scrivi

Una storia di sugarkane

Tenco

Luigi ha gli occhi profondi di chi andrebbe guardato con la voglia di capirlo, ascoltato con le orecchie dell'anima.

121 visualizzazioni

Pubblicato il 29 maggio 2018 in Altro

Tags: luigi tenco sanremo suicidio

0

“Vorrei trovarmi sott’acqua,in profondità, Mike.”

Luigi non sembrava affatto in sé: il volto era pallido, gli occhi segnati e febbricitanti, si torturava le mani per colpa di qualcosa che non poteva essere soltanto ansia da prestazione. L’agitazione che lo degenerava dall’interno non era dovuta soltanto alla competizione, al Festival. E Mike lo aveva notato, come d’altronde si accorgeva sempre di tutto; con una mano spinse leggermente il cantante verso il palco, il pubblico benpensante di Sanremo aspettava lui, doveva andare a cantare.

“Questa è l’ultima canzone che canto.”

Nella sua mente scorrevano veloci le parole di irritazione che Dalida gli aveva detto la mattina prima durante le prove, la canzone che non era venuta bene, che tutti consideravano la vincitrice. E se non avesse vinto?

Un passo, un altro, un altro ancora e così via fino ad arrivare all’asta del microfono, sola e fredda in mezzo al palco, pronta per amplificare la sua voce e farla ascoltare a tutto il pubblico. Luigi sentiva chiaramente il suo cuore battere forte, gli sembrava che stesse uscendogli dal petto, dalla camicia bianca e la giacca blu. “Mi rovina la canzone! Rovina tutto”, la voce della donna gli rimbombava nella testa, in continuazione, mentre la musica di Ciao, amore, ciao veniva suonata dall’orchestra.

“Rovina tutto! Rovina tutto! ROVINA TUTTO!”

I suoi occhi si persero nel vuoto, la canzone divenne parte di lui, le parole gli uscivano spontanee dalla bocca, loro sapevano ESATTAMENTE da chi andare, a chi erano destinate, senza che nemmeno Luigi ne fosse a piena conoscenza. Quando finì di cantare era visibilmente provato, stanco, il pallore del viso si era accentuato, gli occhi trasmettevano un senso di vuoto. Si trascinò portando con sé il peso di un corpo che non sentiva più suo, diretto verso le quinte. Dietro il sipario notò la presenta del dottore del casinò, lo salutò come fanno i bambini, con un semplice ed innocente “Ciao, dottore”, poi proseguì per i camerini, esattamente sotto il palco.

“Vorrei essere sott’acqua … in profondità …” bisbigliò, cadendo in un sonno profondo sul tavolo del trucco.

“Questa è l’ultima canzone che canto.”

Passarono diverse ore, Luigi fece molte volte lo stesso tragitto hotel-ristorante, diede un passaggio a Dalida, guidava come un folle, come ciò che lui pensava di essere agli occhi degli altri. Arrivò il 27 gennaio, le cui prime ore sarebbero state le ultime del giovane: Luigi aprì la porta della sua camera, lasciandola accostata e con le chiavi nella toppa esterna (eppure era sicuro di averla chiusa bene … Forse nella sua mente, che ormai gli faceva vedere cose che lui non riusciva a scorgere) e si avvicinò al comodino. Prese un foglio, una penna nera, poi estrasse una pistola dal cassetto. Scrisse.

Un colpo di pistola.

Un proiettile dritto dritto nella tempia.

Luigi Tenco respirò per l’ultima volta.

“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero serva a chiarire le idee a qualcuno.

Ciao. Luigi”

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×