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Una storia di Gjoe_S

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Quando Gutenberg uccise il nonno

Il tempo è un libro magico: se...

Pubblicato il 06 luglio 2017

Il tempo è un libro magico: se lo conservi su uno scaffale polveroso della tua anima finirai per dimenticarlo, ma se quotidianamente lo apri con spirito di gratitudine potrai leggervi parole d'oro.

Rosita Matera

No, è un grande inganno, la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi, diventano attenti!

E. Hemingway

Mattinata d’inferno in una Roma più caotica e convulsa della stessa Napoli; non vedevo l’ora di squagliarmela da tanto frastuono, preparandomi, con stoicismo, ad affrontare il viaggio di ritorno.

Attraversavo, in modo sadico, con la mente, quelle tre ore di scarrozzamento tra Altissima Velocità e trenino sgangherato... la sofferenza era il prezzo da pagare, lo sapevo! Una volta oltrepassata la barriera spazio-temporale di Castellammare, un lungo, fresco, sferragliante, passaggio nel tunnel (nero come l’accesso all’Ade) poi, la conca Sorrentina mi avrebbe accolto, materna come un abbraccio, inondandomi di frescura, profumi, colori stridenti e vivaci.

Il discorso finale del Presidente, ospite inatteso e, diciamolo, inopportuno; e qualche insignificante temporeggiamento finale, mi avevano fatto perdere il treno previsto, costringendomi in stazione per circa un’ora in più. Non mi restava che cercare una panchina tranquilla e aspettare pazientemente la prossima partenza.

Dopo tutto, trovare quel tempo inatteso mi permetteva di fare qualcosa che, altrimenti, probabilmente, avrei potuto fare solo a tarda sera... e solo nella migliore delle ipotesi.

Lontano lontano da casa avevo trovato il coraggio di chiedere a una piccola tipografia di stamparmi un opuscolo: una raccolta dei miei racconti erotici. Li avevo scritti ma poi li avevo visti sempre in versione digitale. Quella mattina, approfittando del totale anonimato, ne avevo richiesto una copia a stampa: volevo provare l’emozione di uno scrittore vero, che legge il suo libretto, sfogliandolo: l’ineguagliabile emozione della carta schiacciata dai caratteri d’inchiostro, come una piccola mappa celeste, ma al negativo. Meraviglioso!

Era primo pomeriggio, non c’era assai gente e quei pochi che passavano, lo facevano in fretta senza badare a me. Sulla panchina, di là del pilastro della pensilina, un vecchio signore, distinto e tranquillo, vestito di grigio. Doveva essere di certo un pensionato e l’abito che indossava era troppo elegante e aveva un taglio antiquato: probabilmente il signore sfruttava l’abbigliamento che era rimasto fin troppo nell’armadio; uno scampolo di quando era nel pieno della sua attività. Lo classificai: innocuo e abbastanza lontano da non poter leggere nulla delle mie trasgressioni lampanti e perverse, finalmente spiattellate nero su bianco.

Non erano passati che pochi minuti, però, che l’anziano ha iniziato a dare chiari segnali, non solo di avermi notata ma di avere una certa impellenza di richiamare la mia attenzione: guardava, sbirciava, accavallava le gambe, tossicchiava, senza trovare pace.

Continuai a leggere ostentando la massima concentrazione, soprattutto quando, con una certa decisione, scavalcò il pilastro che faceva da divisorio e passò dalla sua panchina alla mia, pur piazzandosi a una distanza discreta, senza opprimermi.

Naturalmente non ero più del tutto a mio agio, temendo potesse intuire il contenuto, poco ortodosso, delle mie letture.

Poco dopo, il vecchio si è fatto coraggio e mi ha chiesto con trattenuta cordialità:

«Mi scusi se mi permetto... cosa legge di bello?»

“Eccolo, pensai, ho beccato il vecchietto solo, che non vede l’ora di attaccar bottone!” Comunque gli ho sorriso; ho sempre avuto un debole per le persone anziane, soprattutto se educate; quelle vecchio stampo, diciamo. Per esperienza diretta sapevo come può sentirsi sola una persona d’altri tempi nella frenesia di una metropoli.

Risposi molto sinceramente e un po’ me ne pentii... temetti mi chiedesse di dare un’occhiata:

«Veramente non so se può dirsi bello, sono cosette che scrivo io... Scrivere è il mio hobby!» ero convinta di ricevere un galante complimento e di riscuotere un certo interesse, magari solo falsato da una probabile cortesia, invece... Non l'avessi detto mai!

«Ma che brava, complimenti: eccone un'altra!» cominciò il vecchio evidentemente contrariato «Erano pochi i libri in giro, mancava solo il suo. Ma sì, continuate, continuate pure.» La veemenza con cui ha attaccato mi ha lasciato perplessa, tanto che mi sono un po’ spostata, mettendomi sulla difensiva... era forse matto?

«Ma lei lo sa quanto ci abbiamo messo per non finire nel fuoco a trent’anni? Sì, ha capito bene, perché nella Preistoria, a trent’anni si era già decrepiti. Ci sono volute centinaia di migliaia di anni! Se ne rende conto, mia cara?

Per tutto il tempo in cui un’umanità sparuta e nomade, ha vagato sulla terra; i vecchi non servivano a niente. Li trattavano peggio degli elefanti,- che pare avessero anche un loro cimitero. Li mangiavano o, se erano troppo incartapecoriti, li usavano come combustibile, alla pari di legna da ardere, capisce?

Poi, uno sputo di anni fa, chessò? dieci o ventimila, credo, finalmente gran parte dell'umanità divenne stanziale e si rese conto che la "memoria" serviva!

Serviva per lavorare i campi; per conoscere le fasi lunari; per distinguere le stagioni. I vecchi ricordavano, aiutavano, davano indicazioni importanti: avevano saggezza ed esperienza, erano la “memoria” della tribù!

Ma il meglio di sé, il nonno, lo dava alla sera. Quando il Clan si riuniva intorno al fuoco, nella capanna o al riparo di una stanza di pietra: era il momento più bello della giornata.

Allora il vecchio, diventava protagonista e si ripagava tutto il pane e i bocconi succulenti, che si era sbafato, di giorno, senza muovere un dito.

Lui, il nonno stesso, era il libro!

Lui era la Storia: raccontava degli eroi; tramandava le gesta degli antenati; spiegava l’uso delle stelle per viaggiare nella notte, oppure la loro “personificazione” e i litigi tra gli dei.

Fu il nonno a inventare la Fantasia, sa?

E la fantasia diveniva ispirazione: cos’altro poteva fare? Gli occhietti spalancati dei piccoli selvaggi erano puntati tutti su di lui… e anche gli adulti, fintamente distratti, tendevano l’orecchio per lasciarsi cullare da quelle storie melodiose o terribili! Così, quando gli argomenti cominciavano a mancare, il nonno inventava. Creava nuovi personaggi, elfi, gnomi, fate, personaggi che venivano dallo spazio, che volavano, che suonavano flauti magici o percuotevano tamburi di guerra.

Così si costruiva il mondo, allora, giorno per giorno: tirando fuori il futuro dai semi del passato e magari aggiungendo il sale della fantasia.

Le stelle sparse presero nome mentre gli dei prendevano vita... e il vecchio era venerato e rispettato, come un bene comune. Come il computer di oggi, con il suo Google, che ha sempre pronta una risposta per tutto!

Ma poi sono arrivati i libri! I primi, pochi, rari, difficilmente reperibili, e sia, ma la vera catastrofe è arrivata con l’invenzione della stampa! La Stampa: bella schifezza!

Dopo millenni di lotte per raggiungere un minimo di rispetto: tutto cancellato, il vecchietto non serve più!

Via, nell'immondizia... accettato a malapena, sopportato persino dai nipoti, che spesso si sentono costretti ad amare una figura che non comprendono.

E tra poco, se le cose continuano così, ci tolgono pure la pensione. Arrivederci signora... e statevi bene!»

E se n’è andato via infuriato, lasciandomi sbigottita e perplessa, facendomi sentire colpevole solo perché tenevo ancora stretti in mano i miei disdicevoli foglietti.

© - Giovanna Esse 2017

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