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Una storia di Giada

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Essenziale 2049

Supereroi dell'essenziale

Cultura 2049

Pubblicato il 13 dicembre 2017 in Altro

Tags: Cultura Essenziale2049 Futuro Giada

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Stanotte ho fatto un bel sogno.

Avrei voluto che durasse per sempre, ma Karma, il mio gatto nero, mi è saltato addosso svegliandomi bruscamente. Sognavo di sfrecciare per i cieli della città su una macchina volante, in compagnia del mio amico androide T0ZT9. Eravamo così veloci che le altre macchine facevano fatica a vederci, nessuno poteva fermarci. Potevamo andare dappertutto in un attimo, il mondo era a nostra completa disposizione. Eravamo liberi, eravamo felici...

Ma nessun amico androide e nessuna macchina volante all'orizzonte per salvarmi dall'ennesimo ritardo del treno. Aspetto già da dieci minuti, e... "Il treno delle ore otto e trenta arriverà con un ritardo previsto di quarantacinque minuti. Ci scusiamo per il disagio" ...sembra che la mia attesa durerà ancora per molto. Merda, se ritardo anche oggi il capo mi fa fuori. Devo trovare un taxi, alla svelta.

Non ho parole, siamo nel 2049 e non riusciamo ancora a far partire un dannato treno in orario!

E dire che qualche decennio fa funzionava tutto alla perfezione, eravamo in pieno sviluppo scientifico economico, robot umanoidi e macchine volanti non erano poi così lontani. Mi piacerebbe veramente capire come mai siamo regrediti così tanto. Ah, già! Lo stesso motivo per cui il mio lavoro è... "Sara, che ci fai qui? Dovresti essere già al lavoro!" L'irritante voce di Pier, il mio vicino di scrivania, mi fa tornare alla realtà. "Oh Pier, ciao. Treno in ritardo, ovviamente. Tu piuttosto, a quest'ora di solito sei già in ufficio, cosa ci fai in stazione?" "Niente, non sono affari tuoi. Ma come ti sei vestita? Sembri una ragazzina appena scappata di casa". Guardo il mio riflesso in una vetrata, indosso una felpa da uomo, leggins, minigonna e scarpe da ginnastica. Non ha tutti i torti, oggi non mi sono neanche guardata allo specchio, ma questa non gliela faccio passare liscia: "Che posso dirti, non sono sofisticata, non mi piace andare in giro impettita e imbalsamata come fai tu". Bingo. Vedo le sue narici dilatarsi e il sopracciglio sinistro inarcarsi pericolosamente. Odia quando qualcuno lo fa passare per un damerino. L'ho punto sul vivo, ma con mia sorpresa decide di non rispondermi a tono: "Dai vieni, ti do un passaggio. Anche se sarebbe divertente vedere di nuovo il capo che ti cazzia davanti a tutti."

Ah, ah, ah. Simpaticissimo. Sarebbe divertente tirarti un pugno nello stomaco, ma il tuo passaggio è una manna dal cielo.

Lo seguo senza parlare, ma davanti alla sua macchina decido di punzecchiarlo ancora un po': "Carina la tua carretta, immagino che le ragazze facciano la fila per salirci."

Pier stavolta è impassibile "Questa carretta, come la chiami tu, sta per salvarti il posto di lavoro, te la senti davvero di insultarla? Ad ogni modo è una delle ultime prodotte in modo decente, sono almeno vent'anni che non se ne trovano più in giro fatte così."

Ha ragione, ormai è praticamente impossibile trovare automobili di buona qualità, io stessa uso i mezzi pubblici proprio per questo.

Mentre guida Pier resta in silenzio, quindi ne approfitto per osservarlo un po'. Da quello che so ha una quindicina di anni più di me, quindi dovrebbe avere circa quarant'anni. Scapolo, taciturno, sembra che viva solo di lavoro. Nessuno è mai stato a casa sua e, nonostante i numerosi inviti, lui non è mai stato a casa di qualcuno dei suoi colleghi. Autodidatta, come del resto tutti noi dell'ufficio, è un esperto di libri del XIX e XX secolo. Dopo gli avvenimenti del 2020 molti di quei volumi sono andati perduti e lui è costantemente impegnato nella loro ricerca e riscrittura. E' veramente da ammirare, soprattutto per me che sono una semplice giornalista, anche se non è la simpatia fatta persona. Vorrei fargli qualche domanda, ma una brusca frenata e le sue imprecazioni mi fanno capire che non è il momento adatto.

"Che cosa succede?"

"Protestano! E chissà per quale motivo oggi!"

Guardo fuori dal finestrino. La strada è bloccata da un corteo, nativi digitali, sicuramente. Hanno striscioni e cantano in coro, ma non riesco a capire contro cosa protestano. Pier è furioso "Cosa sarà successo oggi? Saranno convinti che il governo faccia il lavaggio del cervello con la musica che passa in radio, o che gli scarafaggi siano stati modificati geneticamente per invadere il pianeta! Idioti! Ombre decerebrate, ecco cosa sono! I nativi digitali, miei coetanei, dovevano essere la nuova speranza dell'umanità. Li hanno abituati fin da piccoli a stare davanti a degli schermi, privi di interazioni sociali, e da adulti sono diventati incapaci di prendere decisioni, di distinguere il vero dal falso. Analfabeti funzionali. Così idioti da credere che il tentativo di allunaggio nel 2020 fosse un complotto per far sbarcare gli alieni sulla terra. È cominciato tutto in quel momento: proteste continue, rivolte, danni su danni, che portarono ovviamente al crollo della società come la conoscevamo. Tu non puoi ricordarlo, sei troppo giovane, ma fu un periodo orribile. Anarchia pura. La cosa che più mi fa imbestialire è che non contenti di quello che avevano fatto cominciarono a prendersela anche con la cultura. Distrussero musei, biblioteche, scuole. Secondo la loro logica malsana, se loro erano ignoranti, tutto il mondo doveva esserlo."

Prendiamo una via secondaria e riusciamo a liberarci dall'ingorgo.

"Secondo te è stato davvero un virus, come dicono?"

"Se fosse stato così, anche noi non avremmo avuto scampo. La colpa è solo loro, del modo in cui sono stati educati. Divertente che le nostre famiglie fossero povere, che non potessero permettersi tablet per la culla dei loro figli. Per questo non siamo come loro, per questo sogniamo una società migliore. Comunque adesso basta parlare. Siamo arrivati."

Scendiamo dalla macchina, Pier si avvia velocemente verso l'ufficio lasciandomi indietro. Lo rincorro. "Pier ti dispiacerebbe se uno di questi giorni approfondissimo un po'il discorso? Vorrei avere altri dettagli su quel periodo."

"Beh, se hai voglia di sentirmi brontolare ancora, non posso dirti di no. Ti farò sapere quando potremo incontrarci." Non è molto ma mi accontento.

Entriamo insieme in ufficio e veniamo subito raggiunti dal capo.

"Buongiorno signori! Sara, ho letto il tuo articolo sull'importanza dell'istruzione scolastica, è bello, lo voglio sul numero di domani. Ah Pier, scusa per il viaggio a vuoto in stazione, Max è in ritardo, ci raggiungerà più tardi."

Max?

"Scusate, Max è tornato dall'Inghilterra?" "Si, i lavori di restauro nel British museum per il momento sono stati interrotti, il suo aereo è atterrato stamattina, non ti ha avvisato?"

No, non mi ha avvisato. Il mio ragazzo è tornato a casa e non mi ha detto nulla.

Faccio finta di niente e mi siedo alla scrivania, ma non riesco a concentrarmi. Passo un'ora fissare lo schermo del pc, quando finalmente Max entra in ufficio. Saluta i colleghi uno ad uno, poi finalmente arriva da me. Sto per urlargli contro, ma lui mi blocca "Lo so, sei arrabbiata e hai ragione. Avevo chiesto agli altri di non dirti nulla, ma i ritardi hanno rovinato tutto. Doveva essere una sorpresa, comunque ho un regalo per te".

Mi porge un pacchetto, sono un po'restia, ma decido di scartarlo.

E' un libro, il graphic novel di V for Vendetta. Una storia che ho sentito mia dalla prima all'ultima pagina, quella che mi ha fatto venire voglia di cambiare il mondo. Pensavo che la versione originale non si trovasse più in giro, è il regalo più bello che mi abbia mai fatto.

Ovviamente, Pier rovina l'atmosfera "Si, si, tutto molto romantico, ma adesso è ora di lavorare. Avanti, abbiamo un mondo da rimettere in sesto!"

Lavoriamo a pieno ritmo per l'intera giornata, Pier vuole rendere la letteratura accessibile a tutti, così gli do una mano scrivendo recensioni e riassunti di vecchi libri, mentre Max fa un resoconto delle opere che sono state salvate nel museo.

Mi sento come se fossimo dei supereroi, incaricati di salvare il mondo dalla piaga dell'ignoranza. Non ci siamo solo noi, in ogni Stato c'è una 'task force' come la nostra, i governi nati dopo la fine della crisi degli anni Venti le hanno fortemente volute. Purtroppo i problemi della nostra società sono molto radicati, perciò il nostro lavoro è molto impegnativo. Anni e anni di internet, social network e televisione hanno atrofizzato il cervello dei nativi digitali rendendoli molto simili a zombie, capaci solo di gridare al complotto e protestare per cose senza senso. Per fortuna non sono pericolosi, ma rimanere bloccati in strada a causa di una delle loro sfilate, come stamattina, non è il massimo del divertimento. Le loro urla riecheggiano ancora nella mia testa, chissà per cosa si lamentavano.

Alle sei io e Max abbiamo finito. Stiamo per andare via, quando il capo chiude a chiave la porta dell'ufficio. "Ehi, cosa succede?" "Protestano qui sotto, cercano di salire al nostro piano, vogliono distruggere il giornale!" Mi affaccio, il piazzale è pieno di gente che sbraita e lancia oggetti contro le vetrate. Non riusciranno mai a salire, la sicurezza è impeccabile, ma la scena mi lascia senza parole. Quelle persone sono incivili e ignoranti, ma a loro va bene così, il nostro lavoro li infastidisce, non vogliono che il mondo torni ad essere un bel posto dove vivere. Pier ha ragione, sono solo ombre decerebrate.

Riusciamo ad andare via solo un'ora dopo, quando finalmente il gruppetto di zombie si dilegua avendo perso l'ennesima battaglia contro i mulini a vento.

Sul treno sono di pessimo umore.

"Non stare lì a rimuginare, serve a ben poco" mi dice Max sfiorandomi la mano "vedrai, pian piano i nostri sforzi saranno ripagati e riusciremo a far tornare tutto come era prima."

Gli faccio un sorriso, ma non ho proprio voglia di parlare ancora.

Arrivati a casa, per un po'mi torna il buonumore. Karma da quando ha visto Max sembra impazzito, corre e salta dappertutto. Ha sentito anche lui la sua mancanza, sicuramente.

Mangiamo qualcosa sul divano, mentre sfoglio le pagine di V for Vendetta.

"Hai idea di quanto potrai fermarti stavolta? In ufficionon ho avuto modo di chiedertelo."

"Non lo so ancora, ma credo di poter stare qui almeno qualche settimana prima di ripartire per le ricerche. Dobbiamo aspettare che vengano rimosse le macerie più pesanti da alcune ale del British Museum, poi interverremo noi per cercare di salvare e restaurare più opere possibili."

Sono un'egoista, lo so, ma spero di cuore che quelle settimane si trasformino in mesi.

Quando andiamo a letto Max crolla sulla mia spalla, io invece non riesco a prendere sonno. La scena di oggi è ancora fissa nella mia mente. E' uno di quei momenti in cui ho voglia di mollare tutto, di arrendermi all'evidenza. Ho paura che non ci sia via d'uscita, che il mondo sia destinato a perdere definitivamente la sua cultura, la sua identità.

Mi addormento che il cielo si sta già schiarendo e ovviamente la sveglia suona troppo presto.

Max ha già preparato la colazione: pancake alla frutta e caffè americano, la mia preferita. Il mondo starà andando a rotoli, ma devo ammettere che in questo momento mi sento fortunata.

Mentre mangiamo vedo dalla finestra l'edizione fresca di stampa del giornale davanti alle porte del mio quartiere. Il camioncino delle consegne stamattina deve essere passato presto. Tempo sprecato.

"Non credo che oggi verrò al lavoro."

Max mi guarda con gli occhi sgranati "Sara, stai scherzando? Non puoi arrenderti alla prima difficoltà, dobbiamo continuare! Stiamo facendo enormi passi avanti, non sarà una manifestazione a fermarci!"

Non so se ha ragione. Esco con lui controvoglia e mentre percorriamo il vialetto incrociamo la nostra vicina di casa, una del gruppo degli zombie digitali. Ieri non era insieme agli altri sotto l'ufficio, quindi sospiro aspettando di essere travolta dalle sue urla in ritardo, ma non succede nulla. Noto che ha in mano il nostro giornale. Mi guarda, si avvicina e apre il quotidiano alla pagina del mio articolo, "Sei brava", sorride e va via.

La seguo con lo sguardo mentre torna in casa. Sono incredula. Ha detto che sono brava, ha letto il mio articolo! Mi giro, guardo Max, lui allarga le braccia e sorride "Hai visto il potere della perseveranza? Dai, adesso andiamo, ci aspetta ancora tanto lavoro da fare".

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