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Una storia di LuigiMaiello

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Intertwine 60: Il linguaggio e la percezione dei personaggi.

L'influenza che the Jackal hanno avuto sulla seconda serie di Gomorra; Canzoni della cupa di Vinicio Capossela e L’Outsider di Colin Wilson.

Pubblicato il 19 maggio 2016

Dopo due anni Gomorra è tornata e come previsto sta avendo un successo immenso, soprattutto tra i più giovani.

Di martedì sera non si esce, anzi ci si organizza dal pomeriggio sui gruppi di Whatsapp per andare a casa dell’amico/a che ha l’abbonamento a Sky.

Gli episodi della serie ispirata all’omonimo libro di Roberto Saviano vanno guardati e commentati in diretta, insieme agli altri, come un tempo si faceva con le partite della nazionale o per il festival di Sanremo.

La soluzione alternativa non esiste perché il giorno dopo tutti ne parlano, e vuoi o meno, verrai sempre a conoscere qualche particolare della trama.

Daniele Moretti ha riassunto bene il concetto sul suo profilo Facebook:

“Gomorra a Napoli non si può pensare di vederlo in differita".

Tranquilli, non vi diremo niente sulla trama, la nostra è una riflessione di altro tipo.

Partiamo dai numeri della serie, ma in seguito vi faremo notare una piccola differenza (secondo noi) tra la prima e la seconda stagione in termini di “linguaggio” e di percezione dei personaggi da parte del pubblico.

Tweet di Frank Matano.

La terza e la quarta puntata della seconda serie di Gomorra sono andate in onda martedì su Sky Atlantic/+1 HD, Sky Cinema 1/+1 HD e su Sky On Demand, e sono state viste da 1.153.135 spettatori medi (+89% rispetto agli stessi episodi della prima stagione).

Il successo si riversa logicamente anche sui social.

Su Twitter, Gomorra – La serie martedì è stato il programma più discusso dell'intera giornata sia per numero di tweet (12.200) che per numero di autori e l’hashtag #Gomorra2 ha raggiunto la prima posizione nella classifica dei Trending Topic italiani e la tredicesima nei Trending Topic mondiali.

Ottimi i numeri anche sugli account Facebook di Sky Atlantic HD: i contenuti relativi alla serie pubblicati nella giornata di martedì hanno generato oltre 11 mila interazioni, con un social audience di oltre 700 mila utenti.

Guardando questa seconda serie però in alcuni momenti abbiamo una sensazione strana. Ricordate i the Jackal e la parodia su “gli effetti di GOMORRA LA SERIE sulla gente”?

Una trilogia che ha avuto milioni di visualizzazioni. Se non la conoscete, guardate il primo episodio:

Beh ora viene la nostra riflessione, e ci rivolgiamo soprattutto a chi ha guardato i primi episodi della seconda serie.

Ascoltando i dialoghi della seconda stagione, non vi viene subito in mente una sorta di “effetto parodia” dovuto anche ai video dei the Jackal?

In questa seconda serie in molti casi il criminale di turno perde la sua veste malefica e ne assume una quasi ironica. Si ha un effetto straniante che non pensiamo sia voluto, ma che in molti casi porta anche a ridere, perché la parodia sembra scattare in automatico ogni volta che Salvatore Conte e i due Savastano aprono bocca.

Nel secondo episodio, ad esempio, padre e figlio tornano a casa e Pietro Savastano dice:

“Faccio due spaghetti co a’ pummarola!”

E Genny gli risponde:

“Veramente io vuless qualche altra cosa”

A quel punto il padre si gira con sguardo minaccioso e severo e lo rimprovera:

“ Tu fai chell che dico io”.

Come se chiedere un’altra cosa da mangiare fosse visto come un atto di ribellione e un predominio di Genny nei confronti del padre. Ma voi lo vedete Genny? Effettivamente è impossibile saziarlo solo con un piatto di spaghetti!

Insomma Pietro Savastano anche in questa seconda serie è sempre incazzato, non ride mai e non è mai contento di nulla. Neanche il divano nella prima serie lo accontentava.

“Nun me piace, s’adda cagnà”.

Foto di Emanuela Scarpa

Altro personaggio che si presta all’ironia è Salvatore Conte, caratterizzato da una capacità di sintesi e metaforica che ha pochi eguali:

“Amm rat a lantern 'nman e cecat”

per dire che stanno facendo troppi pochi soldi a causa di spacciatori non bravi, oppure

“A serp sta semp vicin a maronn. Chell a ferm cu nu per, senza bisogn ra scamazza, ma io nun song a maronn”, in segno di minaccia verso uno dei suoi nemici.

E poi c’è una donna nuova, dall'olfatto molto sviluppato:

“O sai pecchè mi chiaman Chanel? Pecchè so brav che prufum… e tu già addur e mort”

Insomma una serie di frasi che facilmente potranno diventare i nuovi tormentoni, e che senz’altro avranno molte condivisioni anche sui social, ma che in alcuni casi sembrano forzate e che comunque portano anche a sorridere.

Dei personaggi principali, quello che si presta meno all’ironia è Ciro, che è sempre molto determinato nelle sue ambizioni e sembra essere diventato ancora più disumano e spietato rispetto a come ce lo ricordavamo nella prima stagione.

Guardando gli episodi della seconda serie si è consapevoli di trovarsi di fronte a un prodotto “di finzione”, eppure non si può fare a meno di rimanere colpiti dalla cura della messa in scena e dal realismo delle storie e dei personaggi, però c’è un elemento che è cambiato.

Nella prima serie di Gomorra il linguaggio forte e le parole usate avevano creato (soprattutto per chi è napoletano) contemporaneamente un effetto di localizzazione e di vicinanza molto positivo.

In questa seconda stagione invece lo slang napoletano-camorristico in alcuni casi diventa forzato e più volgare.

Allo stesso tempo si sorride, e di questo le “colpe” forse sono anche dei the Jackal, che di certo un po’ di influenza (secondo noi) la stanno avendo sulla percezione dei personaggi da parte del pubblico (almeno sulla nostra), segno che hanno fatto davvero bene il loro lavoro.

The Jackale Saviano ne il terzo episodio de "Gli Effetti di Gomorra sulla gente".

La serie è bella, forse la migliore del panorama italiano, ma parlandone tra di noi in ufficio abbiamo avuto tutti la stessa sensazione, per cui abbiamo voluto dirvi la nostra, e tra le tante cose di cui potevamo parlare, abbiamo scelto di trattarne il “linguaggio”, soprattutto per sapere la vostra opinione a riguardo!

Ma alla fine chi vincerà la guerra? Di sicuro i produttori!

I 12 episodi della prima serie sono stai venduti in più di 130 paesi in tutto il mondo. La seconda serie supererà anche questo record?

Chi nella sua arte unisce molteplici linguaggi e tante tipologie di musica è senz’altro Vinicio Capossela, un artista eclettico che ha assorbito decenni di musica popolare di ogni angolo del mondo.

Questo è il trailer di Canzoni della cupa, il suo nuovo album uscito il 6 Maggio.

"Canzoni della Cupa è un disco diviso in due parti, anzi in due lati.Il lato esposto al sole, il lato che dissecca, che asciuga al vento. Il lato della Polvere. E poi il lato in Ombra, il lato lunare, il lato dello sterpo e dei fantasmi..."

Questo si legge nelle prime righe dalla prefazione dell'ultimo lavoro discografico del cantautore. E queste parole descrivono, in poche righe, davvero l'essenza di tutto l'album.

Canzoni della Cupa è un doppio cd (o 4 vinili) che gli è costato 13 anni di lavoro e in cui racconta la sua Irpinia, un mondo fatto di “contadine nate selvagge, mendicanti affamati, volpi, galline e angeli”.

Nella Polvere è il titolo del primo disco. La prima registrazione avvenne nel 2003 e le canzoni che ne fanno parte sono anche la colonna sonora del suo libro "Il paese dei Coppoloni", altra dimostrazione dell'estremo eclettismo dell'artista.

Nell'Ombra, invece è il titolo delle altre canzoni nate tra il 2014 e il 2015.

Questa è “La padrona mia”:

Vinicio Capossela è molto legato alla sua terra, e ogni anno a Calitri organizza lo Sponz Festival , che quest’anno si terrà dal 22 al 28 agosto e avrà come titolo: “Chi tiene POLVERE spara”.

Cosa significa? Ce lo spiega lui, che del festival è anche direttore artistico:

“Chi tiene POLVERE spara è un modo di dire calitrano, che in paese significa chi ha qualcosa da dire lo dica, chi ha qualche mezzo lo usi!”

Ecco la sua esibizione allo Sponz Festival del 2015:

Vinicio Capossela è un artista sempre a caccia di suoni, storie e personaggi e la sua bravura consiste soprattutto nel raccontarli a modo suo, rielaborandoli in una chiave del tutto personale.

Il linguaggio e i personaggi trovano la sintesi nel best seller di questa settimana: L’Outsider di Colin Wilson.

Chi è l’ousider? Potremmo definirlo come colui che rimane fuori, o più semplicemente: un visionario.

Colin Wilson scrisse questo classico della letteratura “underground” in una sala d’attesa del British Museum, in un periodo in cui dormiva in un sacco a pelo in un parco.

Un barbone immerso nella lettura di Dostoevskij, Kierkegaard e Nietzsche, de I sette pilastri della saggezza di T. E. Lawrence e delle poesie di William Blake che improvvisamente scrive un libro sulla certezza dell’irrealtà dell’esistenza.

Secondo Wilson c’è una sparuta minoranza di uomini che possiede una “seconda vista”, non importa se compatiti come pazzi o venerati come poeti, ma questi uomini hanno la sensazione di essere gli unici a vedere in un mondo di ciechi.

D’un tratto, mi resi conto di trovarmi nella stessa identica situazione in cui si erano trovati molti dei miei personaggi letterari preferiti: Raskòlnikov di Dostoevskij, Malte Laurids Brigge di Rilke, il giovane scrittore in Fame di Hamsun: solo nella mia stanza, completamente alienato dalla società. Non era una condizione di cui andassi fiero, e l’idea di non passare il Natale a casa mi rattristava. Ma qualcosa dentro di me mi aveva spinto a scegliere l’isolamento. Iniziai a scriverne nel mio diario, cercando di individuarne la causa. Improvvisamente capii di avere per le mani il soggetto per un libro. Rivoltai il diario e in cima alla pagina scrissi: «Note per un libro: “L’outsider”». In due pagine ne abbozzai uno schema piuttosto completo. Quella sera, mi addormentai con un senso di profonda soddisfazione; mi sembrava di aver passato il Natale più bello di tutta la mia vita.

Dal libro, scritto nel 1956, emergono tre perfetti esempi di outsider: lo scrittore-soldato Thomas Edward Lawrence, van Gogh e Vaclav Fomič Nižinskij, considerato uno dei ballerini più dotati della storia, che prima di cadere in una sorta di follia, scrisse un diario mistico.

Da questo libro emerge una profonda riflessione sul rapporto tra l’arte e la realtà.

Secondo molti l’arte è sempre più legata al profitto economico e al consenso. Ciò non significa che i prodotti siano di scarsa qualità, ma forse in un libro o in un film difficilmente avremo a che fare con dei progetti visionari.

Noi invece a modo nostro siamo visionari, e ci poniamo un obiettivo ambizioso.

Intertwine vuole realizzare un nuovo prodotto d’intrattenimento, che unisca le caratteristiche classiche dei libri alla comunicazione digitale e ai social network.

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