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Una storia di Silvio.irace

Le Verità del Vento

Pensieri sparsi di felicità

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Pubblicato il 18 luglio 2018 in Storie d’amore

Tags: Amore Roma VillaBorghese

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“D’inizio estate, le mattine a Roma si assomigliano tutte” pensò Viola.
La prima cosa che vide fu il manto grigio di Zingara, saltata sul letto per farle le fusa. Non ricordava a memoria l’ultima volta che si fosse svegliata dopo le sei e mezza: la considerazione l’avrebbe lasciata basita se non fosse stato per il sonno. Zingara aveva fame e presto l’avrebbe avuta anche Lulù, una pantera in miniatura che faceva del silenzio la sua bandiera. Le due gatte che aveva accolto nella sua vita convivevano alla solita maniera felide: per lo più indifferenza, qualche spontanea cattiveria gratuita, di rado qualche isolata dimostrazione di affetto.
“I gatti sono animali metodici, non sprecano tempo a cercare soluzioni troppo perfette. Vivono l’istante, il benessere dell’istante, perché l’istante è tutto”, glielo aveva detto lui. Come tutte le cose che lui raccontava, lei ci aveva creduto. Scacciò quei ricordi.
S’accorse però che c’era qualcosa che la tratteneva a letto. Non si trattava di pigrizia: era sensazione scivolata dentro la pelle, senza che se ne rendesse conto. Suoni e immagini che arrivavano dalle finestre sul parco sotto casa. Ricordi di profumi lontani, persone mai dimenticate, sentimenti mai traditi. Fuori il leggero temporale: venti sconosciuti facevano ondeggiare i grandi olmi del parco, la pioggia che batteva i tetti con ritmo leggero. Quella che dà tanto fastidio quando ci si cammina attraverso e bagna più di un acquazzone.
“Deve essere questa la pace di cui tanto mi parlava papà: dormire sdraiati in un letto, osservando le verità del vento mentre il mondo si scuote” pensò alzandosi. Dalla porta, gli occhi gialli di Lulù la fissavano.
Forse da migliaia di anni. Sempre con lo stesso interesse.


L’Esquilino le era sempre parso un animale strano, una sorta di mandragola dedita più all'ombra che alla luce, urlante di passato e presente, una romanità assicurata già per chi lo osservava per la prima volta. La Stazione di Roma Termini a quattro passi, il punto di arrivo di gran parte del mondo nella Capitale. Via amico di famiglia, Viola vi aveva trovato riparo già prima di iniziare l’Accademia di Belle Arti: un piccolo appartamento in affitto da dividere in due, primo piano con spazio verde comune, locazioni anni sessanta mai ristrutturate, apposta per ragazze sole in cerca di futuro.
Cercò Michela ma doveva aver passato l’ennesima notte fuori. Era una pazza furiosa, una che voleva far la barista tutta la vita. Si prendevano però cura l’una dell’altra. Le scrisse un messaggio e poi si vestì. Abbigliamento comodo per chi deve lavorare di fino, ma anche di fatica. Restaurare: un lavoro da duri e puri. Un cornetto al volo, qualche carezza alle orecchie delle sue gatte, lo sguardo implorante di Zingara, mentre Lulu già se n’è andava a tendere agguati sugli alberi, al riparo dal caldo della mattina. Senza degnarla uno sguardo che fosse uno, neanche a pagarlo oro.
“L’amore si dimostra in ben altre forme di quelle che consideriamo possibili e non è mai detto che cosa ci riservi il futuro” le raccontava lui, dandole una speranza che non si meritava, quando lei gli chiedeva del perché sua madre se ne fosse andata quando era piccola. La risposta, sempre uguale fino ai suoi quattordici anni, aveva finito per lasciare esausti entrambi e farlo morire di vergogna. Di colei che l’aveva partorita rimaneva soltanto qualche fotografia nascosta, un nome lontano da dimenticare, qualche immagine dentro la sua testa che le compariva davanti in sogno e che parlava suoni e parole che il giorno dopo, come ferite purulente, diventavano domande senza risposta.


Il tragitto era breve e semplice.
Quindici minuti in metropolitana, nemmeno un chilometro a piedi in tutto. Lei si prendeva tutto il suo tempo: osservare le persone, il cielo. Le opere d’arte secolari che accompagnavano quel tessuto urbano così particolare. Così profondamente imperiale. “Impero non è soltanto una forma di Stato: è anche un modo di essere, d’intendere il mondo. Soprattutto di ricordarlo per quello che era” le raccontava lui, mentre da piccola accompagnava sui Fori, al tramonto di sere dedicate solo ad insegnarle a memoria luoghi e ricorrenze. “Roma è il sogno di una civiltà che non tramonta mai, nemmeno quando viene calpestata; il frumento che resiste a qualsiasi tempesta. Ciò che ricordiamo, denota noi stessi, tienilo a mente e insegnalo ai tuoi figli se li avrai”.
Viola si considerava fortunata: restaurare era sempre stato il lavoro dei suoi sogni, rimettere le cose in sesto quasi per magia, un pennello particolare, qualche barattolo, ed ecco, un dipinto rimesso a nuovo. Qualcosa di occultato e rovinato che tornava a vivere, risplendere alla luce del sole. Non soltanto per essere ammirato, ma rivivere di autentica voce propria.
“Sconfiggere la rovina sul suo terreno preferito, la bellezza, mentre Kronos si agita urlando, cercando di capire quello che sta succedendo” le raccontava sorridente lui, quando le aveva insegnato i primi rudimenti. Il fugace ricordo di qualcosa che sfuggiva alla comprensione.


Sua madre e suo padre che si baciavano appena arrivati a Perugia, una solida cattedra lui, un fagottino silenzioso e attento di cui occuparsi lei. Come giocattoli subito colori, pennelli e grandi fogli di carta rigida, doppi della sua stessa altezza. C’era poco da capire e tanto da inventare. Non aveva bisogno d’ispirazione, chi ne ha a quell'età, e disegnava i pensieri nella sua testa in maniera diretta, qualche volta inquietante, tanto che la madre si era chiesta che cosa vi albergasse.
Senza curarsi di lei, Viola sorrideva e continuava a dipingere. Il padre annuiva entusiasta.
“Non cercare un perché in quello che scrivi o dipingi: siamo tutti marionette di qualcosa che non riusciamo a vedere, realtà diverse che ci sfuggono continuamente, che percepiamo solo qualche volta e per qualche istante, e non dobbiamo farci troppi problemi se gli altri non ci riconoscono subito i nostri meriti” le aveva raccontato lui, quando le prime volte sua madre era stata fredda con lei.
Ricordava un litigio durato quasi una settimana, le urla e i piatti spaccati per terra. Prima le valigie di lui, infine quelle di lei. Non il suo ultimo bacio. Vedendo la madre salire in taxi, aveva chiesto dove andasse. Lui aveva risposto scrollando le spalle e un sorriso melanconico.
“In cerca della sua verità, come tutti immagino”.


Il passo che si fa veloce, in attesa di quello che si desidera. La Verità sembrava attenderla.
Viola salutò i suoi colleghi, strinse mani e sorrise. Sguardi e pensieri andavano però alla statua.
Gian Lorenzo Bernini l’aveva creata negli ultimi malinconici tempi della sua vita, mentre i suoi
campanili a San Pietro venivano abbattuti da Borromini e Innocenzo X. Lo sguardo alzato verso il Padre, quasi che fosse una preghiera di non farlo, di non mettere mano a quello sfacelo, di non badare alla logica di pesi e contrappesi; il sole sulla mano destra, simbolo di speranza per il sogno mai lasciato indietro; il mondo sotto i piedi per una grandezza intatta. “Dio perdonali, perché non sanno quello che fanno” diceva spesso lui, ora rivolto all'Orizzonte, quando vedeva la città estraniarsi dalla sua completezza, alla ricerca di una modernità che l’avrebbe soddisfatta solo per poco, forse qualche decennio soltanto, mentre rifiutava e distruggeva l’Eterno.
Quando aveva sette anni, aveva visitato la Galleria con lui: nonostante non riuscisse a capire perché lui ci tenesse tanto, era rimasta catatonica di fronte ad Apollo e Dafne, il volto corrucciato di David, mentre scagliava la pietra che aveva dato inizio al mondo.
Quando Viola iniziò a lavorare, guardò fuori dalla finestra. Lo stesso vento della mattina, alberi diversi ma lo stesso ondeggiare, animato dalla volontà di qualcuno o qualcosa molto lontano da lì. O forse troppo vicino.
“Che cosa vuoi dirmi ancora?” chiese.


Il tramonto come ultimo compagno, Viola si svegliò dal torpore e tornò a casa.
“Immaginare è una caratteristica che poche persone hanno. Per questo spesso non vengono capite subito. Immaginare è potere. Immaginare è dare forma alle variabili del mondo, quando le costanti lo delimitano. Tua madre era un’artista, la conobbi così, ad una delle sue mostre” le raccontò lui una volta, in un fugace momento di apertura. Parlava così poco dei loro primi incontri.
Lui si spense poco tempo dopo: prima di andarsene le consegnò una scatola di diari.
Non i soliti libri che scriveva per le scuole d’arte, i raffazzonati studenti dell’Accademia o i suoi invidiosi colleghi accademici. Erano le sue impressioni organizzate su tutti i testi che aveva letto in vita, i quadri che aveva visto, le musiche che aveva sentito. L’ordine descrittivo che andava vicino alla nevrastenia: le citazioni in arancio, i dati in blu, le considerazioni in nero. Penne stilografiche sempre in movimento, fiumi di parole scritte che raccontavano e collegavano punti in comune, storie che si sovrapponevano, si scontravano e si ricongiungevano l’un l’altra. Lo stile che ne derivava era quello di una narrazione senza eccessi, un viaggio verso un continente di idee e pensieri privo di logiche pregresse. Di giudizi imperativi. E lei aveva cominciato a metterli in ordine. L’unica proibizione da parte di lui era stata che li pubblicasse con il suo nome. Voleva essere dimenticato.
“Non ti dimenticherò mai” gli aveva risposto lei, sentendosi piombare in un falda della terra
improvvisa, nera come il vuoto del cielo. Lui però aveva sorriso. “Ciò che conta in questa vita è soltanto il passaggio. E tu sei il mio passaggio più bello”.
Ombre della sera ormai confuse, lei che in divano scorreva gli occhi sulle pagine di lui, quasi che cercasse di capirlo del tutto quel padre tanto strano. Per fortuna tra strani spesso ci s’intende. A volte Zingara l’osservava, seduta sulla sua terrazza che contemplava il cielo, cercando di scoprirne il codice segreto. Più pratica Lulù, dalla parte opposta, che fissava i pipistrelli in volo, con il giallo dei suoi
occhi che sembravano topazi. La porta dell’appartamento che si spalancava. Michela.
“Mi sei mancata” pensò Viola.
E la casa finalmente si illuminò.

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