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Una storia di EmanueleChiare

Retrowave di Natale

Un racconto di Emanuele Chiarelli

Pubblicato il 24 dicembre 2017 in Humor

Tags: retrowave racconto natale ottanta

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Come un sintetizzatore ha bisogno di una bella mano,

su quella panchina in una piazza affollata, io, avevo bisogno di una persona con cui parlare.

Ero un pallido e magro diciassettenne che si faceva chiamare Andrew Wave, vestivo di nero, avevo un bellissimo chiodo, anfibi rovinati dalle partite di calcetto e dei capelli enormi, mozzafiato.

A parte Debbie Harry dei Blondie, ancora non prestavo attenzione alle ragazze, infatti rifiutai il bacio della più bella della scuola solo perché ascoltava gli Abba e non conosceva i Siouxsie And The Banshees.

Gli anni ’80 erano belli a Piazza Loreto, nonostante alcuni palazzi vecchi e luoghi abbandonati, riuscivo a vedere una città futuristica, fatta di led blu e fuxia.

Da poco frequentavo i club e i bar degli artisti, in cui potevo stare con i miei amici, bere e parlare dei dischi che mi piacevano. C’erano anche quelli più grandi di me, in quel periodo non sapevo apprezzarle, ma ricordo che le donne erano davvero belle; tacchi a spillo, vestiti corti e scintillanti, frangette e permanenti estreme. Degli uomini ricordo grandi giacche con grandi spalline, capelli fluidi sostenuti con la lacca volumizzante più costosa in commercio. Ogni volta che li vedevo mi veniva da piangere, perché sapevo che non avrei mai avuto abbastanza soldi per somigliare a Micheal Douglas. Non mi importava che il loro stile da attore puttaniere nascondesse gravi inadempienze fiscali, non capivo nulla di bollette o tasse, quindi continuavo a guardarli con ammirazione.

Ricordo ancora il cugino di un mio compagno di classe, aveva trent’anni.

Sfrecciava in città con una Mercedes 190, accompagnato sempre da una donna diversa. A lui non interessava l’aspetto, infatti alcune erano davvero brutte, la cosa veramente importante era arrivare davanti al locale coi finestrini abbassati, per far capire a tutti che la stava conquistando con Close To Me dei The Cure. Parcheggiava molto male, forse volutamente, però che stile che aveva…

All’epoca ero una spugna, assorbivo tutto dalla città che avevo costruito nella mia testa, però mi sentivo sempre più solo. Specialmente a Dicembre, nel periodo di Natale, andavo sempre su quella panchina di Piazza Loreto, con le mie cuffiette a sognare di suonare con i miei miti. Sognavo talmente forte che iniziai a credere e a dire in giro di conoscere il cantante degli Echo And The Bunnyman.

C’è stato un periodo in cui ho fatto veramente qualcosa di buono.

Vicino la villetta di Via Roma c’era una cabina telefonica nuova, dopo la partita a calcetto con gli anfibi, con un amico andai a fare i miei soliti scherzi telefonici. Terminate le consuete intimidazioni al padre di un secchione che odiavo, chiamai il 115 dicendo che si era incendiata una Mercedes 190 in Via Galluppi, luogo in cui dimoravano personaggi facoltosi e benestanti. Raggiungemmo la via, ci nascondemmo dietro un cassonetto della spazzatura ad aspettare l’arrivo dei pompieri, finché a un certo punto volarono urla e minacce di morte. Nel giro di pochi minuti passammo dall’ilarità allo sgomento nell’assistere al pestaggio nei confronti di una donna.

Provammo paura nonostante fossimo vestiti dark, per fortuna sentimmo le sirene dei pompieri, che arrivarono insieme a una pattuglia della polizia.

Chiaramente, una volta arrivate le forze dell’ordine intervenimmo e rivendicando la pronta segnalazione guadagnammo la stima e un abbraccio dalla facoltosa donna. Intorno alla scena si raggrupparono molte persone ma da lì si trovava a passare il “pazzo del quartiere” che si oppose all’arresto degli aggressori, dicendo che avranno avuto i loro motivi e che avrebbero dovuto ascoltare l’altra campana. Ricordo bene che tutti lo mandarono a quel paese e lo allontanarono. Con uno scherzo telefonico abbiamo salvato una persona da morte certa, ecco, questo è ancora oggi il mio successo più grande.

Quel periodo fu di grande ispirazione per me, mi coinvolsero nella realizzazione di una Fan-Zine che avremmo distribuito fra amici, una cosa per pochi intimi amanti della New Wave e dell’elettronica. Anche ai miei genitori piaceva la musica, ma non erano contenti che la stessi anteponendo allo studio, ricordo ancora un litigio in un freddo pomeriggio di Dicembre: “Andrew, dove vai?” “Ehm, vado… a casa di Luca a studiare.” “Ah, senza libri?” “Ehm, sì, uso i suoi.” “E non ti servirà un quaderno per gli appunti?” “Ah sì, va bene, Lo prendo! Mamma, dove sono i quaderni?” “Ecco, neanche sai dove sono. Non stai andando a studiare!” “No, mamma. Ti giuro che devo studiare!” “Andrew, dimmi la verità, stai andando in quel garage con quei tossici a fare quel giornaletto di mmmerda!” “Giornaletti saranno i tuoi, questa è una Fan-Zine! Il titolo è Potevamo stupirvi con effetti speciali e colori vivaci. Tu non hai idea di quanto importante sia, lì dentro c’è tutto e c’è niente, li dentro c’è la new wave, i dischi che cambieranno la storia fra vent’anni, le lacrime e le nostre sofferenze, i sacrifici e la dedizione! Hai mai sentito parlare dei sintetizzatori? No, non sai un cazzo tu! Un giorno forse la città mi capirà, magari quando sarà troppo tardi.” “Ah certo, quindi ho un figlio che fa grandi cose con dedizione. Però dopo le 14:00, perché prima è impegnato a dormire! Ma vai a lavorare, imbecille!”

L’ultima parte del discorso avvenne sul pianerottolo di casa, sentirono tutti. Corsi le scale con addosso una vergogna incredibile e andai a rifugiarmi nel garage. E’ stata la seconda conversazione più imbarazzante avuta con mia madre, la peggiore fu quella in cui le chiesi come si facevano i bambini. Mi rispose che dovevo chiedere a mio zio, ma temendo il suo giudizio non ebbi il coraggio di farlo. Oggi, pensando meglio alla vita di mio zio, mi ritengo fortunato per non avergli mai chiesto come si fanno i bambini. A parte qualche imbroglio da perito assicurativo per cui è finito in carcere, era un gran puttaniere, cambiava donna ogni settimana come il cugino del mio compagno di classe, solo che una volta finì in questura per violenza su un trans. Non so perché mia madre mi abbia consigliato di parlare con lui, ma per il rischio che mi ha fatto correre, mi chiedo se mi abbia mai voluto bene.

Arrivò la settimana di Natale con le sue consuete lucine, i regali sotto l’albero, i pensieri positivi, le famiglie unite, Corso Mazzini piena di persone, bambini in mezzo alle palle e un profondo senso di amarezza. Di quella settimana odiavo tutto, ma in modo particolare i cestini di spumante/pandoro da regalare ad avvocati, commercialisti e medici di famiglia. Questa cosa non l’ho mai capita. Al cenone della vigilia avevo un entusiasmo del tutto immotivato, parlavo in maniera solare con parenti e amici.

Mia sorella maggiore parlava solo del suo gratificante lavoro da professionista e raccoglieva i complimenti acrimoniosi da parte delle altre donne. Quella sera misi da parte il risentimento per mia mamma e le feci i complimenti per i gamberi al forno, a tavola mi soffermai sull’importanza di mantenere equilibrati i sapori del pesce e dissi a tutti che bisognava sfatare il mito dell’abbinamento con il vino bianco. Non sapevo neanche di cosa stavo parlando, la verità è che ero visibilmente ubriaco. Dopo il secondo piatto provai a parlare un po’ delle mie cose con mia cugina Marika. Sapevo del suo deficit di concentrazione, ma con una persona più piccola di me mi sentivo a mio agio nel dire cazzate. Iniziai dicendo che la Fan-Zine fosse una mia idea, che fossi diventato un guru per i miei amici e che mi arrivassero lettere di persone influenti nel settore New Wave. Fui bruscamente interrotto da queste parole: “Ma perché non esci con una ragazza ogni tanto? Perché non ti sfoghi come fanno tutti quelli della tua età?” Aveva terribilmente ragione, effettivamente tutti i miei amici avevano già una vita sessuale, mentre io dicevo cazzate e al massimo facevo l’amore con me stesso.

Quel suo intervento fu illuminante, improvvisamente compresi quanto tempo stessi perdendo dietro le frottole, mentre intorno a me la vita stesse continuando ad andare avanti. Lasciai la collera da parte facendo spazio all’accettazione, guardandola negli occhi le sorrisi, mi avvicinai e con espressione commossa le puntai un coltello alla gola. Al suo strillo di terrore, seguirono le urla dei presenti.

Non sapevo fare nulla di utile nella vita, ma avevo una buona arte oratoria e decisi di sfoggiarla: “Ecco, ecco l’ipocrisia calabrese! Siete dei provinciali repressi che cercano il posto fisso, comprate vestiti con cui fare a gara fra voi, fate pelo e contropelo su facce da manifesto politico, presenziate alle feste di gala, fate beneficienza con i massoni, votate il politico che promette di piazzare vostro figlio al comune o in una cooperativa fatta di pregiudicati. Tu, zia Francè, hai sposato Zio Antonio per interessi. Cosa fai nella vita, oltre a spendere i soldi di mio zio? E tu, Gianfrà, con quel prestigioso negozio in cui vengono a vestirsi gli altolocati di Via Galluppi, come vanno le cose? Sei riuscito a pagare i debiti della cocaina? Tu, zio Luigi, hai fatto da prestanome a una cinquantina di delinquenti e cammini di fronte al tribunale con una ventiquattro ore. Ma va caca, ca tiani a terza elementare e si nu tamarro! Zia Patrì, tu stai zitta, lo sappiamo tutti quanto sei bugiarda e troia! Papà, ti sei pentito di aver fatto figli ed io la penso come te, ma non puoi scaricare le tue frustrazioni su mamma, se ti sei sposato con questa cagacazzi il coglione sei tu! Ora farò una domanda a questo tavolo denso di cultura, titoli di studio, beneficenza, pellicce, cocaina e violenza domestica: Avete mai sentito parlare della New Wave? Del movimento Dark, del Gothic, dell’elettronica? Sapete cos’è un sintetizzatore? Qual è la differenza fra analogico e digitale? Conoscete i The Cure? No, io non sarò come voi. Sarò un lavoratore precario e questa è una protesta che anticipa i tempi! Non andrò all’università come volete voi… non regalerò i miei soldi al sistema.”

Mia madre mi interruppe con un solenne “Veramente i soldi sarebbero i nostri!”

Il mio sguardo delirante si spense, lasciai cadere il coltello per terra, non riuscii più a dire una parola. Ancora una volta, mia madre riuscì a farmi sentire l’amaro gusto della sconfitta. Su di me aveva un forte ascendente, poteva distruggermi con una parola e modellare a suo piacimento il mio stato d’animo. Chiesi scusa a mia cugina, passai in mezzo ai parenti scioccati, indossai il chiodo e mi chinai verso il mio cane. Gli avrò sussurrato qualcosa come “Tu si che mi capisci, sta tranquillo, vedrai che la Wave entrerà in tutti i club di Italia.” In tutto ciò mio nonno ebbe un Ictus e l’attenzione dei presenti si spostò su di lui. Da 0 a 20 anni, soltanto due volte riuscii a sentirmi al centro dell’attenzione: facendo uno scherzo telefonico ai pompieri e puntando un coltello alla gola di una ragazzina che mi esortava ad intraprendere una vita sessuale. Che natale di merda, che natale Retrowave!

Chiaramente fui allontanato dalla famiglia e continuai con la mia vita di solitudine e sintetizzatori.

Finalmente riuscii a frequentare il cugino del mio amico, quello col Mercedes 190 e i puttanoni, ma l’ammirazione che nutrivo per lui andò a decadere quando confuse i Tears For Fears e i Talk Talk. Non era una persona molto intelligente… La Fan-Zine iniziò a dare grosse soddisfazioni, quelli che la compravano erano ormai una decina di persone.

Mi fidanzai con una bella ragazza che amava la mia stessa musica, eravamo anche affiatati ma mi lasciò perché durante il sesso le chiesi di fare un confronto fra Kraftwerk e New Order. Verso la fine del decennio diminuirono le giacche con le spalline ed arrivarono i giubbini di Jeans, sui capelli vaporosi della gente iniziarono a piovere tonnellate di Gel, sparirono le permanenti ed io iniziai a fare grandi cose, ma questa è un’altra storia…

Oggi nel 2017 ascolto molta Retrowave, mi piace farlo con le cuffie per strada. Certe volte mi accorgo che muovo i passi a tempo di “cassa e rullante”, come se io e quel pezzo fossimo una cosa sola. Come se quel brano fosse in grado mi mettere un filtro davanti ai miei occhi per farmi passeggiare nella Cosenza degli anni ’80, quella bella, riverberosa, nostalgica, analogica, malinconica ma estremamente scintillante.

Buon Natale da Andrew Wave!

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