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Una storia di graziano6161

Questa storia è presente nel magazine INSIEME NELL'INFINITO

L'EQUAZIONE DEL CUORE

da Greystones alle stelle

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Pubblicato il 12 marzo 2018 in Fantasy

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L’EQUAZIONE DEL CUORE Romanzo di Graziano Casara Capitolo uno Greystones, pacioso villaggio nella contea di Wichlow, una quarantina di chilometri da Dublino, adagiato sulla riva destra del mar d’Irlanda. Luogo, non certo meta del turismo mondiale, poco noto anche alle agenzie turistiche nella, non certo amata terra, di sua maestà britannica. Greystones è sempre stato un grigio villaggio di pescatori e minatori, con un infinita serie di casupole di mattoni rossi malinconicamente simili l’un l’altra. La depressione economica, sancita dalla Lady di ferro, Margaret Thatcher, alla metà degli anni ottanta, decretò la chiusura delle miniere di carbone, anche nella terra dei celti. La prima fonte di guadagno, fece di Greystones, in pochi anni, un desolato villaggio fantasma. La cittadina, popolata di settemila anime, si svuotò di padri e figli costretti ad emigrare in cerca di quel lavoro che consentisse loro di sopravvivere. A Greystones rimasero pochi vecchi malandati e la disperazione più cupa. Poi, nei primi anni novanta, un signore di nome Rohan O'Connor, partito da ragazzo per gli states con la famiglia, decise di investire la sua fortuna, nella terra natia. Si era laureato alla Stanford University in ingegneria aerospaziale, trovando poi lavoro alla Nasa. Qui, dopo alcuni anni di full immertion sui sistemi di guida, decise di fondare la O'Connor Space incorporated. In pochi mesi, riuscì a brevettare un sistema di propulsione, che avrebbe strabiliato il mondo intero. Si basava su quello che si definisce " Plasma di contenimento ", ovvero, un sistema di compressione del plasma, dove la massa critica avrebbe raggiunto un’energia tale da, produrre una forza propulsiva spaventosa. Installato in un vettore, questi, teoricamente, avrebbe potuto viaggiare a velocità stupefacenti. Poi però, la Nasa, suo primo e unico acquirente, si vide chiudere il finanziamento dal governo dopo i luttuosi e tragici incidenti avvenuti sugli Shuttle Columbia e Challenger e ridusse notevolmente ogni acquisto di materiali. Per Rohan e la sua azienda, fu un periodo piuttosto duro. Si era costruito un piccolo impero negli Stati Uniti grazie a numerosi brevetti sui sistemi di giuda elettronica, montati nei jet F-14 della marina, ma gli sbocchi in quel paese erano ridotti a pochi e fittizi pertugi. Decise così, di lasciare gli states e di tornare nel luogo della sua giovinezza, dove ai margini di Greystones, presso Covent Road, fece costruire il suo centro, ribattezzato per l'occasione, " O'Connor Center ". Rohan, affascinante cinquantenne dai modi raffinati, aveva scelto come sposa, la sua passione, il suo lavoro, che lo impegnava full time. L’amore lo aveva sfiorato in varie occasioni, ma le sue occasionali fidanzate, crollavano disarmate in poche settimane, impotenti davanti al suo vero amore, la sua passione. Il villaggio si ripopolò di giovani ingegneri e ricercatori provenienti da tutto il mondo, tra cui molti Italiani. Tra essi, trovò occupazione all’ O’Connor Space Incorporated, una ragazza di Milano Rita Jemma. Deliziosa e splendida ragazza dai capelli ramati che tutti scambiavano per scozzese. Laureata in matematica pura, con un master su Matematica applicata e scienze computazionali, non si lasciò scappare quella splendida opportunità, visto e considerato che, nell’italico stivale, i giovani cervelli come lei, erano costretti alla fame. Abitava al 35 di Riverfiel Road, insieme ad un'altra connazionale e collega di lavoro; Isabella Filippi, trentenne dai capelli scuri, insegnante di sostegno, precaria in un’ istituto scolastico di Trento. Anch’essa, come Rita, aveva un fascino incredibile, sinuosa ed elegante, timida ed impacciata, ma con un carattere da guerriera. Laureata il lingue, master a Birmingham in scienze linguistiche, era diventata in brevissimo tempo, la deus ex machina del boss. Senza di lei Rohan O'Connor non muoveva un passo. La loro dimora, come ogni altra di tutti i mille e cento dipendenti, era fornita da Rohan, dopo che, al suo ritorno in patria, acquistò mezzo Graystones e facendo costruire anche eleganti villette per i suoi dipendenti. Rita, approdò nella terra dei celti, nel settembre del 2016. Dopo un breve stage fu assunta, nell’ottobre dello stesso anno. Qualche mese più tardi, a novembre inoltrato, successe la stessa cosa ad Isabella. Sin da subito, si erano fatte apprezzare per la serietà ed impegno nell'azienda e al O'Connor Center, erano riverite e corteggiate dai giovanotti dei piani nobili della O'Connor Space Incorporated. Nell’ultimo lustro, molti connazionali di Rita e Isabella varcarono la manica per approdare nella terra dei celti. Chi, con un fardello di rimpianti, chi con un bagaglio di speranze e Greystones divenne quella magica landa dove poter dare un senso ai propri sogni. L’Irlanda aveva dato vita ad una nuova era, uno sviluppo tecnologico e imprenditoriale, che vide le aziende più note al mondo, mettere radici nel paese dei troll. Era il caso di Marianna, lombarda di Bergamo, assetata di un’amore infinito della vita che, non aveva trovato nell’italico stivale. Occhi color del cielo, una cascata di riccioloni neri ed un sorriso colmo di gioia. Galeotta fu una vacanza nel 2011, quando decise di visitare la terra delle mille saghe e dei miti, della cultura Irish, rimanendone affascinata. Trovò da subito un lavoro presso un discount alimentare proprio a Greystones. Dopo un’ anno, aprì un negozietto di oggettistica celtica in Victoria Road. Pochi mesi dopo, a fianco del suo negazio, aprì anche un piccolo pub. In breve tempo, divenne un approdo dove i tanti italiani emigrati si trovavano insieme alle tante persone del posto, per gustarsi una delle rinomate birre della casa. Invero, vi fu all’inizio della migrazione quasi una sorta di ostracismo e di sospetto. Gli italiani erano visti come usurpatori, invasori di una terra orgogliosamente indipendente. Ma ci volle poco perché quei cuori in apparenza scontrosi, si aprissero e abbracciassero convinti i nuovi abitanti di Greystones. Marianna poi, fu adottata da ogni abitante del posto. Sempre disponibile verso chiunque, sempre pronta a consolare gli afflitti, a donare se stessa ai più disperati, ad aiutare gli anziani. Un esempio di amore spassionato che fece breccia anche nei cuori più scorbutici. Il Marian’s Homecare Pub era diventato un punto di riferimento e spesso la nera bevanda scorreva a fiumi, lasciando qualche corpo privo di coscienza sul bancone. Puntualmente, Marianna a fine giornata, caricava nella sua auto i malcapitati e li consegnava o alle mogli sconsolate, o a fratelli rassegnati. E fu al San Patrick Day del 2015, il 15 marzo, che si presentò da Marianna il sindaco e mezzo Greystones. Mister Angus O’Brady, paffuto sindaco sui sessanta, cliente ed amico, era emozionato quando con malcelata pomposità le disse “: Miss Marianna, con i poteri che il mio grado dispone e con la totalità dei consensi dei cittadini di Greystones, per la prima volta nella sua storia millenaria, abbiamo scelto di eleggere te, come gonfaloniera ufficiale nella sfilata che si terrà dopodomani per le vie della nostra città. La tua opera instancabile, di amore verso gli abitanti di Greystones, la tua ormai sancita irlandesità, ha fatto breccia in tutti noi e quindi, con nostra viva gioia, rappresenterai il nostro gonfalone. I miei più vivi complimenti Marianna. " Stretta attorno ad un golf di lana blù sorrise felice, guardano tutta quella gente che affollava emozionata la sala del pub, ma prima che rispondesse, Angus O’Brady le si avvicinò torcendosi il baffo destro e sussurrò beffardo“: Cara Mary, pensa che anche quell’imbolsito del reverendo Bradley non ha fiatato quando abbiamo fatto il tuo nome...mi ha guardato ed è sbiancato, come se stesse inghiottendo in merluzzo intero..si starà torcendo le budella....vecchia canaglia “ sorrisero entrambi. E mentre Caèl Doyle, amico e di casa sin dal primo giorno, versava la nera bevanda schiumosa sui boccali ai presenti, Marianna, intenerita rispose “: Ragazzi, che dire?! Voi siete la mia famiglia, ognuno di voi mi è fratello, padre, madre, sorella. Siete stati tutti incredibilmente gentili e generosi con me...una sconosciuta...una straniera che ormai non lo è più. Guardo i vostri volti e vedo bellezza...Beh, che posso dire se non...accetto con gioia...e spero che il reverendo Bradley comprenda. Anche se ci dividono molte cose, prima fra tutte il fatto che non vado mai alle sue funzioni, non posso non voler bene anche a lui.” E lì, l’irlandesità esplose. Si scatenarono balli e canti e chissà come, si materializzarono dal nulla una cornamusa e un violino. In breve, il Marian’s Homecare Pub divenne una stazione di transito per l’intera popolazione del villaggio. Marianna aveva ricevuto in dono l’amore di ogni abitante. Un’anno dopo, quel negozio e quel pub, erano diventati meta di quei giovani cervelli che l’Italia aveva abiurato nel peggiore dei modi. Rita e Isabella avevano trovato da subito un’amica unica ed incredibile . Un trio che presto si sarebbe allargato e che avrebbe sfidato anche le tempeste di una misteriosa presenza. Febbraio 2017. L’ indaffarata Rita, seduta dietro la sua ampia scrivania del suo ufficio, stava elaborando complicatissime equazioni sulla quantità teorica di flusso plasmatico che il motore poteva sopportare. Aveva una gonna nera a tubino, appena sopra il ginocchio, elegante ma sobria come quella camicia bianco avorio di seta che le dava armonia ed eleganza sopraffina. Indossava ampi occhiali di osso neri con dei civettuoli brillantini sulle stanghette e sulle unghie delle dita, un armonioso smalto color magenta. Stava tormentando nervosamente la matita, la batteva ritmicamente sulla scrivania, concentratissima. Tanto concentrata che non si accorse della silente presenza sulla porta del boss in persona che la stava a osservando, ammirato e divertito. Rohan si schiarì la voce attirando l’attenzione e Rita ebbe un sussulto. Arrossì imbarazzata “: Mister I’Connor….oddio mi scusi, ero così assorta in questi calcoli che….” disse alzandosi dalla sedia mentre si sistemava i capelli e si aggiustava la gonna. O’Connor fece per entrare ma si fermò “: Posso?” chiese con signorile cortesia. Rita, ancor più imbarazzata rispose “: Ma certo mister O’Connor...” non finì la frase che il boss la interruppe “: Senta Rita, mi chiami Rohan la prego. Tra noi trogloditi si usa così:” disse divertito “So che la nostra conoscenza e a dir poco frammentaria, ma ho avuto modo di vederla all’opera e son certo che la sua permanenza tra di noi sarà molto lunga.“ entrò e strizzò l’occhio a Rita. Si accomodarono nelle due meravigliose poltrone di altissimo design che Rohan aveva scelto personalmente. Stava guardando distrattamente i monitor dei due computer accesi “: Avrà di certo sentito qualcuno che mi chiama boss in mia assenza, non ci faccia caso la prego.” continuò O’Connor “: Questo stupido nomignolo mi è stato affibiato dai miei amici a New York, nel Queens dove abitavo con i miei genitori da ragazzo e a fianco a noi, dimorava una famiglia, irlandese come noi, ma dedita a loschi affari. Ero amico del loro figlio minore, mio coetaneo e giocoforza venni marchiato come boss.” terminò sarcastico. Dopo queste confidenze, l’imbarazzo di Rita lasciò il posto a una rilassata chiacchierata sul lavoro che stava compiendo. Stava raccontando a Rohan gli sviluppi delle equazioni sin li calcolate sui livelli di plasma che il motore avrebbe sopportato, quando qualcuno bussò alla porta dell’ufficio. Uno dei ragazzi del terzo piano, della diligence operativa, lo chiamò e lo invitò a raggiungerlo sulla porta dove gli bisbigliò qualcosa all’orecchio. Il boss si fece cupo in volto, ringraziò il ragazzo e senza salutare, nervosamente si avviò verso l’ascensore digitando qualcosa di misterioso sul suo smartphone. A sovrastare la baia di Greystones, a ovest del villaggio, vi è la collina di Oban, dove sorgeva quello che un tempo, era la dimora dei discendenti della più nobile famiglia di Dublino. I conti Stopford. Invero, la dimora in questione era ed è tutt’ora un piccolo maniero vittoriano, dove vive ancora una delle discendenti dirette della nobile casata, la principessa Dada Stopford. Figlia del principe Andrea Stopford, cugino di terzo grado della regina Elisabetta seconda e di Arianna Berlinghieri, figlia della marchesa Maria Emilia Fagnani e di Carlo Borromeo Berlinghieri. Dada sin da piccina, si era appassionata di ogni cosa che rappresentasse l’italico stivale. Sin nei primi anni di vita trascorreva le vacanze estive nell’ imponente villa dei nonni materni sul lago di Como, dove l’armonia del paesaggio e la bellezza del lago, fecero breccia nel cuore della principessa. Dada Stopford, sin da ragazza era corteggiata dai rampolli delle casate più famose. La sua bellezza incantava chiunque, come la sua grazia che la rendeva ancor più bella. Dal padre ebbe in dono i cappelli ramati, dalla madre incredibili occhi verde smeraldo che nelle giornate di sole, mostravano stupefacenti pagliuzze dorate. Ma fu dalla amata nonna materna, che ricevette in dono la grazia e una dolcezza infinita. Quella magione così prestigiosa e unica, un patrimonio d’arte incredibile per storia e cultura, si vide trasformata in un lussuoso Hotel dopo la sua vendita in un’asta fallimentare, relegando Dada e i suoi adorati cani, nel vecchio appartamento che fu di svariati maggiordomi nel corso dei secoli. Tutto ciò, per la stoltezza del padre prima e dall’ avidità del marito poi. Il suo consorte, o per meglio dire, il quasi ex marito, il conte Harry Edmond Stuart‎ , l’aveva lasciata nello stesso momento in cui, le finanze della famiglia Stopford, ebbero il tracollo. Non ebbe alcuna pietà nel lasciare la moglie e la figlia dodicenne. Prese quel poco che restava loro, liquidi e poche ma preziose opere d’arte, e si fece uccel di bosco, con una dette innumerevoli amanti avute negli anni. A Dada e alla figlia Alessandra, restava solo un titolo nobiliare ormai caduto in disgrazia e la forza per ricominciare una nuova vita. La principessa, riceveva da anni un misterioso e discreto lascito che ogni mese, puntualmente veniva versato nel piccolo conto corrente che, qualcuno aprì alla Irish bank di Greystones nel lontano 1986. La somma, 1500 euro, era sempre anonima. Impossibile per Dada capire chi, così generosamente, aveva a cuore la sua sorte. La principessa con estrema umiltà, trovò occupazione nel vecchio ospedale di Kilcool, alla periferia sud di Greystones, riadattato e restaurato dalla O’Connor Foundation in casa d’accoglienza per anziani. Con infiniti sacrifici, fece studiare la figlia in uno dei college più rinomati d’ Inghilterra; Cambridge, dove Alessandra si laureò magna con laude nella tarda primavera del 2009 in architettura. Alessandra, dopo la laurea, passò qualche mese di vacanza dai nonni materni e lì, trovò occupazione in uno studio di architettura in Italia, poco lontano da quell’amato lago di Como. Trovò anche qualcosa di molto più prezioso nella terra dei nonni; l’amore. Conobbe un collega architetto italiano di nome Luciano, gentile e dall’animo caritatevole. A Dada ormai sola. rimaneva il suo appartamento e i suoi amati cani. Ma un giorno del 2015, una misteriosa figura, prese soggiorno dell’ hotel del castello. Era un’uomo alto, capelli corvini, sui 50 anni e con una misteriosa valigetta 24 ore di pelle nera, ammanettata sul polso sinistro. Soggiornava per qualche giorno e poi partiva, tornando spesso dopo molte settimane d’assenza. Ma la sua stanza era prenotata “ non est finis “. Dada, principessa triste, sognava da sempre l’arrivo di qualche nobile e gentile cavaliere che la portasse via da quell’incubo. L’amore che aveva nel cuore era immenso, malgrado le ferite lasciate dal fedigrafo consorte. Poi, una sera di novembre, Dada si affacciò nel terrazzino del suo appartamento del secondo piano ad ammirare una di quelle rare serate stellate. Notò quel misterioso signore che stava sorseggiando qualcosa dal colore ambrato sull’uscio della hall del castello che, come lei, era rapito dalla spettacolare volta celeste. Anche all ‘ indecifrabile individuo non sfuggì la vista di quella splendida donna. Accennò una riverenza e alzò il calice. Le dedicò un brindisi, benché lontani l’un dall’altra. Un gesto che la principessa accolse con intensa emozione, ma la sua riservatezza la fece rientrare nei suoi alloggi. Richiuse la porta finestra e con la schiena appoggiata alla stessa, si portò le mani al cuore sognante. Quell’uomo era affascinante, tanto da sembrare un’attore di Hollywood. Ma il fascino non le bastava, Dada era diffidente. Quel signore era il mistero in persona e anche il personale dell’hotel non aveva riferimenti di nessun tipo, solo una prenotazione senza limiti temporali chiesta e pretesa, da una fantomatica Holding con sede nel castello di Vianden, nel granducato di Lussemburgo. Cosa conteneva quella strana e misteriosa valigetta nera? Rohan O’Connor percorse a passo spedito il corridoio che separava il settore amministrativo da quello operativo. Digitò un numero sul suo cellulare e attese “: Isabella, ho bisogno di te...ti aspetto nel mio ufficio...con sollecitudine ti prego.” Tra gli uffici vi era un quotidiano fermento, persone che andavano e venivano da una stanza all’altra, incontri e scontri tra colleghi in un caos calmo. Isabella tutta trafelata raggiunse l’ufficio di O’Connor in un batter d’occhio e si trovò difronte , quasi scontradosi, proprio Rohan mentre stava entrando. “: Senti Isabella, ascoltami attentamente.” esordì il boss mentra stava per sedersi dietro l’enorme scrivania “: Siediti ti prego” replicò ad una isabella ansimante. Poi prima di proseguire chiamo uno dei tanti ragazzi che stava transitando “: Scusami giovanotto, perdonami ma non ricordo il tuo nome...mi fai portare dal bar un caffè doppio per favore?” poi rivolgendosi alla sua impiegata “: E tu Isa? Ti faccio portare qualcosa?” Isabella dissentì con un gesto del capo e Rohan con gesto della mano liquidò l’ordine. “: Isa, tra pochi minuti, avremo una visita di una delegazione di vari paesi, sopratutto del medio oriente...io so che sei scrupolosa e non ti sfugge nulla, ma ho bisogno che oltre a tradurre le loro parole, che scruti le espressioni dei loro volti. Sappiamo benissimo che il mondo arabo cela la verità in modo perfetto, perciò ho bisogno della tua opinione, Te la senti?” Isabella corrugò la fronte confusa “: Mi scusi mister O’Connor, ma...perchè dovrei farlo? Scusi se glielo chiedo, ma la sua richiesta è alquanto strana se posso permettermi” O’Connor si adagiò sull’ampio schienale della sua poltrona mentre le sue dita tormentavano il suo labbro inferiore. Attese qualche secondo prima di rispondere a quella domanda e guardò dritto negli occhi la sua preziosa collaboratrice “: Quello che ti sto per dire è molto complicato Isa. Come sai non ho parenti in vita, non sono sposato e non ho figli e non mi chiedere perché ma ho scelto te per rivelare questo segreto. Di te mi fido ciecamente, però sia chiaro, devi decidere tu. Da questo incontro e nel prossimo futuro succederanno delle cose. Cose che se decidi di sapere, potrebbero anche essere pericolose.” Isabella sbiancò, il tono usato da O’Connor era malinconico e preoccupato, ma lei, pur tremante, annuì. Capitolo due In quello stesso istante, a migliaia di miglia da Greystones, una cassa di legno con stampigliata la dicitura O’Connor Space Incorporated, stava per essere scaricata da un camioncino della DHL e posata sul pavimento di una piccola fabbrica anonima alla periferia di Udine ; la LavSpec. Un’ azienda con pochi dipendenti, specializzata nella lavorazione di metalli speciali. Il titolare, un robusto uomo di 55 anni, Lorenzo Schiavo, stava osservando con preoccupata attenzione, la delicata operazione di scarico. Indossava un camice blu scuro e aveva in mano una cartellina con la bolla di spedizione clippata sullo stesso. Fece aprire la cassa ad un suo dipendente “: Mi raccomando Fulvio “ disse preoccupato “: Sono pezzi delicatissimi...dobbiamo averne una cura maniacale ok?” L’operaio aprì il coperchio rivelandone il contenuto avvolto da una spessa coltre di puff di polistirolo. Con estrema cautela rimosse lo stato superiore e spuntarono 4 arcane semi sfere di color alluminio, del diametro di una quarantina di centimetri l’una e con esse vi erano altri pezzi che avrebbero formato due sfere collegate tra loro. I pezzi vennero presi e posati in un bancone precedentemente apprestato con spessi materassini di gommapiuma. Le semi sfere avevano un peso modesto. Tanto modesto che ad un’ esperto operaio come Fulvio venne naturale chiedere“: Senti Lorenzo, ma di che materiale sono fatti? Non è alluminio questo è certo...Non è titanio...ma che lega è mai questa?” Il titolare spulciò tra i documenti nella cartellina che aveva in mano, pensieroso. “: Qua non dice nulla...anzi si aspetta...” si calò gli occhiali sul naso e lesse con attenzione la specifica sula bolla di accompagnamento “: Qui parla di lega Numero 25 barra 012. Che cavolo voglia dire non ne ho idea Fulvio. Tu posa il contenuto sui banconi, io cerco di informarmi. E che cavolo, come facciamo a lavorarli se non sappiamo che strumenti usare?!” borbottò Lorenzo infastidito. Nello stesso momento in uno degli ospedali di Save The Children a Nairobi, la dottoressa Maura Lombardi, una donna di mezza età di una delicatezza e di un’ umiltà meravigliose, cercava con ogni mezzo di capire come fossero svaniti nel nulla, decine di flaconi di plasma che erano custoditi nel suo frigorifero dell’ ospedale. Con lei, operavano stabilmente 4 infermieri. Due ragazze del posto e due uomini. Il primo, Charles, di Papeete, polinesiano con passaporto francese e l’altro, Dimitriy medico , ma con una laurea non riconosciuta. “: Ragazzi...” disse pensierosa Maura, qua stanno succedendo cose che non comprendo. Ieri sono spariti quindici pacchi di Tebantin oggi il plasma..dobbiamo far chiarezza, scoprire l’intruso che ci deruba. Abbiamo 150 malati da curare, bambini che non so come faranno a sopravvivere senza questo farmaco” disse delusa, scrollando la testa sconsolata. Ma non era il solo pensiero che turbava la dottoressa. Altri e molto più seri occupavano i pensieri di Maura. Una limousine si fermò davanti alla hall del O’Connor Center e subito dopo un’altra e poi un’altra ancora e ancora. Dalle ampie finestre il boss e la sua preziosa assistente, stavano osservando quella sin troppo pomposa delegazione che comprendeva undici delegati e almeno una trentina di collaboratori. La sala del consiglio aveva una ampia tavola ovale oblunga che poteva contenerne giusto una quarantina. Rohan e Isabella accolsero gli ospiti con eleganza e cortesia tipicamente irlandesi. Sobrietà e diffidenza. Un’uomo, sui quarant’anni, vestito in modo impeccabile dalla carnagione olivastra e con una barba apparentemente incolta ma ben curata, si avvicinò a O’Connor e gli strinse la mano con apparente gratitudine e iniziò a parlare nella lingua madre, l’arabo. Isabella, impassibile e attenta, traduceva mentre osservava con estrema attenzione senza farsi notare, l’espressione del volto dell’ospite, terminato il quale, si rivolse a Rohan per riferirgli quanto aveva visto. Rohan la fermò con un’impercettibile cenno del capo. Non era ne il luogo ne il momento, troppi occhi curiosi stavano osservando la scena. Ma cosa aveva notato di sospetto Isabella? Nel frattempo, una telefonata provveniente dall’Italia, mise in imbarazzo la centralinista del O’Connor Center. Veniva richiesta la specifica della lega Numero 25 barra 012 ma nessuno sapeva dare una risposta. La richiesta fu estesa all’intero O’Connor center, mettendo in difficoltà gli uffici finché trovò in Rita, l’espressione più logica del problema. “: Mister Schiavo, perdoni la lunga attesa ma veda, la lega in questione è segreta e quindi non può essere divulgata, se mi spiega quale sia il problema che ha riscontrato sarò lieta di risolverlo.” Lorenzo spiegò alla gentilezza di Rita, con una simpatica battuta in dialetto veneto il suo problema“: Son qua che non so cosa farmene dei pezzi se non mi spiegate come si lavorano, sta lega 25 barra 012 cosa è? E come la lucidiamo?“ Rita sorrise nel sentire quel simpatico idioma dialettale e replicò con un semplice “: Usi pure gli strumenti per lavorare il titanio mister Schiavo, si assicuri soltanto, che nella lucidatura interna non ci siano striature, per il resto non ci saranno altre problematiche. “ si salutarono e Rita riprese a calcolare i flussi plasmatici. Nella sala consigliare intanto, la delegazione mediorientale stava cercando di convincere da oltre due ore di colloqui, Rihan O’Connor a vendere il brevetto del motore al plasma che aveva ideato mettendo nel piatto, una cifra spaventosa ; 2 miliardi di dollari. In una pausa della trattativa si avvicinò a Isabella e gli sussurrò all’orecchio “: Allora Isa, cosa hai visto nei loro volti?” Lei senza distogliere lo sguardo dai loro visi rispose a fil di voce “: Mentono. Nascondono qualcosa. Non si fidi Mister Rohan, questi non sono quello che dicono di essere!” In quello stesso istante, un binocolo, nel buio della sera, stava osservando Rohan. Dal polso del braccio sinistro di quel misterioso uomo, partiva ammanettata una catenella argentea che terminava in una misteriosa valigetta ventiquattrore di pelle nera. Quel “: Non sono quello che dicono di essere.” ronzava come un favo di api nella testa di Rohan O’Connor. Dubitò sin dal primo giorno della veridicità di quella serie di fax provenienti dalla Setek Astronomy di Abu Dhabi. Isabella aveva intuito la loro artificiosa natura. Regnava un cupo silenzio nella sala, infranto solo da un lieve brusio d’attesa. Il boss, seduto sulla sua poltrona a capo tavola, era appoggiato alla stessa con i gomiti massaggiandosi la fronte con le dita della mano in profonda riflessione. Poi si alzò e tenendo le mani a pugno appoggiate su di essa, osservò uno ad uno quei misteriosi e mendaci figuri “: Signori, vorrei che informaste i vostri capi, che la O’Connor Industries non ha alcuna intenzione di cedere il brevetto del motore al plasma che sta collaudando. Trovo arrogante e pretestuoso il fatto che lor signori siano arrivati qui, presentando una proposta finanziaria, senza aver chiarito l’utilizzo che ne farebbe la famigerata Setek Astronomy dopo aver acquisito il brevetto. Tutto questo puzza tremendamente di fasullo.”disse mentre stava indossando il giaccone sportivo che la sua fedele collaboratrice le aveva passato. Poi prima di uscire replicò“: Vedete, se veramente siete quel che dite di essere, avreste ricevuto una miriade di telefonate da chi vi tiene il guinzaglio. Avreste ricevuto fax, email e non oso pensare quante altre diavolerie...” si aggiustò il colletto del giaccone e terminò sfidandoli “: Io lo so….so cosa siete. Siete come una banconota da 30 euro, non so chi avete dietro, ma statene certi che lo scoprirò! Ora, andate fuori da questo palazzo, non voglio rivedere mai più le vostre facce, chiaro?” Il silenzio che regnava nella sala conferenze si trasformò in brusio, e una voce nascosta tra i presunti compratori si alzò pur non mostrandosi, e disse in un più che discreto inglese “: Questa cosa la pagherà molto cara mister O’Connor!” Isabella e Rohan si fermarono a scrutare da dove provenisse quella minaccia, ma inutilmente. Le stanze del Castello di Oban avevano tutte un nome. Niente numeri ma soltanto nomi tipo: Enya, Finian, Kasey, Liam. Nomi irlandesi ovviamente e nella Rory, soggiornava quel misterioso e affascinante uomo, che in quel momento stava aprendo la sua altrettanto arcana valigetta. Aveva una combinazione talmente sofisticata che per aprirla si doveva inserire una micro SD in una microscopica apertura che solo chi sapeva, sarebbe riuscito a trovare. Era in effetti nascosta sotto la placca dorata che copriva lo scatto di destra. Bastava farla scivolare indietro e compariva quella minuscola apertura. L’uomo prese l’accendisigari placcato d’oro e fece scivolare verso il basso l’involucro, rivelando in esso un contenuto assai particolare. Oltre la Sd appoggiata in un apposito alloggiamento, vi era un piccolo complesso tecnologico con un minuscolo led rosso sopra. Tutto in un centimetro. Quindi, inserì la SD nel piccolo pertugio della valigetta, richiuse l’accendisigari e schiacciò il pulsante che avrebbe dovuto accendere il gas, ma che da esso non uscì nulla tranne che, un clik che aprì la serratura. Alzò lentamente il coperchio e ne rivelò il contenuto. Banali faciscoli, mail e poco altro. O così sembrava. L’uomo infatti, mise la mano destra sul fianco interno della 24 ore finché non si fermò. Schiacciò e il tramezzo che divideva in due la valigetta si aprì. Sopra c’era una chiavetta metallica che prese con sollecitudine, inserendola nella manetta del polso destro liberando lo stesso dalla catenella. Il misterioso uomo si sfregò il polso dolente e intorpidito segnato dal metallico bracciale e poi tolse da dentro un fascicolo con la stampigliatura Top Secret. Aprì la cartella e su un lucido vi era il progetto di una specie di motore. L’uomo sfogliò le varie pagine cercando qualcosa. Poi lo ripose e prese dal fianco sinistro una scatola nera di una decina di centimetri di lunghezza larga tre e alta meno di due. La aprì e prese il contenuto. Nel frattempo, la principessa Dada, stava scendendo dai suoi alloggi con i suoi amati cani, un tenerissimo maltese bianco, un simpaticissimo terrier anch’esso dal candido pelo e un vivacissimo volpino di pomerania rossiccio. Nel pianerottolo del secondo piano, la porta della stanza Rory si aprì proprio nello stesso istante in cui Dada Stopford passava. Gli occhi scuri del misterioso uomo incrociarono quelli smeraldini di Dada e si formò tra loro un cortocircuito emozionale che dilatò a dismisura il tempo, rendendolo fluido, in un’armonia silente dove entrambi si persero negli occhi l’una nell’altro, lasciando che lo stesso contemplasse l’origine della passione. Poi l’uomo, ridestato da quell’imbarazzante e insistente sguardo, lo abbassò e si schiarì la voce “: Buonasera signora. Complimenti, ha dei cani bellissimi.” Dada si schernì “: La ringrazio signor...” L’uomo, ancora incantato dalla bellezza della principessa, si riebbe prendendo la mano che lei aveva sul fianco. “. Oddio, perdoni la mia stoltezza “. Con eleganza la portò a pochi centimetri dalle labbra e si chinò leggermente. Poi alzò lo sguardo e rispose “: Francesco my lady, Francesco Correnti, al vostro servizio!” si presentò l’uomo. Dada si illuminò. Un italiano al Oban Castle. Proprio lei che dell’Italia amava ogni più insignificante cosa che avesse il tricolore stampigliato. Francesco con infinita eleganza, prese i guinzagli delle sue tre bestiole e scesero le scale assieme. Arrivati nella hall Dada lo salutò ma a lui non bastava “: Perdoni la mia sfacciata richiesta principessa, se posso osare, sarei immensamente lieto se accettasse di cenare al Greystones golf club con me questa sera. Ho un tavolo riservato e mi renderebbe immensamente felice se accettasse questo improvvido invito “ A Dada si spalancò un mondo in cui aveva dimenticato l’esistenza. Un’uomo gentile e cortese, con un portamento e un comportamento nobile, quasi regale. Erano anni che non riceveva attenzioni da un vero cavaliere. Ci pensò solo per pochi istanti e col viso illuminato dalla gioia replicò “: Ne sarei lieta, mister Francesco, la sua gentilezza e la sua grazia sono rare in questi tempi.” Il galante gentiluomo si avvicinò e baciò nuovamente la sua mano e sussurrò un “: Le va bene se la passo a prendere questa sera alle otto principessa?” Dada annuì. Si lasciarono con un cenno del capo ed un sorriso, alle loro labbra, solo un sussurro. Nel frattempo alle porte di Udine, i pezzi precedentemente tolti dall’involucro ligneo, stavano passando con infinita cautela ed attenzione, di mano in mano tra i 5 operai della LavSpec. Le specifiche dell’ordine proveniente da Greystones, erano chiare. Quelle 4 semisfere andavano ripulite a specchio al loro interno. A Lorenzo però qualcosa non tornava. Il materiale, benché una lega sconosciuta, era come se fosse “ familiare “, già “ visto “, ma non rammentava. Il lavoro iniziò immediatamente, e già alla prima passata con una fresa speciale, il metallo cambiava leggermente colore, passando da un colore alluminio opaco, al grigio piombo lucido . Gli occhi dei presenti erano su quello strano pezzo che, alla fresatura, dava anche un suono stridulo al passaggio con l’inserto che lo ripuliva. Al O’Connor’s Center intanto, Rita aveva completato le specifiche del compressore volumetrico del motore e si stava apprestando a lasciare il suo ufficio a fine giornata. Anch’essa, visti i risultati, era tormentata da continui dubbi che la stavano accompagnando durante il tragitto. Stava mentalmente ripassando ogni equazione appena conclusa per verificarne l’esattezza. Tanto era concentrata su quei calcoli matematici, che non si accorse di aver sbagliato corridoio e forse piano. Il luogo le era del tutto sconosciuto, anche se strutturalmente era identico per tutti e tre i piani. Aveva sentito dire di un piano sotterraneo dove pochi avevano accesso. Stava per tornare sui suoi passi, ma la curiosità la fermò. Percorse lentamente il corridoio difronte. Era nel reparto più segreto del centro e in quel momento, da una porta scorrevole comparve un uomo. Alto, occhi chiari sui 40, indossava un camice azzurro e aveva attaccato al taschino del petto un badge con il nome e la qualifica. Alessandro Di Giulio biologo molecolare. Rita ebbe un sussulto al quasi scontro fisico con quell’ uomo che le sorrise. “: Ti sei persa?” disse guardando ammirato la bellissima visitatrice “: Immagino che qualcuno abbia lasciato la chiave del piano inserita sotto la pulsantiera. Non preoccuparti, capita spesso “ concluse sorridendo. Rita arrossì e ricambiò il sorriso all’uomo che, stava notando, era decisamente un bel ragazzo. “: Scusami...come ti chiami?!” disse Rita in lieve imbarazzo e cercando di leggere il nome nel badge che già aveva letto e memorizzato “: Alessandro. Ero in un’altra dimensione...” replicò. Stava per tornare da dove era venuta, quando si fermò e si girò “: Ehm...senti.....Alessandro...sei italiano anche tu per cui...beh, se ti va di bere qualcosa insieme...non so...” e li Rita arrossì ancor di più e la parte più razionale di lei le stava facendo una ramanzina mnemonica < madonna Rita….ora chissà cosa penserà...ma che ti è passato per la mente? Cavolo, ma è un bel ragazzo...insomma Rita, riprenditi >. Era in attesa della risposta che Alessandro le diede a stretto giro di posta :” Ben volentieri…Ma...tu sai il mio nome, ma io non so ancora il tuo...” La bellissima Rita sorrise mostrando ad Alessandro una bellezza incredibile. Allungò la mano e si presentò “: Rita Jemma, settore matematico, ufficio al secondo piano, corridoio uno terza porta a sinistra “ Alessandro sorrise divertito “: Ok, Rita Jemma del secondo piano corridoio uno terza porta a sinistra...se mi dai il tempo di togliermi il camice e chiudere i laboratori, sarò ben lieto di bere qualcosa con te. Mi puoi attendere un’attimo? “ Rità annuì e mentre il Di Giulio entrava nello spogliatoio, lei chiuse gli occhi e sollevando la testa iniziò a “ volare “ come una farfalla svolazzante in un mare di fiori. Rita e l’amore; un sentimento che le era stato brutalmente fatale in passato. Troppe volte aveva dato fiducia a chi ne aveva fatto strame, ed il suo cuore era diventato come una bambola di pezza, con toppe qua e là, a chiudere le profonde ferite. Ma questa volta le bastava l’amicizia, solo e soltanto quella. Non voleva andare oltre. Pochi minuti dopo, Alessandro era davanti a lei, ancora con gli occhi chiusi, sognante. Avvertì la sua presenza dal respiro e aprì gli occhi. Quegli occhi scuri, decisamente splendidi, erano l’approdo più bello per quelli cerulei di Alessandro. Per un brevissimo attimo, tutto intorno a loro svanì. Il tempo si era seduto sul pavimento ad osservare qui due per ammirarne le loro iridescenti aure. Rita si riebbe dal sogno schiarendosi la voce imbarazzata “:Vogliamo...andare?” chiese sorridente. Percorsero un corridoio e un’altro e un’altro ancora, fino alla grande porta del centro. Nel tragitto si scambiarono la pelle e la frequenza cardiaca di entrambi aveva preso l’armonia di due tamburi che suonavano all’unisono. Il cielo quella sera stava dando il meglio di se, tempestato di astri luminosi in attesa degli eventi terreni. Alessandro improvvisamente si fermò e Rita lo guardò sorpresa “: Perchè ti fermi Ale?” Tolse dalla tasca una chiave e schiacciò un pulsante. L’auto, una vecchia Lincoln del 73 restaurata e scintillante, fece scattare il bloccaporte e le frecce diedero un paio di impulsi sorprendendo e facendo sussultare Rita. Scoppiarono a ridere entrambi “: Madame, se permette ho la mia carrozza a sua disposizione.” disse divertito Alessandro mimando uno chaffepon inchinandosi. Poi, con estrema cortesia aprì la portiera e fece salire la sua nuova amica e collega e aggiunse “: Che ne diresti se oltre la bevuta ci aggiungessimo anche una delizosa cenetta? Ho una fame che non ci vedo.“ Rita si addombò “: Ehi, sono una brava ragazza io...non so se posso accettare questo invito...ancora non ti conosco. Chi mi dice che poi ti approfitti di me?” Alessandro, sorpreso da quella frase si fece serio, quasi mortificato da quelle parole“:Perdonami se ti ho fatto questa impressione, ma ti assicuro che non è e mai sarà che io approfitti di alcuno, men che meno di te Rita “ disse sinceramente contrito. Il viso della bella dottoressa da serio si fece sorridente e poi, scoppiò in una risata travolgente che il povero Alessandro non riusciva a spiegare “: Beh? Che succede ora?” La dolce ricercatrice si girò verso il giovane biologo e avvicinandosi a lui lo prese per il bavero della giacca “: Fregato!” replicò divertita “: Accetto la cena simpaticone “ Alessandro s’ illuminò e la Lincoln partì sinuosa dal parcheggio semivuoto dirigendosi verso la luna, lasciando dietro di se una scia di stelle. Nel frattempo, nella stanza “ Rory” del castello, Francesco stava scrivendo qualcosa sul suo computer portatile. Invero, era un colloquio con qualcuno e questo, sembrava dalle risposte, alquanto alterato. Sollevò quasi indifferente lo sguardo dal monitor, lasciando lampeggiare in attesa, la risposta all’ ultima domanda. Si passò la mano sulla nuca e sul collo intorpidito e posò distrattamente lo sguardo sulla parete alla sua destra. Vi era appeso un dipinto settecentesco di un castello arroccato in una scogliera con un mare in tempesta. Cosa doveva rispondere a quell’ultimo quesito che recitava “: Come farai a convincere O’Connor?” Qualche istante dopo, tornò a fissare il monitor. Un’ angolo della sua bocca tradì la sua tensione e con estrema calma, chiuse senza fornire ulteriori spiegazioni al misterioso interlocutore. Erano le 19 e trentaquattro e Francesco era elegantissimo. Un abito sartoriale di raffinata fattura. Era di lana pettinata, un grigio fumo di Londra con righe sottilissime che formavano una serie di quadrati. Elegante ma con un tocco sportivo. Non volle indossare camicie ma una semplice maglia nera con girocollo. Non voleva dare a quell’appuntamento con la principessa Dada, un’importanza superiore a quella che appariva. Ma in cuor suo, avrebbe voluto che quella cena fosse un interludio fiabesco, tra quella sua misteriosa missione e una dama di un fascino e di una bellezza senza pari. Prima di uscire dalla sua stanza, Francesco nascose sotto un’asse del pavimento che aveva tolto nelle settimane precedenti, la sua preziosa valigetta. Essa era stata attrezzata con un dispositivo che sarebbe esploso a qualunque tentativo di manomissione e lui, lo attivò. Coprì l’asse con un lembo del prezioso tappeto scendiletto, prese il cappotto e le chiavi, stava uscendo ma si fermò. La luce del corridoio lo illuminò sull’uscio della sua stanza già buia. Tornò di un passo indietro e afferrò quella scatolina nera posata sul tavolino accanto alla porta e se lo infilò nella tasca della giacca. Rimase per un’ attimo nei suoi misteriosi pensieri per poi uscire, chiudendo bene a chiave la sua “ Rory “. Scese nella hall e si accomodò in uno nei divanetti della sala bar. Ordinò un Hardy Perfection Fire, un cognac di classe. Lo sorseggiò con estrema calma, leggendo distrattamente nell’attesa l’Irish Times. Dopo qualche minuto, comparve lei. La principessa Dada Stopford in tutta la sua strabiliante bellezza. Francesco restò a bocca aperta, si alzò lentamente dal divanetto e la raggiunse. Le prese la mano destra e l’avvicinò alla bocca senza mai staccare lo sguardo dai suoi scintillanti occhi smeraldini. “: Pensavo che la bellezza fosse una questione soggettiva e che avesse mille e più sfumature, ma voi mia splendida principessa, siete la dimostrazione che tutto ciò è superato. La vostra bellezza contempla ogni tono di colore e ogni più soave siono melodioso. Avete rapito il mio cuore e la mia anima Principessa“ disse estasiato Francesco. Dada si schernì e rispose “: Mi scuso per il ritardo, mio caro e cortese amico, era tanto che non ricevevo queste attenzioni, che non sapevo cosa indossare!” Dada era in un abito lungo, molto elegante con un discreto spacco laterale. Era di velluto di seta, un color petrolio con merletti neri, anch’essi di seta, che ornavano l’orlo di spalline e gonna. Un vero incanto che era completato da gioielli di raffinata eleganza. Indossava una mantella color bordeaux scuro che le dava un’immagine da vera regina. Francesco, gentiluomo qual’era, le diede il braccio e uscirono regali dal castello. Ad attenderli c’era una non meno elegante Bentley con autista. Salirono e Francesco diede la destinazione del Greystones Golf Club allo cauffeur. Dada, posò la sua mano delicata sul suo braccio e gli chiese“: Mi scusi Francesco, posso chiedere di fare un fuori programma? Pochi minuti la prego “! Non poteva certo rifiutare una richiesta così gentile e annuì convinto. “: Victoria Road per favore, al Marian’s Homecare Pub, grazie!” disse allo chapperon. A Francesco spuntò in viso un’espressione di curioso stupore che la sorridente principessa Dada si affrettò a svelare “: Mi perdoni, ma c’è una cara amica che vorrei salutare e che vorrei presentarle. E’ italiana come lei sa? Qui a Greystones l’adorano tutti. E’ l’angelo di questo villaggio, si chiana Marianna. E’ tanto cara che ne rimarrà colpito” Nel Frattempo, al Golf Club, Rohan O’Connor e Isabella stavano attendendo la cena. Isabella, malgrado conoscesse bene le abitudini del suo capo, era imbarazzata. Quel luogo aveva la fama di contenere i più pettegoli personaggi di Greystons e già immaginava le dicerie su di lei e su Rohan. Quel desco serale era dovuto al fatto, che la O’Connor Industries era sotto attacco e lei e il suo boss stavano studiando le mosse in divenire. Infatti, O’Connor stesso stava spiegando alla sua fidata collaboratrice, senza che orecchie indiscrete ascoltassero, quello che a suo parere stava accadendo “ : Isabella, tu hai detto che questi signori, non sono quello dicono di essere...infatti mi hanno minacciato, per cui mi chiedo...ma allora chi sono e sopratutto...per chi lavorano?! Io...beh sai che non ho nessuno...o meglio...ho una ex consorte che vive a Boston con chissà quale pretendente...non ho figli ne parenti ormai, per cui, devo fidarmi di te. “ Isabella tremava. Guardava davanti a se dove al centro del tavolo vi era un vaso con graziosi fiorellini e microscopici vasi di coccio con piccoli troll, ma invero non vedeva che paura e timore. Quale prezzo avrebbe pagato per quei segreti? Per Rohan provava molto affetto, si era fidato subito di lei, sconosciuta ragazza trentina piovuta nel bel mezzo della brughiera irlandese. Rifiutare quello che sarebbe stato, era come tradire quella fiducia, e per Isabella, contava di più delle dicerie e dei pettegolezzi di quell’ambiente. Per qualche attimo il silenzio si era impadronito di loro, spezzato solo dal brusio dei pochi presenti e dai tintinnii delle stoviglie sui piatti ricolmi di ottimi manicaretti. Poi Isabella si fece coraggio, allungò la mano con le unghie meravigliosamente smaltate di un rosso carminio, appoggiandola su quella di Rohan. Sorpreso, O’Connor si riebbe da quell’afasia che lo aveva tenuto silente fin lì. “: Accetto signor O’Connor, ma ho una richiesta da farle prima. Voglio che mi dica davvero ogni cosa, anche i più intimi segreti di questo progetto, se solo avverto ostracismo o peggio, me ne andrò seduta stante.” Rohan la guardò serio e stava per replicare ma la sua fidata e splendida commensale continuò, ma stavolta la sua preoccupazione era evidente “: Amo questa azienda, amo il mio lavoro e la stimo molto, ma se devo correre dei rischi, voglio sapere...mi perdoni se l’ho messa in questo modo...volevo essere più chiara possibile” Rohan la stava guardando ammirato e dalle sue labbra spuntò un lieve sorriso. Strinse la mano a Isabella, quasi come due innamorati e finalmente O’Connor rispose “: Mia cara Isabella, avere te al mio fianco, mi da speranza e non lo sto dicendo per tranquillizzarti, tutt’altro. Quello che ti dirò stasera potrebbe anche metterti in pericolo, ma io vigilerò su di te giorno e notte...e...si, non tralascerò nulla, ma ti devo avvertire. Ciò che sentirai sarà così stupefacente, che il tutto ti sembrerà una follia. Ti prego di non dubitare di nulla di ciò che ti dirò ok?” FINE PRIMA PARTE

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