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Una storia di AlanBettoni

L'elleboro di Claudia

a cura di Alan Bettoni

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Pubblicato il 25 agosto 2018 in Storie d’amore

Tags: Mareamoremalattiamorte

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Conobbi Luisa all'età di vent'anni, quando i capelli sciolti ancora superavano le spalle, la chioma brillava alla luce del sole, e la barba incolta era di un color nero carbone. Lo ricordo, come fosse ieri, ma di tempo già ne è passato, così in fretta che nemmeno me ne accorsi, ed oggi paio meno vecchio di quanto non sia realmente. Ci incontrammo sotto ad un calicanto fiorito in anticipo, il colore dei suoi fiori risultava esser ancora sbiadito, e non quel giallo acceso come il sole prima di sorgere. Ma il suo profumo si poteva già percepire nell'aria, che l'autunno inoltrato trasportava grazie alle brezza del Levante che proveniva da Est. Luisa era bellissima, aveva dei lineamenti così delicati, la pelle morbida; quel giorno ricordo che indossava una lunga vestaglia rossa, con gli orli in cotone, che si vedeva erano stati rinforzati dalla madre che faceva la sarta. L'animo buono, un carattere genuino e una bontà che metà bastava per tutti. Io quel giorno ero vestito di uno straccio, una camicia sporca ma guardabile, i pantaloni in doeskin, che assomiglia alla pelle dei daini, e il cappello di paglia che mio padre mi aveva regalato quando avevo compiuto sedici anni. Io ero un ragazzino timido, che all'amore non ci pensava manco per scherzo, io adoravo il mare, e stavo ad ascoltarlo per ore, per giornate intere! Lui mi parlava, ed io attento ascoltavo, e sapevo che un giorno avrei scoperto cosa ci fosse in fondo a quel sorriso rovesciato che si intravede scrutando l'orizzonte. Ma lei, lei rese tutto più difficile, anche se tutto più bello, forse mi ero innamorato, ma i marinai non hanno mogli, il mare sa essere una donna molto gelosa, che non ti fa tornar indietro più, nemmeno per un istante. In ogni caso, sentivo qualcosa di mai provato prima, quando la guardavo, e il battito nel mio petto mi mostrava come quello non sarebbe stato un semplice incontro, un incrocio per due strade totalmente differenti, sapevo che ci doveva essere qualcosa di più. Così, dopo una manciata di minuti, spesi a rifletter sul da farsi, scelgo di avvicinarmi alla bella ragazza e mi presento: "Ciao, sono Marco, e ho vent'anni, ti guardavo prima, e sei davvero molto bella", dico io. Lei saluta, arrossisce, e si copre il volto con il fazzoletto di stoffa che stringe nel pugno. Ed è così che passai alcuni anni della mia vita, svegliandomi al mattino, recandomi nei pressi del solito calicanto, che pian piano che l'inverno arrivava, puntava a fiorire. Arrivavo, mi sedevo all'ombra, e attendevo la mia bella, sperando ogni singolo giorno di vederla arrivare. Perché andarla a prendere era una scelta rischiosa, nonostante lei lo volesse con tutto il cuore. Io le raccontai del mio amore verso il mare, e lei mi raccontò invece di temerlo, mi disse che il boato provocato dalle onde sul pavimento del mare la turbavano, perché non riusciva a capire cosa significassero. Io invece, che della mia vita avevo speso molto tempo ad ascoltarlo, a parlarci, riuscivo a capirlo; capivo quando era arrabbiato, quando era spaventato, quando era insicuro e quando invece tranquillo. Marco e Luisa sembravano la coppia più bella del paese, anche se ancora non erano fidanzati, perché Marco non era in grado di fare una scelta; essere amato da una donna, o provare a fuggire al di là del mare, dove si apre un nuovo mondo? Il padre di lui lo rassicurava: "Marco, non temere, che ad essere il primo marinaio che riesce a trovare il tempo per la sua donna potresti esser proprio tu", e così il ragazzo sorrideva e chiudeva gli occhi per sognare. Il giovane, che oramai aveva ventun anni, era prossimo ad una decisione. La ragazza amava i fiori, e questo Marco lo sapeva bene, per questo un giorno decise di regalarle un elleboro, piccolo fiore bianco, che si può però trovare anche di colore rosa e porpora. Un piccolo fiore, sì, ma dall'animo forte, in grado di resistere all'intrepido gelo che si stava avvicinando; anche il giovane apprezzava i fiori, ed è per questo che ne conosceva molti, e a questi adorava dedicare storie. "Tieni, Luisa, è per te". "È un elleboro Marco, giusto?". "Sì, ed è per te, credevo potesse farti piacere, avere qualcosa che ti potesse far pensare a me, nonostante la distanza". Luisa non capì a fondo l'ultima frase del ragazzo, siccome le loro abitazioni non distavano più di duecento metri l'una dall'altra, ma fiera del dono tacque e rientrò a casa, pronta a poggiare la piantina sulla terra, per far sì che questa espandesse le piccole ma solide radici, sin dove si sarebbe protratto il ragazzo, per non perderlo mai. Fu l'ultima volta che Luisa rivide Marco. Lei ogni giorno sobbalzava sul letto con aria frustrata, e ancor prima di porgere il buongiorno alla madre infilava le zoccole in legno che teneva dinanzi al portone dell'entrata, e correndo si portava nei pressi della collina, dove con l'amato si ritrovava al di sotto del calicanto dorato, senza trovarlo mai, neppure una volta sola. I suoi occhi eran come una poesia, dicevano tutto, ma nel contempo non contavano nulla, o nulla di nuovo; ma questi non raccontavano nulla perché non riuscivano ad esser guardati con uno sguardo nuovo, con lo sguardo giusto, con lo sguardo di Marco. La fanciulla non potè credere che se ne fosse andato, o meglio, non voleva crederlo, perciò la sera, quando rientrava a casa, si spostava sul terrazzo, dove con il cucchiaio dava la giusta dose d'acqua allo splendido elleboro, che come Luisa pareva demordere, lentamente. Il ragazzo si trovava a Sud, verso Pantano Martucci, pronto a salpare con una nave di stazza media: era seduto sul bompresso, in equilibrio, facendo attenzione a non farsi distrarre dalle onde, e pensava alla sua vita, a cosa sarebbe stato giusto fare, a cosa avrebbe voluto fare davvero. Ma non si scoraggiò, sentiva che la bella ragazza lo avrebbe atteso, per tutti quegli anni, perché sul suo docile cuore ormai aveva inciso il nome, come facevano gli antichi con i sassi sulle rocce delle caverne, era indelebile. Non sapeva se ciò che avrebbe fatto fosse realmente la scelta giusta per lui, sapeva solo che il quel momento aveva voglia di vivere, voleva far ciò per cui era nato, viaggiare verso l'orizzonte. La vela quadra lo spingeva addentrandosi in rotte estranee al suo sapere, mentre la vela latina ne scandiva le quasi impercettibili direzioni, che per ciò che lo circondava, l'unico punto di riferimento pareva esser la sua follia. Marco, che sostava dietro il timone, seguiva solo i sogni, non sapeva esattamente dove stesse andando, ascoltava i consigli del Libeccio, che come lui pareva disperso. Sapeva esattamente come sarebbe andata a finire, ma non voleva mai ripeterselo, cercava di non ricordare, perché i ricordi offuscano la mente, e lui doveva restare lucido, per seguire la rotta che gli avrebbe permesso di non tornare mai. In viaggio il ragazzo fece nuove amicizie, conobbe i merlani, che tendenzialmente sostavano vicini agli scogli e raramente fuggivano verso i fondali. Fece anche la conoscenza dei garizzi che però non amavano conversare col giovane, forse per via del loro carattere, erano abituati a vivere in branco, perciò di amici già ne avevano. Marco scoprì specie di pesci fino ad allora a lui sconosciute, e se ne innamorò, perché grazie alle caratteristiche di questi, il ragazzo riusciva a capire il temperamento delle acque, e l’esagitazione delle onde. Mentre lui si divertiva a sognare, Luisa a casa piangeva disperata, e nessuno era in grado di rassicurarla, nemmeno la madre, che da giorni aveva ormai perso le speranze, e convinse Pedro, un altro giovane del paese, a conoscere la figlia, ma lei non volle saperne. Marco si trovava in difficoltà, la spensieratezza della sua gioventù non lo portava a ragionare a lungo termine, e presto vide le provviste esaurirsi, le scatole di fagioli all’interno delle sacche vuote, le bottiglie d’acqua prosciugate; cominciò a preoccuparsi. Sapeva che non sarebbe stato facile, ma per lui una cosa sola era importante, vivere. Che poi, per lui, vivere non significava arrivare all’età di novant’anni, bensì crollare a qualsiasi età, ma con la consapevolezza di aver sognato senza chiudere gli occhi, facendo ciò che più si desideri. Il sole picchiava forte con i suoi raggi caldi, la temperatura che raggiungeva quasi i trentaquattro gradi mise a dura prova la resistenza fisica del ragazzo, che seduto sul castello della nave si faceva ombra con un telo. Il timone viaggiava libero, nessuno si preoccupava di controllarlo. Era ormai un mese che Marco aveva lasciato la terraferma, in paese nessuno si chiedeva che fine avesse fatto, perché nessuno da anni ormai si preoccupava per lui. “Una sigaretta, quanto vorrei una sigaretta in questo preciso istante”, si ripeteva il ragazzo ininterrottamente. “Assaporare quel gusto amaro del tabacco, quanto mi manca, ho bisogno di sapere se la mia esistenza è ancora tale, solo notando il fumo uscirmi dalla bocca potrei constatare se il mio respiro evada effettivamente dalla mia bocca”. Quante volte se lo ripetè, fino ad addormentarsi. “Marco, Marco sveglia, sei impazzito?!”, udì il ragazzo che stava sdraiato sul ponte con il telo sul viso che oscurava la vista. “Marco, alzati! Cosa credevi di fare?”, ripetè la voce femminile, e il giovane non capiva. Così si tolse il panno dal volto e si mise in piedi, era incredulo. “Luisa, come sei arrivata qui? E cosa ci facciamo al porto?”. “Marco... Tu non sei mai partito”, disse la ragazza, “dove credevi di essere?”. “Non lo so”, ribattè il giovane, “ovunque, meno che qui, ovunque, tranne che con te”. “L’elleboro, Marco, l’elleboro è appassito”. Tutto tacque. “Perciò, è tutto finito, intendo dire, se il fiore fosse morto, il nostro amore, come lui, sarebbe dovuto finire, ma tu, tu sei ancora qui”. “Proprio così, Marco”. Tutto d’un tratto un’onda fece ballare l’imbarcazione, la chiglia sembrava alzarsi ad ogni scontro e i casseri sembravano scivolare verso il basso. Marco si guardò attorno, non riusciva a capire, era di nuovo solo, Luisa non c’era. Eppure sembrava tutto così reale, i capelli, i vestiti, l’odore di rose che portava la ragazza, ma soprattutto i suoi occhi, a questi non si mente, e quando gli sguardi dei due si incrociavano sembravano comunicare per davvero. Il giovane ricordò, avvicinandosi alla vela latina il sole lo colpì all’improvviso, facendolo scivolare, battè la testa; nulla era reale. Pianse, pensando alla sua bella, ma nulla poteva riportarlo indietro, se non lui stesso. Credeva che sognarla fosse abbastanza, che viverla gli bastasse, ma lui la voleva sempre, voleva averla accanto. Finalmente intravide qualcosa, e Marco capì di essere arrivato a destinazione: il posto da lui sognato, il luogo che di tutti era desiderio. Marco lo vide che cos’era, ed era il niente. Il ragazzo non capiva, cercava una spiegazione logica, ma non trovandone si addentrò nei meandri delle soluzioni provvisorie, quelle che il cervello dà perchè il cervello ha bisogno di sapere. C’erano due possibilità: la prima, forse quella più logica, quella giusta, era che lì in fondo, all’orizzonte, non ci fosse nulla. La seconda, quella su cui Marco puntava, quella in cui credeva, e forse quella più bella, era che il nulla rappresentasse il tutto, nel senso che ogni persona, essendo diversa, andava cercando qualcosa di diverso l’una dall’altra, il bisogno di sapere le spingeva fin lì per motivi differenti; perciò ognuno in quel vuoto poteva raffigurare quel che voleva, ciò che andava cercando. Marco perciò, scegliendo la seconda opzione, ci rappresentò ciò che lui stesso voleva, ciò per cui aveva dato il tutto per tutto, la vita. Il ragazzo in quell’orizzonte ci raffigurava la vita, l’essenza, il suo io. Lui era l’orizzonte. Marco capì che non ne era valsa la pena. “Tutto ciò non ha senso, nella migliore delle ipotesi questo vuoto rappresenta me stesso, ma ciò che rappresenta in questo preciso istante non è ciò che voglio vedere di me, questo orizzonte dovrebbe mostrare me stesso, al fianco della mia amata, ma lei non c’è.” Così il ragazzo partì per tornare al porto, ed incontrare Luisa, che però, nel ricordo della visione che aveva avuto poco prima, pareva non dimostrare più lo stesso interesse che emanava quando Marco ancora le apparteneva. "Il mare sa essere una donna molto gelosa, che non ti fa tornar indietro più, nemmeno per un istante", a Marco continuava a tornare in mente questa frase, che lui stesso aveva recitato all’amata, giorni prima di partire. Il ragazzo non voleva demordere, era speranzoso, e intendeva tornare indietro in tempo per incontrare Luisa, e proporle di sposarlo, per vivere assieme, per sempre. Il giovane fece fatica, tornare non era più così semplice, siccome all’andata si era fatto trasportare dal vento, in ogni direzione, con la speranza di perdersi. Così decise di utilizzare lo stesso metodo per ritrovare la strada, perdendosi, lasciandosi spingere dallo Scirocco. Ce la fece, mesi passarono, che a lui sembravano giorni, ed in fondo chi può dire realmente quanto tempo sia effettivamente passato, Marco non contava i giorni, non badava alla notte e al giorno, viveva l’attimo, e le ore gli parevano secondi. In lontananza intravedeva il porto di Pantano Martucci. Attraccò alla buona, perché aveva solo voglia di correre, che poi erano mesi che non si muoveva velocemente con le sue gambe, era abituato a far passi corti, lenti, sul ponte della sua nave. Appena si fu fermato scese dalla nave in fretta e furia e iniziò a correre, la gente lo guardava con fare strano, nessuno capiva cosa stesse accadendo, e nessuno lo riconosceva per via della lunga barba che col tempo era cresciuta a Marco, una lunga e folta barba che gli ricopriva il viso, la sua stazza non era la stessa di un tempo, i capelli molto più lunghi ma tenuti insieme da uno chignon. “Luisa!”, gridava il ragazzo, “Luisa!”, ma nessuno capiva. Il paese non era più lo stesso, e Marco non vedeva scorrazzare per le strade nemmeno i suoi amici, vedeva molte persone anziane, ma di ragazzini ben pochi, se non addirittura nessuno. Marco si recò a casa della sua bella, con la convinzione di trovarla ad annaffiare l’elleboro che lui le aveva regalato prima di partire. “Luisa!” gridò di nuovo il giovane; la casa di Luisa sembrava cadere a pezzi, era in rovina, con l’edera che si stava arrampicando lungo tutta la facciata. Marco mise il piede sulla staccionata che dalla strada portava al terrazzo della sua amata, si arrampicò, raggiunse il balcone e vide solo un vaso, con all’interno un elleboro, appassito, ma sembrava fosse così da tempo. Decise allora di bussare alla finestra e così entrò, vide seduta sul divano una donna: era Luisa, la sua bella pelle ancora sentiva il profumo delle rose, il viso con quelle bellissime rughe, i capelli grigi lunghi, sciolti sulle spalle, e quella vestaglia lunga sino alle ginocchia che la rendevano una principessa. “Luisa”, disse il ragazzo, ma la donna pareva non udirlo, così ripetè più forte: “Luisa!”. La donna questa volta lo sentì, lo guardò e ad un tratto disse: “Mi dica”. “Luisa, sono Marco, sono tornato!”, ma la donna pareva indifferente, e ribattè: “Marco chi?”. “Ma come, non sarai diventata matta, vero? Sono Marco, il tuo amato! E poi quell’elleboro, perché non te ne sei presa cura durante la mia assenza?”. L’anziana signora lo guardò, e gli disse: “Scusi, Signor Marco, ma io non so chi lei sia, e ora la prego di andarsene subito da casa mia!”. Marco è incredulo, se ne va senza dire nulla. Mentre il ragazzo si reca al solito bar dov’era abitudinario andare da piccolo, per comperare le sigarette, incontra Lucio, un amico d’infanzia, anche lui ha i capelli grigi, si intravedono da sotto il cappello, ha la cute rovinata, e le vene che sporgono dalle braccia. Marco si avvicina, saluta e Lucio ricambia. “Lucio, che è successo a Luisa? Sembra non riconoscermi!”. “Caro Marco, durante la tua assenza tante cose sono successe”, gli dice il vecchio amico. “Tante cose? Ma mi sarò allontanato forse per qualche mese! Che intendi dire?!”. Lucio ride per un istante, afferra con la mano il cappello e se lo leva. “Lo vedi? Lo vedi che ora ho i capelli grigi? E lo vedi il mio corpo? Siamo cambiati Marco, tempo ne è passato prima che tu tornassi”. “Marco, Luisa soffre di Alzheimer”. Il giovane rimane incredulo, non può credere che la sua amata si sia scordata di lui, del loro amore. "Il mare sa essere una donna molto gelosa, che non ti fa tornar indietro più, nemmeno per un istante." Marco andò al porto, si inginocchiò e si sporse verso l'acqua, si guardò, anche lui era vecchio ormai. Aveva ragione, in mare non puoi accorgerti del tempo che passa, soprattutto se sei un giovane spensierato. Tempo ne era passato, e per la sua follia, aveva perso l'amore di tutta una vita. Marco stava impazzendo, non avrebbe potuto vivere senza la sua amata Luisa. "Avrò Luisa", sussurrò. Salì sulla sua nave, e partì per rotte ignote, verso l'orizzonte, così una volta ritrovato il niente, che già aveva trovato, avrebbe potuto dedicare quel vuoto a Luisa, e una volta toltosi la vita, avrebbe potuto averla per sempre, tutta per lui.



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