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Una storia di AlessiaC

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Cara Ativ...

Pubblicato il 02 dicembre 2017 in Fantascienza

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Cara Ativ,

Ti scrivo dai confini del mondo, a metà strada tra la Terra e l’universo, circondata da decine e decine di individui accomunati dallo stesso scopo, scoprire e sapere le origini di ogni atomo della nostra esistenza.

Dopo la grande inondazione che ha fatto sprofondare e crollare la parte est dell’emisfero, che oggi chiamiamo Vecchio mondo, abbiamo perso tutto.

Assieme a metà dei continenti, sono sprofondati i ricordi, i disegni e i quadri dipinti a mano, le immagini e le parole di un tempo che non ci appartiene più e che ci apriva una porta sul passato. E a noi è stato affidato il compito di seguire le tracce per riscrivere di una vita dimenticata.

Sono una delle poche ricercatrici della specie umana.

Mi hanno scelta per questo, non perché abbia chissà quale particolare capacità che manca agli androidi o ai robot ma semplicemente perché sono fatta di carne e di ossa e di sangue e di un cervello che non è il risultato matematico di nessun algoritmo ma è il prodotto puro di un processo che ingenuamente definirei naturale, ma con tutto ciò che sto vivendo non so più cosa sia realmente naturale.

Mi hanno chiamata all’improvviso, sono partita all’improvviso e non ho avuto il tempo e non ho trovato le parole giuste per raccontarti tutto.

Sono partita, sto ricercando le origini della nostra specie, le radici della nostra civiltà, le ragioni per cui siamo diventati così, il motivo per cui solo metà della nostra vecchia generazione è sopravvissuta, il perché io sia ancora viva, non posso credere di essere sopravvissuta semplicemente perché mi trovavo nel posto giusto al momento giusto, sto cercando tra tutte le macerie e i resti forse anche un modo per non scomparire.

Io funziono male, sono fatta male.

So di non essere come loro, come gli androidi, i robot e i cyborg che mi sono attorno, ma alcune volte il confine tra biologico e tecnologico mi sembra così sottile e invisibile da darmi la parvenza che non esista davvero.

Io non sono come loro.

I miei ricordi sono solo i miei, le emozioni sono solo le mie, il mio carattere l’ho forgiato io nel tempo, il mio cuore risponde alle mie pulsazioni e sono io che controllo ogni mio pensiero e ogni mio respiro ma, qualche volta, solo poche volte, vorrei essere come loro, vorrei avere la possibilità di essere immortale e vorrei non svegliarmi una mattina con l’angoscia e quasi il timore che sia giunta la mia fine. Io controllo tutto di me stessa, tranne la morte e potrei lasciare questa vita anche oggi, anche subito, anche adesso. Loro non controllano nulla di loro stessi e, forse proprio per questo, vivranno per sempre. Ma poi, quanto dura il per sempre?

Gli alloggi di noi umani sono distanziati da quelli degli androidi e sono più grandi, noi abbiamo più esigenze, abbiamo bisogno di dormire, di mangiare, di curarci, di conversare e di instaurare legami anche se di breve durata, noi non possiamo sentirci soli, ciò comporterebbe delle pessime conseguenze sul nostro lavoro, per fare bene dobbiamo stare bene. In realtà però abbiamo imparato a fingere e a ingoiare le emozioni dolorose, i sentimenti ingombranti e le mancanze forti, le nascondiamo bene e speriamo che nessuno se ne accorga.

La mattina è la parte della giornata in cui ricerchiamo, viaggiamo molto, ci muoviamo velocemente grazie agli androidi e abbiamo la possibilità di ritrovare oggetti così antichi che non li riconosciamo subito, e per capirne il primitivo utilizzo impieghiamo dei giorni. Il pomeriggio è destinato ad un operazione a cui non mi ero mai sottoposta prima, la stimolazione dei ricordi. È un processo che spinge la nostra mente ai limiti del pensiero e ci ritroviamo a fronteggiare la memoria, a risvegliare vecchi fantasmi, profumi ormai inesistenti, gusti che sembrano proibiti e parole che non si usano più.

La sera confrontiamo i risultati dei ricordi comparandoli con quelli degli altri ricercatori e cercando i segni di qualche sviluppo e progresso rispetto a quelli dei giorni precedenti.

Però, oggi mi è successa una cosa strana, ed è questo il motivo per cui ti sto scrivendo.

Stanotte è suonato un allarme, è durato pochi secondi, sette al massimo. Mi sono svegliata di colpo e guardandomi attorno ho visto che anche gli altri ricercatori erano svegli. Un androide ci ha rassicurati subito dicendoci che si è trattato di un errore e ci ha detto di ritornare a dormire. Io non sono più riuscita a chiudere gli occhi, non sentivo il suono di un allarme da parecchi anni e se c’è una cosa che ho imparato stando qui è che gli errori non sono possibili, gli errori non sono permessi in questa società. Quindi stamattina ho finto un malessere e sono rimasta nell’alloggio, sono uscita ma non mi sono allontanata molto, mi sono presa tutto il tempo per guardarmi attorno, per osservare i dettagli di ogni cosa in questo posto così vecchio eppure cosi nuovo. Non siamo mai soli davvero, non possiamo mai andare dove vorremmo e siamo sempre troppo stanchi per notare cose che non sono sotto i nostri occhi, ecco, per questo motivo non l’avevo mai vista quell’entrata secondaria al laboratorio dove ci sottoponiamo alla stimolazione dei ricordi.

Mi sono avvicinata e sono entrata. Mi sono ritrovata in un corridoio uguale a tutti gli altri ma diverso e ho provato una sensazione di adrenalina che avevo scordato. Ho cercato di non farmi vedere da nessuno e sono entrata nella prima porta a sinistra da cui non ho sentito provenire nessun rumore.

Sono entrata in una stanza rettangolare, con le pareti alte e ricoperte di scaffali con centinaia e centinaia di fogli, al centro tre scrivanie, sei sedie, davanti a me un enorme archivio di cui non sapevo l’esistenza. Mi sono richiusa la porta alle spalle, ho guardato l’ora sullo schermo del mio orologio, segnava le 12.03, dovevo uscire da lì entro cinquantasette minuti. Avevo dimenticato che consistenza avesse la carta dei giornali, l’odore dell’inchiostro e le immagini in bianco e nero. Ho sfogliato ogni libro, ogni diario, ogni quaderno, ho passato in rassegna le parole stampate, non erano i soliti articoli di cronaca, che ci fanno leggere e che raccontano di omicidi, disastri ambientali e furti. Ciò che stavo stringendo tra le mani valeva molto di più e improvvisamente, quasi come se in quel momento avessi aperto gli occhi per la prima volta, ho capito davvero cosa c’era in quelle mura: le bellezze di un’epoca passata che la tecnologia stava cercando di portarci via.

12:49, dovevo uscire e ritornare nell’alloggio prima di attirare l’attenzione su di me ma mentre stavo per andare via, per terra ho visto un fogliettino ripiegato, l’ho aperto e ho letto il verso di una poesia: “Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio”, dietro ho notato una sigla “MRV”.

Ho messo il bigliettino in tasca e sono uscita.

Nella mensa ho incontrato gli altri ricercatori, abbiamo conversato delle solite cose come se fosse un giorno qualunque, poi però ho iniziato a notare qualcosa di diverso, gli sguardi dei miei compagni erano preoccupati, guardavano insistentemente gli androidi che fingevano di pranzare con noi e che invece erano lì solo per tenerci d’occhio.

Dopo pranzo mentre ci dirigevamo nelle nostre camere per prepararci alla seconda parte della giornata, la ragazza dai capelli rossi con uno strano tatuaggio sul collo mi ha sussurrato una parola: MRV.

Ho sgranato gli occhi, lei sapeva qualcosa, lei sapeva più di me e io avevo bisogno di saperne di più.

Mi aveva fatto segno di seguirla in giardino, e una volta arrivate fuori mi ha detto che aveva visto il bigliettino nella mia tasca e aveva riconosciuto quelle iniziali, mi ha detto che era giunta l’ora che io sapessi. Mi ha raccontato che la sigla sta per “Movimento per la Ripresa della Verità”, e ogni parola che ha pronunciato da quel momento in poi non ha fatto altro che confermare tutte le mie supposizioni, mi ha raccontato anche che lei è qui come infiltrata per fare maggiori ricerche e mi ha detto di stare attenta ai miei ricordi, a quelli che avevo appena immagazzinato, mi ha consigliato di proteggere chi amo e quindi, con questa lettera sto cercando di proteggerti.

Non faccio altro che pensare a quelle parole, alla mia presenza qui, alle ricerche, ai ricordi di cui ci stanno espropriando, alle cose che ci stanno nascondendo, e non mi fido più di nulla e non credo più a niente. Inizio a sentirmi chiusa in una gabbia, inizio a sentirmi una marionetta nelle mani di chi sta cercando di scrivere una falsa verità sul Vecchio mondo, il mio mondo, ed è solo alla ricerca di un motivo in più per discriminare la civiltà umana e per convincere tutti della potenza e della supremazia della società tecnologica che fonda la sua collezione di successi su cumuli di bugie.

Vogliono farci pregare il nuovo Dio tecnologico che ci ha salvato dall’arretratezza precedente e ci ha aperto a nuovi spiragli di miglioramento.

Eppure questa non è la verità.

Cara Ativ, credevo di volere essere come loro, immortale, e sono stata solo una stupida, ciò che voglio davvero, l’essenziale per cui voglio lottare e per cui vale la pena vivere è la libertà, di essere chi voglio, di andare dove mi pare, di ricordarmi delle cose belle, di stare con chi mi fa star bene, di non essere legata a niente e a nessuno, di poterti proteggere. Cercherò di fuggire da qui il prima possibile, cercherò di raggiungerti subito, tu inizia a guardarti intorno e inizia a capire di chi puoi fidarti, dietro questa lettera troverai delle indicazioni per arrivare in un posto sicuro, riceverai più spiegazioni, capirai meglio, spero di poterti riabbaracciare ma intanto non dimenticare mai due cose, amore mio, ti ho nel mio cuore e non smettere mai di lottare per la tua libertà.

Tua -A.

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