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Una storia di Intertwine

Intervista a Yvonne De Rosa e Athos Zontini

La fotografa e lo scrittore ci spiegano il Progetto Collaborativo H. H. - This is not the truth

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Pubblicato il 16 febbraio 2018 in Giornalismo

Tags: hotelhouse intervista progettocollaborativo recanati thisisnotthetruth

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- Ciao Yvonne, come è nata l’idea di approfondire il caso dell’Hotel House?

Non è la prima volta che la mia ricerca fotografica è legata all’approfondimento del rapporto tra una struttura, la sua architettura e l’intreccio delle vite che essa racchiude. Leggendo un piccolo trafiletto su di un giornale, la storia dell Hotel House mi ha incuriosita e mi ha portato fino a li. Non è stato facile introdurmi ed avere accesso alla struttura e da subito mi è stata chiara la complessità delle mille storie e risvolti da raccontare: droga, armi, prostituzione, ma anche vita, famiglie, progetti.

- Cosa ti aspetti da questo progetto collaborativo?

È un esperimento che non vedo l’ora di fare. Molto spesso la realtà supera la fantasia, e molto spesso il non detto racconta più di mille storie, lasciando tanto spazio alla fantasia. Un nuovo metodo di raccontare storie, non è tutto vero, ma verosimile. Una storia dove ciò che conta è trasferire delle sensazioni di un luogo e della gente che vi abita. Non giornalismo quindi, ma un racconto vero, trasferito attraverso più livelli di narrazione.

- Ciao Athos, quando si parla delle città, spesso ci si dimentica delle periferie, mentre molte idee creative e sperimentali arrivano proprio da là, da “quella parte estrema e più marginale, contrapposta al centro, di uno spazio fisico o di un territorio più o meno ampio” (definizione dal vocabolario Treccani.it). Questo termine ha assunto, nel corso degli anni una connotazione negativa, soprattutto perché nelle periferie delle città sono sempre arrivati pochi fondi per la manutenzione e lo sviluppo. Al contrario, l’architetto Renzo Piano, in un’intervista ha affermato che le periferie saranno la città del futuro, dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli, perché nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. È qui che si trova l’energia?

L’energia non lo so, sicuramente ci si trova la rabbia, che è comunque un carburante potente quando ci sono di mezzo questioni creative. Storicamente almeno, innovazione artistica e disagio sociale hanno avuto spesso una relazione stretta. Detto questo, un conto è l’espansione di una città, altra cosa sono le nostre periferie, soprattutto quelle del sud, architettonicamente brutte, mal collegate, senza servizi né una reale presenza dello stato. Parliamo di una sconfitta per tutti, non solo per chi ci abita. La qualità della vita di ognuno di noi è inevitabilmente collegata a quella degli altri: se c’è gente intorno a te che sta male in qualche modo ne paghi sempre le conseguenze anche tu.

- Hai scritto un romanzo che sta avendo un ottimo seguito sia in termini di pubblico che di critica, e un altro è in fase di lavorazione. Intertwine è una piattaforma di scrittura collaborativa. Cosa ne pensi di questa modalità narrativa che in Italia ha avuto anche ottimi riscontri letterari come nel caso del collettivo di scrittori del Wu Ming?

La scrittura collaborativa è interessante per la varietà di stili e punti di vista che può offrire su un tema. Allo stesso tempo può essere un ottimo esercizio per chi vuole mettersi alla prova su una storia che non deve necessariamente aver cominciato o portare avanti fino alla fine e lavorare sull’aspetto artigianale della scrittura, quella sperimentazione personale in cui si affina l’utilizzo dei propri strumenti narrativi per metterli al servizio della creatività, che da sola non basta mai. In ogni caso, il collettivo Wu Ming che hai citato, come Luther Blisset prima, ha tirato fuori testi che negli anni ho letto con piacere, quindi ben venga qualsiasi modalità di scrittura se porta a un buon libro.

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