli rimaneva più antipatico di tutti, mal sopportava l'idea di vederlo sempre attaccato al figlio come se fosse un'ombra che lo seguiva. Paolo era affare esclusivo di Armando e solo lui poteva decidere se licenziarlo o meno, naturalmente Alvaro era ben lontano dall'intuire che tale decisione era inconcepibile per il figlio e sperava sempre in qualche sbaglio grossolano di Paolo che inducesse Armando a sbarazzarsi di lui.

Paolo sapeva a priori dell'effetto che avrebbe scaturito quella collana addosso ad Alessandra e già si gustava i succulenti dettagli che Armando gli avrebbe raccontato di quella serata in casa dei Koll.

Entrati nel salone centrale della dimora dei Koll, tutto andò secondo i piani di Armando, il quale aveva ben sperato di ritrovarsi tutti gli occhi puntati addosso. Tutti li dovevano vedere e tutti dovevano ben capire il messaggio che ne scaturiva nell'osservarli. I primi a commentare sottovoce e con discrezione furono Michele e Amanda.

"Quell'abito è...", Michele non trovò il coraggio di rispondere.

"Sembra quasi di rivedere Caterina...è incredibile quanto le assomigli con quell'abito...", seppur l'assomiglianza in sostanza non c'era, se non per via della robustezza del corpo, ma quell'abito donava ad Alessandra e Caterina lo indossava ben volentieri in casa. L'abitudine con cui aveva visto, per anni, sua nuora indossarlo le fece avere quella sensazione di riaverla davanti, con tutta la sua elegante grazia e raffinatezza. Caterina, in sostanza, era stata una donna semplice, una specie di pesce fuori dall'acqua in quel palazzo dei Kadosh, proprio come lo era Alessandra in quel momento.

"E quella collana, quel bracciale, gli orecchini...sogno o son desto, mi sembrano quelli che gli avevamo regalato noi il giorno delle nozze con Alvaro a Caterina". Replicò Michele senza staccare gli occhi di dosso alla giovane coppia appena entrata.

"Sono quelli infatti, è proprio il completo che gli avevamo regalato a Caterina e a dirlo non sono solo i miei occhi. Guarda, guarda la faccia di Alvaro e l'espressione della strega". Indicò con gli occhi suo figlio e l'immancabile sua amante sempre di fianco a lui.

Alvaro aveva lo sguardo incattivito, osservava il figlio con la moglie come se volesse sbranarli e ridurli a brandelli. La signora Koll cercò di rimanere composta al suo posto, ma l'invidia in quel momento era troppo palese sul suo volto. Alvaro, in finale, quella collana l'aveva cercata tanto proprio perchè Esmeralda la voleva a tutti i costi. Ora, invece, la vedeva al collo di quella mezza balena che aveva avuto la fortuna sfacciata di finire nel letto di Armando.

Non passò inosservato manco l'abito al vaglio della signora Koll, anche lei lo aveva visto spesso addosso a Caterina e non mancò di informare, prendendola da parte, sua figlia di quel particolare, affinché si comportasse di conseguenza.

Tutti gli altri bisbigliavano sulla coppia: c'era chi si chiedeva come facesse Armando a mostrare tale classe con quella mezza tacca della moglie vicino; e chi, invece, si dilettava in pettegolezzi fuori luogo che mostravano un Armando sconfitto dal destino e ben rassegnato ad avere un insignificante Lewis vicino; ma tutte le chiacchiere erano il niente rispetto al pettegolezzo più in voga spifferato dalla giovane Koll: aveva messo in giro la voce che i due non avessero ancora consumato il matrimonio e che il povero Armando era disperato perchè con quella balena vicino non riusciva proprio a farci nulla. Lo aveva proiettato verso quel futuro che suo padre aveva immaginato per lui: moglie a casa a piangere e lui fuori con l'amante, su chi fosse quest'ultima non c'erano dubbi. Su chi avesse il compito di rendere più dolce la vita sessuale di Armando, fuori dal matrimonio, erano tutti d'accorti, Alvaro per primo si mostrava entusiasmato: il compito spettava alla giovane Elisabetta Koll.

Alessandra avvertiva la pressione degli sguardi e si sentiva a disagio per questo, mentre Armando viaggiava liscio come olio, come se tutti quegli occhi guardassero altro e non lui. In questi momenti, sua moglie lo invidiava, avrebbe dato qualunque cosa per rimanere impassibile come lui, invece che arrossire o farfugliare dall'emozione o dal dispiacere.

"Buonasera Armando. Alessandra. Benvenuti". Commentò così il signor Koll l'entrata nel salone dei giovani Kadosh.

"Buonasera signor Koll", rispose Armando puntando però lo sguardo verso suo padre.

Sì, bravo così...voglio vederti così, mentre scoppi di rabbia! Pensò nella sua testa.

"Vado a prendere qualcosa da bere, scusa Armando". Alessandra si scostò dal marito diretta verso il tavolo delle bevande.

"Fai pure Alessandra, ti aspetto qui". Rispose a sua moglie in modo appagato.

Non appena fu lontana da Armando, la giovane Elisabetta si diresse verso di lei, mentre Alvaro prese di mira Armando.

"Esigo delle spiegazioni Armando". Furono le prime parole che scodellò a suo figlio guardandolo con severità.

"A riguardo di cosa padre?", rispose Armando perfettamente tranquillo e facendo finta di non capire.

"Quella collana che ci fa al collo di quella lì?". Domandò secco il Kadosh senza però alzare la voce, come se il dialogo dovesse rimanere circoscritto a loro due nonostante l'essere circondati da tanta gente.

"Gliel'ho regalata io e non pensavo di dover dare spiegazioni se faccio un regalo a mia moglie".

"Quella collana e tutto il resto che ne fa parte è roba mia e la rivoglio". Replicò altezzoso e sicuro verso il figlio.

"Quella collana e tutto il resto erano di mia madre e, detta chiara e tonda padre, sta meglio al collo di mia moglie che indosso a una mezza cortigiana, per non dire tutta, o altra parola molto più adatta, ma troppo volgare da dirsi in pubblico".

"Non appena torniamo a casa facciamo un bel discorsetto e quella collana torna al suo posto, con tutto il resto". Alvaro faceva le scintille dagli occhi, come osava suo figlio rivolgersi a lui in quel tono poco rispettoso?

"Non ho niente da dire o da aggiungere a ciò che ho già detto padre, quindi il discorsetto fallo alla tua amante, spiegandole che mai avrà quella collana e tutto il resto, che sì resteranno al loro posto: nel portagioie di mia madre che ho regalato a mia moglie. La discussione finisce qui su questo argomento".

"Non finisce un bel niente, ma cosa pensi di fare eh? Di farmi paura?", d'istinto, malgrado la presenza degli altri invitati, lo prese per un braccio con una presa che sapeva di minaccia.

"Occhio padre, che non sono più il bambino che potevi frustrare quando disobbediva...", Armando lo puntò negli occhi mostrando, per la prima volta in pubblico, una leggera severità negli occhi.

Con un leggero strattone si liberò della presa del padre, sicuro che non avrebbe osato oltre in pubblico, era troppo attento all'etica per dare in pasto il buon nome dei Kadosh.

Con lo sguardi cercò Alessandra e la trovò vicino al tavolo delle bevande con Elisabetta.

"Sai è curioso". Disse quest'ultima ad Alessandra guardandola con malevola malizia.

"Cosa?", domandò Alessandra perfettamente in sintonia con la sua ingenua semplicità.

"Che indossi un abito di seconda mano e vecchio, tu una Kadosh che può permettersi di tutto? Si vede che tuo marito ha scarsa considerazione di te, altrimenti ti avrebbe comprato un abito da regina e non avrebbe riesumato quella della defunta madre...chissà magari spera che tu faccia la stessa fine, così si libera di te", un leggero sorrisetto le uscì dalle labbra.

Alessandra si sentì ferita dal suo dire, ma cercò di mantenere la calma per rispetto ad Armando soprattutto. Per tutta risposta, non rispose ma si limitò a voltarsi dall'altra parte per non vedere quel ghigno antipatico svolazzante davanti a lei.

Elisabetta per nulla soddisfatta della sua reazione le diede una leggera spinta furbesca facendola finire addosso al tavolo. Il risultato fu una miriade di bottiglie di champagne che si frantumarono a terra sporcando il pavimento e l'abito azzurro.

"E stai attenta quando cammini, tieni conto della tua mole e prendi bene le misure carina", ancor prima che Alessandra disse qualcosa, Elisabetta sentenziò così l'accaduto, lasciando credere agli altri che Alessandra le fosse venuta addosso.

Tutti i presenti si voltarono verso il tavolo puntando con disapprovazione Alessandra, tutti tranne Armando, che aveva ben visto con i suoi occhi dove albergava la verità.

"Sei un vero disastro, guarda che pasticcio che hai combinato, dove hai la testa eh? Sei una signora ora, per giunta una Kadosh, non puoi avere sempre la testa tra le nuvole". Alvaro anche aveva visto l'accaduto nella sua totale verità, ma non poteva farsi sfuggire l'occasione di mostrare agli altri quanto quella ragazza fosse inadatta per suo figlio.

"Finiscila e lasciala stare, non è stata colpa sua e lo sai benissimo". Replicò Armando portandosi vicino a sua moglie.

"Se tua moglie fosse meno pesante e goffa quando cammina e guardasse bene dove va e soprattutto, vista la stazza, se ci passasse o meno tra la gente", replicò secca Elisabetta mostrandosi superiore nel guardare Alessandra.

"Se tu...", Armando venne interrotto da Alessandra.

"Lascia stare Armando, non fa niente. Mi dispiace solo che l'abito di tua madre si sia macchiato, per il resto non mi importa nulla". Alessandra mostrò un tono mortificato nel dirlo mentre pensava al vestito ormai ridotto alla stregua di un pezzo di pane intinto nello champagne.

"Non sei tu che l'hai urtata, è lei che ti ha spinto con l'intenzione di farti andare addosso a quel tavolo, quindi non sei tu a dover dare delle scuse, ma lei". Armando non voleva mollare la presa, non di fronte a un atto tale di bullismo.

"Armando, ma come ti permetti? Ah, questa mezza donna ti sta rovinando, hai dimenticato le buone maniere? Chiedi immediatamente scusa a Elisabetta per averla incolpata ingiustamente, in casa sua poi, dove tu sei un ospite". Alvaro si mostrò con il polso duro.

"Sai benissimo che le cose sono andate in questo modo, lo hai visto anche tu come sono accaduti i fatti veramente", replicò Armando senza indietreggiare, nonostante Alessandra lo implorasse di lasciar correre, non voleva infatti che si scatenasse un putiferio per niente, era ben lontana dal comprendere la ruggine antica che c'era tra quei due fuochi che si fronteggiavano.

"Io ho visto solo tua moglie perdere l'equilibrio mentre cercava di passare tra il tavolo e la signorina Koll, finendo per urtarla bruscamente per via della sua larga mole". Alvaro si mostrò sicuro della sua versione dei fatti, un mentitore nato, un attore da Premio Oscar.

Armando serrò i pugni in segno di rabbia, sentiva il fuoco ardere nelle vene e la testa incominciò ad andargli a fuoco: sudava come se fosse all'interno di una sauna, mentre il fiato incominciò a zoppicare. Sapeva bene che la parola di suo padre valeva più della sua per quelli della Rosa, che mai, anche con prove palesi, gli avrebbero dato torto e lui si sentiva impossibilitato e impotente, mancando meno a una promessa che si era fatto sin dal primo giorno che si era sposato: non poteva difendere sua moglie. Doveva lasciarla in pasto a giudizi effimeri che l'avrebbero catalogata come goffa e inadatta a essere una Kadosh, una signora di rispetto. La cosa che lo imbestialiva di più era il vedersi davanti il visetto soddisfatto di quel manico di scopa di Elisabetta, che sorridente, si riteneva più che soddisfatta del risultato raggiunto. Lo guardava come se volesse dirgli quanto stolto fosse stato a non sceglierla come moglie, ad affidarsi a quel fato, che poi tanto fato non fu, ma di questo particolare erano a conoscenza soltanto in due: lui e Paolo.

Un dettaglio che non era da poco e che avrebbe voluto scodellare in faccia a tutti, ma non poteva farlo, soprattutto perchè la situazione sarebbe precipitata tra suo padre e Alessandra. Impotente assisteva al trionfo dell'arroganza e del potere, tutto questo lo portò sull'orlo della crisi aperta. Una fitta forte e lancinante gli tagliò il petto, come se un coltello lo attraversasse da parte a parte, all'altezza del petto. Portò una mano al torace cercando di ristabilire l'equilibrio, ma quest'ultimo gli sfuggiva dalle mani come se fosse sabbia tra le dita aperte. Era in piena crisi da panico e, per la prima volta, in pubblico, cercò di non cedere, ma le gambe si piegarono in due, rimanere in piedi, con il fiato corto e il dolore al petto che aumentava con l'incalzare dei battiti fu un'impresa apocalittica.

La prima ad accorgersi del suo malessere fu proprio Alessandra.

"Armando ti senti bene?", accarezzandolo sulla schiena.

"Armando che stai facendo? Dritto con la schiena, alzati, non fare il ragazzino", il tono di rimprovero di Alvaro mandò su tutte le furie Alessandra.

"Ma non lo vede che sta male? Ma cosa ha al posto del cuore un mattone?". Replicò secca e dura al suocero.

"Come ti permetti piccola smorfiosa", il bastone d'argento del Kadosh vibrò nell'aria minaccioso, Alvaro lo portava sempre con sé nei ricevimenti, era convinto che quell'oggetto raffinato e di lusso, gli donasse una certa signorilità.

"Non ci provare, non devi neanche sfiorarla". Brutti ricordi tornarono alla mente di Armando, abbastanza sufficienti per fargli fare l'ultimo balzo ponendosi tra suo padre e sua moglie, ma anche estenuanti, pesanti, a tal punto, che uniti a tutto il resto, lo fecero crollare a terra dopo aver emesso un lieve suono di dolore.

Franò sul pavimento, privo di sensi come se un colpo lo avesse fatto secco.

"Oddio Armando", gridò Alessandra, seguita dalle voci dei vecchi Kadosh.

"Chiamate un dottore, un'ambulanza", Amanda si portò vicino al nipote, di fianco ad Alessandra che chiamava, quasi disperata, Armando con l'intento di farlo rinvenire.

Il suono delle sirene fu l'ultimo grido di quella serata in casa dei Koll. Alessandra tornò a casa quando l'alba si levò dal suo torpore e senza Armando. All'improvviso quella stanza le sembrò vuota e quel letto, senza di lui, divenne così duro per il suo corpo da impedirle il giusto riposo.

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