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Una storia di MirianaKuntz

Le leggi che inventi per me.

La teoria dell'oltre te stesso.

Pubblicato il 13 dicembre 2017 in Storie d’amore

Tags: amore coppia insieme oltrese teoria

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Qualcuno una volta si è inventato una strana teoria, e l’ha inventata per me, un ammasso di teoremi semplici e frasi compatte, che tutto insieme va poi riassunto con un solo titolo: -la teoria dell’oltre te stesso-.

Il suo enunciato principale dice che: “se un essere umano o inumano fa o dice qualcosa per un altro essere umano o inumano, che vada oltre le sue possibilità, oltre i suoi vecchi desideri e le sue ambizioni sentimentali, probabilmente ha azionato il cuore, e quasi sicuramente è innamorato perso.”

In parole povere, se l’essere Y ha sempre preferito ad esempio, dormire al caldo con dieci magliette le une sulle altre, accanto ad un camino, a finestre serrate, ma d’un tratto per dormire accanto all’essere X, decide di svestirsi delle sue dieci magliette per sentire il calore della sua pelle, e a camino spento, perché il buio è più bello, allora il primo essere è andato oltre se stesso.

Non c’è una spiegazione logica, né un algoritmo da seguire: c’è solo la regola base secondo la quale se uno ha il cuore zeppo di sentimenti e l’altro pure, per una certa durata di tempo, allora i cuori faticheranno a svuotarsi, anche col passare del tempo.

Non è difficile andare –oltre se stessi- quando si ama, ma non è neppure semplice.

Non si tratta di abitudini che vanno cambiate o di una rieducazione di base, è che quando si va oltre il confine di ciò che eravamo c’è il rischio anche di perderci e farci male.

Se l’essere X ad esempio non apprezzerà il contatto con l’essere Y, allora il secondo si sarà svestito inutilmente, potendo anche morire di lì a poco assiderato.

Il rischio fa parte di tutte le cose brutte, ma anche di tutte le cose belle, in sintesi delle cose importanti.

Se qualcosa ti interessa è perché è importante, e se è importante vale tutto il rischio.

Ma non è difficile capire che se riesci ad andare oltre te stesso, è forse perché hai sentito una strana corda vibrare nel petto, e se vibra non puoi sbagliare.

Allora l’uno non avrà freddo, e l’altro non avrà troppo caldo. Essere vicini tutta la notte, e anche il mattino dopo, sarà un’idea grandiosa e profondissima, che non si può chiamare errore.

Si va oltre se stessi anche quando tiri giù le difese: quando l’aria non ti entra nei polmoni è perché non stai più respirando, e se non respiri è perché c’è qualcosa che non va: un paio di occhi intralciano il cammino dell’ossigeno, e non puoi più difenderti, anche a volerlo.

Ogni barriera viene tirata giù senza nemmeno pensarci: tanto che tocchi e ti lasci toccare, e mentre intrecci le dita con dolcezza, vorresti che le mani riuscissero a toccare tutti i punti della tua pelle in successione, senza tregua e paure.

Vorresti andare –oltre te stessa- svestirti di tutto, sentirti stretta in un abbraccio, sentire il respiro nei capelli, e il calore di una guancia infrangersi all’altezza del collo e poi del petto.

Allora laddove c’è la –decenza- non arrivano ad esserci –occhi chiusi- .

Con gli occhi racconti cose che con la bocca non sai dire o non puoi dire.

Con gli occhi sfondi i muri, e tagli i ponti, arrivi alla bocca in modo preciso, senza troppe curve in asse, e segni punti senza nemmeno troppa fatica.

Con gli occhi continui a dire –muoio dalla voglia di restare con te, per minuti interminabili- a fare l’amore, o ad abbracciarsi forte fino a sentire le ossa, a mordersi la pelle, a scambiarsi l’aria senza respirare più.

Con gli occhi sazi e ti lasci saziare.

E parli..parli.. continui a parlare: tanto che vorresti dirgli:- rubami, e non lasciarmi andare.- E –torna indietro a prenderti i tuoi baci, le tue carezze dietro al collo, e le strette tra i capelli.

-Torna e insegnami a tornare, che io ti insegnerò a non andare via.-

Alla fine non c’è camera d’albergo che tenga, non c’è doccia calda e acqua tra i capelli, non c’è stretta sulla pelle nell’accappatoio di fortuna, tanto che poi ti si allaga la testa, e la tua bocca inizia a fare acqua da tutte le parti.

Un acquario nel cranio, un acquario nel petto, e un acquario negli occhi.

Il cuore galleggia e sbatte di qua e di là, la parola inizia a mancare, e fa spazio alla risata schizofrenica.

Non chiedi, ma continui ad aspettare, quando poggi la tempia sul suo petto arrivi a sentire una morbidezza profonda, di quelle che chiudi gli occhi e ti lasci andare, quelle dove non hai paura, e non ti fai domande.

E quando ogni goccia d’acqua si è poi essiccata, trentotto minuti di –amplessi invisibili- si fanno da parte.

Preghi che il trentotto si azzeri, e torni tutto da capo, fino a quando l’infinito legnoso delle lancette non vada in tilt e si spezzi.

Bloccati in uno spazio senza tempo, dove ogni cosa si può fare, dove ogni cosa si può dire, dove si cammina in mezzo agli altri, dove la macchina non fa fatica, e le strade non sono difficili da ricordare. Uno spazio dove l’aria entra, e l’acqua si arresta. Una bolla di vetro dove restare a fare l’amore.

Ogni secondo, e per ogni secondo.

E allora si va oltre se stessi, perché non c’è da fare altrimenti, perché il cuore è impazzito e la ragione pure, perché per troppi anni si è negato a sé stesso, che adesso può prendere solo il volo, e assecondare se stesso.

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