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Una storia di LuigiMaiello

Questa storia è presente nel magazine Intertwine Consiglia

Intertwine Consiglia: storie e punti di vista diversi #73

"Dunkirk", il nuovo film di Christopher Nolan, intrecciato a Prisoner 709 di Caparezza e a “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer.

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Pubblicato il 04 ottobre 2017 in Giornalismo

Tags: Caparezza Dunkirk intertwineConsiglia puntidivista Recensione

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“Narrare necesse est; noi esseri umani abbiamo assoluto bisogno di raccontare. È sempre stato così ed è ancora così. Poiché noi esseri umani siamo le nostre storie e le storie hanno bisogno di essere raccontate”

Odo Marquard.

La realtà è un racconto, che facciamo prima a noi stessi, e poi agli altri, e che altri ancora fanno a noi.

Nelle chiacchiere con gli amici, in quelle con i colleghi, sui mezzi pubblici o in fila al supermercato, ascoltiamo e partecipiamo a tante storie, e ognuna di queste è raccontata sempre a partire da un punto di vista specifico.

Forse non sempre ce ne accorgiamo, ma, come afferma Michele Cometa nel suo nuovo libro dal titolo "Perché le storie ci aiutano a vivere":

“tra libri, cinema, televisione, musica, pubblicità, sogni, ricordi, discorsi della politica e delle religioni, ognuno di noi passa gran parte del proprio tempo a disposizione, nella veglia come nel sonno, immerso nelle storie”.

Il rapporto tra storie e punti di vista diversi è l'argomento della nostra riflessione: ogni storia può essere raccontata in tanti modi, ma anche quella che sembra la stessa storia, arriverà in modo diverso a ognuno, perché ogni persona la rielabora e poi la racconta a sua volta, in un circolo senza fine.

Ad ispirarci è stato Dunkirk, il nuovo film di Christopher Nolan, in cui un episodio famosissimo della seconda guerra mondiale viene raccontato a partire da tre punti di vista diversi.

Ed è proprio con questo film che inizia Intertwine Consiglia: storie e punti di vista diversi (pt.73).

Dunkirk
Dunkirk

Finora il nuovo film di Christopher Nolan ha spaccato il pubblico, tra chi lo considera un capolavoro e chi un film noioso, ma secondo noi è a dir poco innovativo, e ora vi spieghiamo perché (senza spoiler).

“Siamo di fronte a un gigantesco disastro militare.

Andremo fino in fondo, non ci arrenderemo mai”

Sulle spiagge di Dunkerque, vi sono 400.000 soldati inglesi in attesa di tornare a casa, dopo la disfatta degli eserciti alleati davanti alla travolgente avanzata tedesca nel giugno del 1940.

Ironia della sorte, Dunkerque dista solo poche decine di miglia dalla più vicina costa inglese.

“Praticamente da qui possiamo vedere casa”

- dice l’ufficiale interpretato da Kenneth Branagh.

Si tratta di uno degli episodi più emozionanti della seconda guerra mondiale, che coinvolse persone comuni, civili solidali coi loro soldati, e soprattutto un popolo indignato dalla prepotenza nazista.

Ma, più che la storia in sé, a noi interessa il modo in cui Christopher Nolan ha scelto di raccontarla.

Un racconto è una sequenza di azioni, per cui il senso del tempo è la conditio sine qua non di ogni storia.

Nolan lo sa bene e da sempre ama giocare con il concetto di "tempo", basta pensare a uno dei suoi film più celebri, Memento, in cui il protagonista è affetto da una particolare forma di amnesia, che lascia intatti i vecchi ricordi, ma gli fa perdere tutti gli eventi accaduti da poco.

Dunkirk è strutturato lungo tre linee narrative, in tre terreni di battaglia e in tre unità di tempo diversi: una settimana sulla spiaggia, raccontata dal soldato Tommy, dove le truppe attendono di essere evacuate; un giorno in mare con Mr. Dawson che recupera i soldati naufragi e un’ora di battaglia aerea con il pilota Farrier, che lotta contro i caccia tedeschi.

Queste tre linee narrative si intrecciano secondo uno sviluppo non lineare, dando vita a una storia, come non l’abbiamo mai vista prima.

“Combatteremo sulle spiagge e sulle piste d’atterraggio. Non ci arrenderemo mai”

La fotografia ci offre immagini nitide di guerra da terra, da cielo e da un mare spesso in burrasca.

I dialoghi sono quasi inesistenti, il regista infatti ha voluto raccontare la storia dell’evacuazione militare della spiaggia servendosi quasi esclusivamente di immagini e suoni.

Tutto ciò che è superfluo viene sottratto dal racconto. Nessuna tolleranza per ciò che non è essenziale: c'è tempo e spazio solo per ciò che è indispensabile.

Il silenzio in questo film diventa un'arma potente, più crudele di qualsiasi parola, e, associato ad una colonna sonora molto raffinata (di Hans Zimmer) e ad alcuni effetti sonori (in primis il ticchettio di un orologio), aumenta la tensione e il pathos nello spettatore che è portato a chiedersi di continuo:

Che fine faranno queste persone? Come finirà la storia?

Sono le domande che ci accompagnano fino alla fine di ogni storia, ma in questo film diventano più serrate.

Altro titolo recentissimo è Prisoner 709, il nuovo disco di Caparezza, uscito 3 anni dopo il grande successo di Museica, disco vincitore della Targa Tenco nel 2014; anche per questo intorno al suo nuovo lavoro c’erano tante aspettative, che non sono rimaste deluse.

Al contrario dei dischi precedenti, in cui Caparezza volgeva il suo sguardo critico verso l’esterno (alla società), in questo il rapper pugliese cambia prospettiva e lo sguardo diviene introspettivo, tanto che egli stesso ha definito il nuovo disco come «una lunga seduta di autoanalisi, in cui c’è molto più Michele che Caparezza; un tentativo di fuga dalla prigionia dei ruoli che ci viene imposta».

Prisoner 709, il nuovo disco di Caparezza.
Prisoner 709, il nuovo disco di Caparezza.

“Non mi riconosco più …

Sto cantando ma il mio volto non è divertito

Quasi non capisco più quale brano sia

Ogni volta mi riascolto, sono risentito”

Due anni dopo aver scoperto di soffrire di acufene, un fastidioso fischio all’orecchio che ne aveva messo a rischio anche la carriera, Caparezza torna con 16 pezzi tutti molto belli, per una durata totale del disco superiore a un’ora; una scelta coraggiosa in un mercato dominato da album con meno di 10 pezzi e con una durata totale media di 45 minuti.

Tra le canzoni destinate a diventare dei veri e propri tormentoni ci sono in primis due pezzi “motivazionali” come Ti fa stare bene (devi fare ciò che ti fa stare bene) e Una chiave:

“No, non è vero

Che non sei capace, che non c’è una chiave”

Oltre a Prisoner 709, che dà anche il nome al disco, altre canzoni da segnalare sono La caduta di Atlante; Migliora la tua vita con click (in duetto con Max Gazzè); Larsen (in cui parla della sua malattia); Confusianesimo (in cui parla a suo modo delle varie religioni) e Devo scrivere un testo.

Prisoner 709 è un disco ricco di riferimenti alla psicologia e alla psicanalisi già a partire dal primo singolo (in duetto con John De Leo): “Prosopagnosia”, un disturbo che denota l’incapacità di riconoscere il volto delle persone, malattia indagata a fondo anche dallo scrittore/neurologo Oliver Sacks nel suo L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, un libro bellissimo, sottovalutato da molti.

Come anticipato, si tratta di disco che è soprattutto un viaggio introspettivo, auto-analitico e psicoanalitico, che si propone di scandagliare i fondali della propria personalità. Un lavoro incentrato sui concetti di prigionia e fuga, ispirato anche da un esperimento dello psicologo Philip Zimbardo, e dove “Forever young” diventa “Forever Jung” in una sorta di omaggio a Carl Gustav Jung, padre della psicoanalisi.

Prisoner 709 è l’ennesimo successo di un artista che ha sentito il bisogno di guardarsi dentro, per superare i problemi e la sua malattia.

A questi due titoli recenti, abbiamo aggiunto un libro del 2002, “Ogni cosa è illuminata”, primo libro dello scrittore statunitense Jonathan Safran Foer, che, vedrete, continua perfettamente il filo dei primi due titoli. Almeno secondo il nostro punto di vista.

Ogni cosa è illuminata
Ogni cosa è illuminata

“Che cos'è essere svegli se non interpretare i nostri sogni,

e che cos'è sognare se non interpretare la nostra veglia?”

“Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer è un intreccio di stili, vicende, tempi storici, voci e personaggi diversi, che si rincorrono e si accavallano nella narrazione.

Jonathan è un giovane ebreo statunitense, che, con una vecchia foto in mano, parte per l’Ucraina alla ricerca di Augustine, la donna che salvò la vita a suo nonno durante le deportazioni naziste.

Ma il vero tema del romanzo non è l’olocausto, bensì il viaggio, che porta al confronto tra due culture lontanissime: la ricca America e l'arretrata Ucraina.

Compagni di viaggio di Jonathan sono Alexander Perchov, detto Alex, dal linguaggio strampalato, e il nonno di questi, che si finge cieco (e si fa guidare da una cagnetta), ma che in realtà è l’autista della spedizione.

Arrivati nella città fantasma di Trachimbrod, dove all'epoca viveva suo nonno, i tre incontrano Lista, una delle amanti di Safran (nonno di Jonathan). Lista, unica sopravvissuta, gli racconta di come Trachimbrod sia stata rasa al suolo dai tedeschi, e della morte di sua sorella Augustine.

«Questa è la lezione che abbiamo imparato da tutto quello che è successo, che Dio non esiste. Lui ha dovuto usare tutte quelle facce nascoste per dimostrarlo a noi».

L’incontro con Lista è la svolta del racconto: Alex, il nonno e Jonathan si innamorano di lei, e, allo stesso tempo, il nonno inizia a fantasticare di trovare Augustine, ma in realtà è un ricordo a tormentarlo: durante l’olocausto aveva causato la morte del suo migliore amico, facendo una delazione ai nazisti.

Questa storia si intreccia con quella di Brod, antenata di Jonathan, nata proprio mentre i suoi genitori morivano cadendo con tutto il loro carro nel fiume.

Le storie dei personaggi e del loro rapporto con il passato si mescolano, dipanandosi come in un libro giallo tra flashback, voci e stili diversi. Non è facile seguire la storia, o meglio, le storie nelle storie, in un misto tra ironia e realismo che lascia sognare fino all’ultimo, dove ogni cosa è oscura e poi, come per magia, si illumina.

“Tutto è quello che è, perché tutto è stato quello che è stato”.

Raccontare una storia incrociando punti di vista diversi è quello che proviamo a fare da sempre attraverso le nostre storie collaborative ed è per questo che ci siamo completamente riconosciuti nel film Dunkirk.

Le storie collaborative sono un modo per intrecciare punti di vista e contributi di autori diversi, per confrontarsi, ricevere e scambiare commenti, con l’obiettivo finale di aumentare la creatività, ma anche la bravura e la fama di ogni autore.

Nella nostra community ognuno sa di poter trovare altre persone che condividono la passione per le storie: condividere le proprie passioni nella rete è un nuovo modo di sviluppare relazioni, una vera rivoluzione nei rapporti tra persone e persone, dove non c’è fine utilitaristico, ma solo il piacere di scambiare pensieri ed emozioni.

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