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Una storia di NadiaF

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Serenata con sorpresa

Il rumore dell'odio

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Pubblicato il 17 dicembre 2015 in Thriller/Noir

Tags: thriller noir serenata sorpresa

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In Tv c'era un film che non gli diceva proprio nulla, tutto sommato non sapeva nemmeno perchè avesse iniziato a guardarlo. Si mosse nervosamente sul divano cambiando posizione per l'ennesima volta con un fastidio sempre crescente che lo indusse ad alzarsi. Mentre la protagonista del film scoppiava nell'ennesimo pianto disperato, Pietro si diresse verso la cucina per prendersi un bicchiere d'acqua. Mentre beveva a piccoli sorsi pensò che magari sarebbe uscito a fare due passi, chissà che così non fosse riuscito a smaltire il nervosismo accumulato durante la pesante giornata di lavoro appena finita. Anzi, forse sarebbe andato fino al bar di Lorenzo a fare due chiacchiere e a prendersi il suo prediletto caffè shakerato. Sì, forse avrebbe fatto proprio così.

Si sentiva già più calmo e sciacquò con cura il bicchiere per poi depositarlo sul piano del lavandino. Si volse verso la porta finestra e fu attirato da una luce colorata che veniva dall'esterno. Uscì sul balcone e vide che la luce proveniva da un balcone nel condominio di fronte al suo che era tutto addobbato con palloncini e luci di svariati colori. Diverse persone molto allegre e sorridenti erano stipate sul piccolo balcone e si spintonavano facendo a gara nel guardare di sotto verso la via. Tutti avevano in mano un bicchiere probabilmente pieno di vino e ridevano di gusto ad ogni sillaba pronunciata da chiunque di loro. Tra di loro c'era una figura che sembrava decisamente scontenta di essere lì: una ragazza con dei lunghi capelli scuri che era l'unica a non ridere tra quella comitiva festante.

Pietro si appoggiò alla ringhiera del suo balcone e si mise a guardare anche lui verso la via poichè iniziò a sentire delle voci accompagnate da musica venire dal fondo della strada. Vide un grupetto di persone con degli strumenti musicali e davanti a loro un giovane che cantava. Man mano che si avvicinavano il frastuono si faceva sempre più alto fino a diventare assordante e decisamente fastidioso quando il gruppetto arrivò sotto al balcone di fronte, quindi proprio sotto casa sua. In quel momento Pietro realizzò che si trattava di una serenata.

Nonostante il baccano crescente, Pietro rimase sul balcone ad osservare ora la comitiva, ora il balcone di fronte. Il ragazzo, stonato come una campana, che cantava a squarciagola l'amore alla sua adorata, era un armadio a quattro ante, decisamente poco avvenente e con l'aria anche poco raccomandabile.

Pietro si scoprì a chiedersi che diavolo mai ci avesse visto una ragazza in uno come quello. Si concentrò allora sul balcone di fronte dove cercò di osservare un po' meglio la ragazza che dava evidenti segni di fastidio. Anche da quella distanza, che per la verità non era nemmeno molta visto che i due condomini erano decisamente troppo vicini per i gusti di Pietro, si vedeva che la ragazza non era male. Doveva essere alta non più di un metro e sessanta quindi decisamente bassa in confronto al tipo che stava sconquassando i timpani al vicinato, ma pareva piuttosto carina con quei bei capelli lunghi che le ricadevano sulle spalle. Non si poteva non notare il fastidio che le dava tutta quella mascherata perchè pareva lontanissima dall'aver voglia di sorridere, anzi, aveva tutta l'aria di una che aveva caldamente sconsigliato al fidanzato di mettere in scena uno spettacolo tanto aberrante.

Pietro sorrise tra sè e sè e pensò che se lui fosse stato al posto di lei, avrebbe rovesciato in testa al fidanzato un bel secchio di acqua gelata e al mattino dopo, col cavolo che lo avrebbe sposato.

Nello stesso momento, un paio di piani proprio sopra l'alloggio di Pietro, un giovane dall'apparente età simile al cantante, seguiva la scena da dietro le tende aperte solo per un piccolo spiraglio. La sua rabbia cresceva ad ogni nota strillata dall'armadio. Lui sì che amava Giovanna, se ne era innamorato ancora prima che quell'idiota là sotto si accorgesse di lei. Erano felici lui e Giovanna. Erano stati fidanzati per tre anni e poi, inspiegabilmente, Giovanna aveva troncato la loro relazione per mettersi con quello che ai suoi occhi non era che un asino vestito a festa. Solo che era molto ricco. Ma il ragazzo non poteva pensare che la sua Giovanna mirasse solo ai soldi: sicuramente, anche se lei gli aveva giurato di no, era stata costretta. Quella sera più la guardava e più si convinceva che lei di quello là sotto non ne voleva sapere.

Doveva assolutamente fare qualcosa.

Pietro si accese una sigaretta, appoggiandosi alla ringhiera del piccolo balcone. Le voci provenienti dalla strada divenivano sempre più concitate, accompagnate da urli di qualche vicino stufo di assistere a quello strazio. Pietro sorrise, guardare quella pantomima lo distoglieva dalla solita vita noiosa trascorsa tra videogames, libri e telenovelas, ma qualcosa lo inquietava. La ragazza che fino a poco prima si era dimostrata dimessa e infastidita, improvvisamente, come se si fosse sentita chiamare, guardò nella sua direzione. Pietro rimase bloccato, occhi glaciali e impenetrabili lo stavano fissando, quasi leggendogli dentro. Distolse lo sguardo, cercando di muoversi dalla posizione di osservatore passivo, quando un fruscio lo fece indietreggiare. Aguzzò la vista, ma l'oscurità e la miopia non gli facilitarono le cose. Gli parve di intravedere Amedeo, il suo vicino di casa, avviarsi dall'altro lato della strada con in mano un sacco nero della spazzatura e un oggetto tra le mani, forse una bottiglia. Non avrebbe dato peso al fatto, se non fosse stato per l'andatura fiera e minacciosa del ragazzo. Si appostò meglio contro la ringhiera per osservare il tragitto di Amedeo, ma i lampioni si spensero, e il buio lo avvolse. L'improbabile cantante che poco prima strimpellava, si ammutolì di colpo e un urlo agghiacciante riecheggiò nelle strade plumbee.

Di colpo il frastuono proveniente dal terrazzo si ammutolì; decine di occhi puntarono la via sottostante, cercando di capire da dove provenisse l'urlo. Buio totale, solo la flebile luce del portone rischiarava il punto in cui prima sostava il gruppo capeggiato dall'armadio. Giovanna capì all'istante che qualcosa di sbagliato era accaduto, non era da Matteo smettere di colpo qualcosa di iniziato. E poi Amedeo: l'aveva visto avvicinarsi al gruppo con in mano un sacchetto dell'immondizia, per poi sparire oltre poco prima che il silenzio piombasse. Un brivido la percorse; lo conosceva da sempre e per tre anni era stata la sua ragazza, sino a quando aveva deciso che il suo fare soffocante l'avrebbe portata all'annientazione. Non era stato facile liberarsene, nemmeno cercare di evitarlo, abitando a pochi passi di distanza, ma sino a quel momento tutto sembrava filare liscio.

Pietro lanciò il mozzicone dal terrazzo e corse in casa a prelevare i binocoli che usava durante le gite in montagna. Non sapeva se con quelli sarebbe riuscito a penetrare le tenebre, ma gli sembrava innaturale il silenzio prolungato. Oltre al tipo che cantava la serenata, aveva contato altri tre ragazzi, tutti visibilmente brilli. Era come se il buio li avesse inghiottiti portandoli all'inferno. Il fiatone iniziò a premergli in gola, mentre con le mani tremanti reggeva il binocolo. Nulla, nemmeno il più piccolo movimento. Dal terrazzo i presenti iniziarono a rumoreggiare; Pietro rivolse a loro l'attenzione, individuando un paio di ragazzi pronti a scendere in strada. Giovanna tremava visibilmente, la paura l'aveva bloccata e a nulla valeva lo sforzo di una bionda nel cercare di calmarla. Forse avrebbero dovuto chiamare la Polizia, e di sicuro quei ragazzi temerari dovevano prima accertarsi del perchè i lampioni si erano spenti proprio in quel punto. Dopo nemmeno un minuto li vide spalancare il portone. La luce che ne scaturì bastò ad illuminare il marciapiede e un tratto di palazzo. A terra un mucchio di stracci, sul muro dei segni strani vergati in rosso.

-Marco, aspetta!- sentì urlare da uno dei due, ma l'altro si era già avvicinato agli oggetti.

-Vestiti- la sua voce era stridula. -Sembrano caldi, come se qualcuno se ne fosse liberato da poco-.

-Cazzo, ma quella è la camicia di Matteo!- il ragazzo si avvicinò. Pietro seguì la scena, cercando di non perdere nemmeno un particolare. Dietro ai ragazzi la scritta iniziò a gocciolare, come sangue scaturito da una ferita. Un sibilo strano ruppe il silenzio e i due ragazzi furono inghiottiti nel buio, senza emettere nemmeno un suono. Era il momento di chiamare davvero la Polizia. Le urla dal terrazzo di fronte si fecero stridenti: provenivano da Giovanna che, affacciata alla ringhiera, puntava il dito verso il basso.

Pietro ritornò con i binocoli in strada, trovandosi improvvisamente davanti gli occhi scuri di Amedeo. Sorrideva, per nulla spaventato, in mano teneva ancora il sacchetto, nell'altra mano un qualcosa di lucido e lungo che non riusciva a capire. Gli rivolse uno sguardo, quindi entrò nel portone che portava alla terrazza e a Giovanna.

Il cuore di Giovanna si era raggelato. Sentiva i suoi passi avvicinarsi e martellarle in testa. Conosceva bene quella sensazione di soffocamento. Amadeo era un ragazzo brillante, intelligente, l'amava, ma più di ogni altra cosa, la sentiva sua. Giovanna era sua, gli apparteneva. I suoi pensieri, i suoi desideri, la sua vita non aveva valore se non dipendeva totalmente da lui, almeno, solo così lui riusciva a concepire la sua relazione con lei. E quando aveva cominciato a vincere i primi concorsi canori, tutti gli equilibri erano saltati. La prima volta che si incontrarono fu ad una serata karaoke al "River blue" di Sanremo. Lei era bellissima, occhi blu, profondi, meravigliosi. Nel suo tubino nero, un filo di perle al collo, i capelli raccolti sulla nuca e un microfono in mano. Il locale era pieno di gente, gruppetti di comitive presi dal gioco, tra un sorso di birra ed un pezzo di pizza, sceglievano chi del gruppo doveva andare in gara. Ad ogni tavolo un catalogo con tutte le canzoni. Le varie comitive avevano la possibilità di sfidarsi tra loro mettendo in campo la voce migliore e la canzone giusta. Giovanna era insieme ai suoi tre amici: Matteo, Marco e Carla. Pochi, ma buoni! La serata stava andando proprio bene. In finale solo due comitive e Giovanna doveva riuscire a tener testa agli avversari con una canzone non proprio tra le più semplici: "One" dei mitici U2. Difficile da interpretare per una donna. Luigi, uno dei ragazzi dell'altra comitiva, l'aveva cantata da dio. Gli amici di Giovanna avevano puntato tutto su di lei. Adesso era lì, su quel palco, un faro puntato addosso ed una sala in attesa di ascoltare. La sua voce cominciò a diffondersi nell'aria. Tutto fu silenzio. Solo lei, la sua voce dai toni caldi e quelle note che sembrava prendere con la leggerezza di una farfalla. Amadeo sedeva distratto al bancone del bar, sorseggiava il suo martini senza tanto seguire la gara. Ma quando Giovanna cominciò a cantare non riuscì a fare a meno di girarsi a guardare chi fosse quella creatura meravigliosa dalla voce di un angelo.

L'esibizione finì tra gli applausi e una stand in ovation generale. Anche Luigi ed i suoi amici si alzarono per complimentarsi con lei. Allora Amedeo chiese subito informazioni al barista su di lei e poi gli chiese di portare in omaggio una bottiglia di champagne alla regina della serata: Giovanna.

Quando il barista si presentò al tavolo e spiegò che quella bottiglia era un omaggio del ragazzo al bancone, Giovanna girò lo sguardo verso di lui. Amedeo le sorrise e alzò il bicchiere in segno di saluto e allo stesso tempo di complimenti per la splendida esibizione.

<Ah! La Giovanna ha fatto colpo! ...ehm! Questa volta mi sa tanto che ha beccato uno di classe!>, disse Carlo ridacchiando.

<Ma smettila!> lo reguardì Giovanna continuando a sorridere imbarazzata ad Amedeo.

<Siamo giunti alla fine di questa prima serata di Karaoke. Le squadre si sono impegnate e tutti gli interpreti sono stati eccezionali.> disse il conduttore della gara. <Ma la squadra che si è classifica prima è la comitiva di Giovanna>.

Gli applausi del pubblico, la musica a tutto volume, i coriandoli che scendevano giù dal tetto e tutti sul palco felici a godere di questo momento magico. Amedeo finì il suo martini, prese un tovaglioso e scrisse qualcosa:

"La voce della Giovanna fa tremare il sangue delle vene,

la sua bellezza ha fermato il mio cuore.

Ti aspetto qui, venerdì per un aperitivo"

p.s. ... Non sono ammessi rifiuti.

Amedeo

E lei non aveva rifiutato. Giovanna non era una che si fidava del primo che capitava, ma quel ragazzo le era piaciuto e poi un aperitivo in quel locale dove tutti la conoscevano la metteva al sicuro nel caso il ragazzo si fosse rivelato un appiccicoso seccatore.

Non era sua abitudine, ma quel venerdì arrivò con leggero ritardo per colpa del traffico e quando, trafelata, era entrata nel locale, Amedeo l'aveva accolta con un sorriso radioso e subito avevano iniziato a ridere del traffico, degli imbranati al volante e la conversazione era continuata con leggerezza fino all'ora di cena quando Amedeo timidamente le aveva chiesto se aveva impegni. Contenta della richiesta aveva accettato di buon grado il successivo invito a cena di lui. Da quel giorno non si erano più lasciati e Giovanna era stata molto bene con lui, fino a quando non aveva iniziato ad essere sempre più asfissiante e a fare scenate di gelosia sempre più frequantemente. Da lì in poi era stata una discesa verso la rottura senza possibilità di appello. Giovanna non era di certo una donna che non aveva il coraggio delle proprie azioni e, dopo aver provato a far ragionare Amedeo e non esserci riuscita, aveva troncato la relazione con precise ragioni alle quali Amedeo non aveva replicato, anche se Giovanna non era certa che avesse capito, tanto era convinto del suo modo di vedere la loro relazione. L'aveva seccata ancora per un po' con le sue pedanti telefonate, ma poi aveva smesso e Giovanna aveva creduto che si fosse rassegnato. Lo aveva creduto fino a quella sera quando aveva intravisto Amedeo non al balcone come molti nel palazzo, ma spiare da dietro le tende semichiuse. Lì aveva avuto come la premonizione che lui non si fosse mai rassegnato al fatto che tra di loro fosse finita e che Matteo fosse l'uomo della sua vita.

Era percorsa da fremiti di paura perchè sapeva che Amedeo stava salendo da lei. Aveva visto quel sorrisetto che gli si era stampato in viso: quel ragazzo era pericoloso, come aveva fatto a non capirlo prima? Giovanna si era messa a gridare quando la luce del portone aveva parzialmente illuminato anche la scritta sul muro e la scritta diceva "MORIRAI".

Tutto sembrava irreale e Giovanna, che normalmente era molto decisa, fu presa dal panico. Quanti secondi le restavano prima che quel pazzo arrivasse al suo appartamento e cosa aveva intenzione di fare? Doveva chiamare la polizia, ma avrebbe perso secondi preziosi. Esitò per un attimo, ma poi prese la decisione: corse verso il balcone, lo scavalcò e prese a scendere dalla scala antincendio: doveva assolutamente scoprire cosa era successo a Matteo e agli altri.

Il rumore dei propri passi le rimbombava nelle orecchie e la paura iniziò ad assalirla, un terrore solido, quasi palpabile le attanagliò il corpo. Dovette reggersi alla ringhiera umida, spire di vertigini la immobilizzarono. Alzò leggermente la testa scorgendo uno spiraglio di luce proveniente dalla sua camera. Lui era lì e la stava cercando. Note tetre la raggiunsero, la voce ferrea di Amedeo la colpì in volto come un pugno. Stava cantando le note della loro canzone, quella maledetta melodia che li aveva unita anni prima. Si sforzò di reagire a quello stato comatoso in cui era caduta. Trasse un lungo respiro e appoggiandosi allo scorrimano, scese velocizzando i passi lungo la scala che la conduceva nel cortile. Pareva che il tempo si fosse fermato, l'unico suono proveniva dalla nennia cantata a mezzavoce da Amedeo. Scese a terra e si appoggiò al muro, premendo la schiena alla parete. Qualcosa di vischioso le si appiccicò ai capelli, si portò la mano alla nuca e tra le dita, un liquido vischioso le scivolò tra le nocche. Il buio la avvolgeva.Dovette lottare per soffocare un urlo, oramai era in trappola e non poteva tornare indietro. Si allontanò dal perimetro della casa e guardinga si addentrò nel buio incespicando a tentoni. Inciampò in qualcosa e cadde a terra sul freddo cemento. Cercò di abituare la vista e sotto i suoi occhi notò un cumulo di vestiti. Con ansia allungò la mano cercando di tastarne il contenuto. Solo un fagotto di abiti sporchi di sangue. Presa dal panico, iniziò a chiamare a squarciagola Matteo, sicura di lanciare parole nel vuoto. Rumori di passi provenirono dalla scala antincendio, Amedeo aveva smesso di canticchiare, ma poteva percepire il suo respiro affannoso.Corse lungo la strada attraversando il viale, in cerca di aiuto. La corsa disperata si interruppe, una mano quasi uscita dal nulla, la afferrò per il braccio spingendola dentro un cespuglio.

Un'altra mano le tappò la bocca per impedirle di urlare. "Non voglio farti del male, stai tranquilla" la voce era quella di Pietro che, però, Giovanna non conosceva. La ragazza tentò di divincolarsi ma Pietro le sussurrò di tacere, Amedeo si stava avvicinando. Era vero. Giovanna poteva sentirne, di nuovo, il respiro affannoso.

Rimasero immobili, trattenendo il respiro. Col favore del buio, riuscirono a non essere visti, nonostante Amedeo si fosse fermato a pochi passi da loro, come se, in qualche modo, ne percepisse la presenza.

Fortunatamente, però, dopo qualche istante di esitazione, si era allontanato.

Pietro tolse la mano che, per la tensione, ancora teneva appoggiata sulla bocca di Giovanna. "Chi sei?" domandò la ragazza sottovoce "Sono Pietro, abito nel palazzo di fronte al tuo" rispose "E hai visto cos'è successo?" chiese ancora lei "Sì, ma non ho capito un granché" rispose ancora il ragazzo. "Io ho capito che dev'essere successo qualcosa a Matteo" disse lei risoluta, uscendo dal nascondiglio "Vuoi aiutarmi o no a trovarlo?" chiese in tono aspro a Pietro che sembrava incerto sul da farsi. "Sì, certo.., ma non credi che sia pericoloso restare qui? Sarebbe meglio che ti portassi al sicuro..." propose il ragazzo che, in effetti, non sapeva bene che pesci prendere ma non aveva alcuna voglia di restare in strada, in balia di quel balordo.

"Voglio trovarlo!" ribadì lei, testarda " e pure quegli scapestrati dei suoi amici!" aggiunse, avviandosi a ripercorrere la strada a ritroso. Il buio era ancora impenetrabile e ora c'era un silenzio irreale.

Tutti sembravano scomparsi. Anche la gente affacciata ai balconi si era ritirata in casa.

Non si udiva volare una mosca.

"Non hai un accendino, un cellulare, qualcosa per illuminare?" chiese la ragazza, che, nonostante cercasse di non darlo a vedere, era molto spaventata, "Ma sì, certo, che stupido!" rispose Pietro.

Armeggiò un po' nella tasca dei pantaloni, estrasse il telefonino e attivò la funzione "torcia".

La prima cosa che vide fu il viso della ragazza e i capelli. Il liquido vischioso che lei aveva sentito con la mano era sangue. La parte superiore della testa di Giovanna ne era intrisa. Pietro impallidì.

- Che hai da guardarmi così? - gli chiese Giovanna piuttosto infastidita - andiamo. Se restiamo qui prima o poi Amedeo tornerà indietro e ci troverà- . Pietro non osò dire nulla e la seguì in silenzio.

*****

Matteo ed i suoi quattro amici si trovarono seduti per terra con indosso solo le mutande e le scarpe sul selciato umido di quella che sembrava una strada di campagna, intorno solo dei campi. Gli strumenti che fino a pochi minuti prima avevano suonato erano per terra a fianco a loro apparentemente intatti, ma, essendo buio, nessuno riusciva a capire bene in che condizioni fossero. In realtà nemmeno loro stessi erano sicuri di stare bene. Ognuno di loro si guardò intorno senza capire come fossero capitati nel posto in cui erano e praticamente nudi.

- Dove diamine siamo e dove diavolo sono i nostri vestiti? - chiese spaventato Carmine a Matteo. Per tutta risposta Matteo allargò le braccia e non riuscì a dire una parola. Si sentiva la testa pulsare ed aveva anche un po' di capogiro. La sensazione di sperdimento era palpabile tra i ragazzi. Continuavano a guardarsi intorno alla ricerca di un punto di riferimento, quasi che riconoscere qualcosa desse loro la possibilità di aggrapparsi ad un barlume di logicità in una situazione assolutamente illogica come quella in cui si trovavano. Ad un certo punti tutti contemporaneamente si alzarono e raccolsero i loro strumenti. Si accorsero che poco distante c'era un paese perchè si vedevano le luci delle case, ma non era la cittadina in cui poco prima stavano facendo la serenata, quello era un paese piccolo. Pochi secondi dopo sentirono un rumore di un motore e videro una luce in lontananza venire verso di loro. Rimasero interdetti: aspettare che l'auto, perchè sicuramente di un'auto si trattava, si avvicinasse e fermarla per chiedere aiuto oppure nascondersi nell'erba alta per non farsi vedere seminudi? Optarono per la seconda opzione e si accovacciarono nascondendosi tra l'erba. Piano il veicolo si avvicinò e li superò. Si guardarono interdetti: era appena passata un'auto che avevano visto forse solo sui francobolli o in televisione. Passata l'auto uscirono dal loro nascondiglio e si incamminarono verso il paese. Dopo circa quindici minuti arrivarono alle prime case e videro anche alcune auto. Ma che auto erano? Piccole, con grandi fanali appiccicati sulla carrozzeria arrotondata, dei pneumatici minuscoli. Erano senza dubbio auto d'epoca, ma lo erano praticamente tutte.

La cosa più importante era però trovare dei vestiti e uno dei quattro, Giuseppe, vide che in un cortile c'erano parecchi panni stesi. Il cancello della casupola era incredibilmente molto facile da aprire perchè non era neppure chiuso a chiave. Decisero che uno solo di loro sarebbe entrato per non farsi scoprire e Giuseppe, che era anche il più basso di statura, si intrufolò nel cortile e rubò gli abiti. Dopo averli indossati si accorsero che parevano tutti abiti da lavoro, ma non era certo un problema, l'importante era vestirsi. Poco più avanti sentirono delle voci e si diressero verso il rumore: si trattava di sicuro di un bar, ma aveva qualcosa di strano che i ragazzi non sapevano ben definire. Quello che notarono però fu che non c'erano ragazzi giovani, ma solo uomini di una certa età e sembravano abbigliati in modo strano: nessuno con jeans o magliette, tutti con abiti di foggia decisamente antica. Senza farsi vedere i ragazzi fecero capolino da una delle finestre e Carmine vide uno strano calendario appeso al banco del bar: chissà come mai quel barista teneva un calendario così vecchio? Lo fece notare agli altri. La data cerchiata nel mese di giugno era 29, cioè il giorno giusto, solo che era l'anno ad essere sbagliato: in alto, con numeri arzigogolati, c'era scritto 1959.

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