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Una storia di FlayLili

E poi l'arcobaleno

storia di un clochard

Pubblicato il 07 ottobre 2017 in Altro

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Le gocce di pioggia cadono silenziose. Apro gli occhi e mi alzo dalla panchina su cui stanotte ho dormito. Stringo addosso la giacca logora. Non posso stare qui, la pioggia sta diventando insistente. Raggiungo un marciapiede e mi riparo sotto una pensilina.

Il parco è la mia casa, ma stamattina devo confondermi con la gente. Come se fosse facile. La vetrina di un negozio cattura la mia immagine: sporco, i capelli arruffati e unti, non sono certo un bello spettacolo. Devo emanare anche cattivo odore lo vedo dalle facce disgustate di chi mi passa accanto affrettando il passo. Mi chiamano: mostro.

E forse lo sono davvero. Se solo potessi parlare. Ma dalla mia bocca escono solo grugniti. Come ieri.

I bambini giocavano nel parco, improvvisamente una bambina impaurita corre dalla madre.

-Mamma, mamma, guarda! indicando nella mia direzione.

La madre si alza e mi raggiunge. - Sporco vagabondo, vattene di qui! Hai spaventato la mia bambina.

-Ardgh, arf… cerco di dire che mi dispiace, ma quella urla ancora di più all’udire l’obbrobrio della mia voce che emette suoni disarticolati. E poi tutte quelle donne minacciose. –Via, devi andare via! Mostro!

Non è colpa mia se esisto. Avrei dovuto morire quel giorno e invece sono morte loro: la mia amata Vera e Claire la mia bambina. Il dolore mi ha tolto la voce. I dottori hanno detto che è stato lo choc. Ma io so che l’incidente è stata colpa mia. Ero distratto mentre guidavo, e non ho visto il camion che procedeva nella direzione opposta e ho sorpassato; l’impatto è stato tremendo.

E poi l’ospedale, le due bare e io che non riuscivo ne a parlare ne a piangere. Quando mi hanno chiesto dell’accaduto ho cominciato ad emettere strani grugniti e più volevo spiegare più era incomprensibile quello che dicevo. Tutte le notti rivivevo l’incubo dello scontro. Allora ho dovuto lasciare la casa, il lavoro, la causa che dovevo discutere e che mi avrebbe dato ancora più prestigio. Ero uno degli avvocati più richiesti della città. Avevo il mio studio affermato con la targa incisa in oro: Giosè Altieri, e la segretaria personale che si sarebbe gettata nel fuoco per me.

Ho le guance bagnate, me le asciugo col gomito della giacca, deve essere la pioggia. No, sto piangendo, finalmente, sento il sapore salato sulle labbra, ma ce l’ho il diritto di piangere. Io sono solo un matto, un egoista, un vigliacco che non ha saputo trovare il coraggio di farla finita.

Adesso devo trovare un altro parco, dove qualcuno mi chiamerà: mostro, e da cui dovrò fuggire ancora.

Comincio a camminare sotto la pioggia. Beh, in fondo faccio la doccia gratis e poi cosa importa.

Cammino a lungo poi mi fermo davanti al cancello di una villa. È aperto. Il giardino, il prato odorano di buono. Nel cielo è apparso l’arcobaleno, allora sorrido al cielo, alle finestre con le tendine ricamate, ai fiori nelle aiuole, ai giocattoli abbandonati lì vicino. Ci sono dei bimbi. Magari giocherebbero con la mia Claire.

Poi una voce mi raggela.

- Fermo dove sei.

Appare un uomo con un fucile puntato contro di me.

-Come sei entrato? Ladro!

- Noct, arg, atr, indico il cancello che era aperto e che adesso invece è chiuso.

-Ah, sei straniero, maledetto ladro, ora chiamo i carabinieri.

-Erg, not .

Comincio a correre non so perché .

L’uomo mi grida: -Fermo!, ma io corro. Un colpo di fucile mi raggiunge fermandomi. Cado a terra vedo tutto annebbiato, ma l’arcobaleno diventa sempre più grande e si avvicina sempre più..

Vera, Claire aspettatemi.

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