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Una storia di Nikolay

'Na giornata da fenomeno del pallone

Quando Armando aggiunse n'attimo "Diego" davanti al suo nome

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Pubblicato il 03 luglio 2018 in Avventura

Tags: calcio fenomeno maradona pallone storia

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Il sole stava picchiando forte sul campo ormai da ore.

E gli spogliatoi, posizionati di spalle alla struttura, nascondevano gelosamente una puzza di zolfo parecchio intensa.

Piccoli, angusti, brutti a vedersi, eppure così familiari...

Una prerogativa negli apparati calcistici della zona che ci ospitavano durante le trasferte.

Ai campionati provinciali, si sa, si iscrivono solo quelle scuole calcio fatte a tarallucci e vino, dove a stento si trovano i palloni per fare la partitella in settimana.

Il buio di quella stanza, quando la porta d'ingresso arrugginita si chiudeva dall'esterno, rifletteva un po' il mio stato d'animo mentre infilavo controvoglia la casacca della nostra squadra.

Perché c'è da pensare che io, quel giorno, manco ci dovevo essere.

Ero assorto nelle disequazioni di matematica, quando il presidente (che ci faceva pure da autista del pulmino, oltre che da primo tifoso in ogni match) mi venne a bussare fin sotto il palazzo.

Jamm’è Neco, quelli gli altri stanno con la febbre. Dobbiamo trovare minimo a undici di loro!”.

E dal pomeriggio sul divano di casa, in pantofole e calcolatrice, mi ritrovai su quella scomoda panchina in legno, a cambiarmi, per giocare.

Tutto in quel momento, ogni minimo dettaglio, poteva essere motivo di astrazione assoluta rispetto al mondo reale.

Mi sistemavo i calzettoni quando notai in alto, sulla punta di un tubo, una goccia penzolante che pareva di rugiada, ormai condensatasi chissà da quanto.

Gli altri parlavano tra loro, io non avevo molta voglia di ascoltare.

Sudavo lì seduto, copiosamente, ancor prima di cominciare.

Una noia assurda.

Sembrerà strano a dirlo ma io quel pomeriggio avrei preferito sottostare agli impegni scolastici piuttosto che essere là, in quel centro sportivo malandato.

Però, col senno di poi, devo ammettere che sarebbe stato veramente un peccato non esserci, visto quanto successo.


Nella formazione di partenza niente di nuovo: Gianmarco in attacco, Gennaro a fare da regia, Antimo sugli esterni, oltre al solito Francesco che chiedeva invano di partire dall'inizio.

"Misté, ma voi avete detto l'altra volta che mi facevate giocare subbbito!", diceva lui con la faccia innocente.

"Francè...ci dobbiamo vedere prima le cose nostre, poi entri pure tu, non ti preoccupare!".

Un modo meno crudele, quello di mister Tonino, di spiegargli quanto fosse scarso e che la sua partecipazione sarebbe stata solo la risposta ad un principio morale (se vogliamo economico, vista la retta mensile pagata dai genitori del ragazzo).

Uscimmo fuori dagli spogliatoi: finalmente la luce!

Tuttavia, poche facce note per me, abituato a giocare coi più grandi e presente, in quel momento, solo per sopperire ad una mancanza di uomini da schierare.

Per fortuna che a tenermi compagnia, lì nelle retrovie, c’era anche Armando, con cui ogni tanto usciva ‘na chiacchierata tranquilla durante la corsetta degli allenamenti in settimana.

Armando non si era mai fatto notare più di tanto.

Se non per un improvviso sviluppo in altezza: più piccolo di numerosi altri presenti del gruppo, nel giro di un’estate dovette allungarsi di venti centimetri, al tal punto da non riconoscerlo alla vista.

Ma al di là di due onesti piedi da difensore (e la giusta componente di cazzimma che in una scuola calcio ti insegnano per tirare a campare, almeno per quei novanta minuti, senza sottostare allo schiaffo di nessuno), sembrava non avere niente di speciale.

E così sarebbe stato, vi assicuro, anche per le partite e gli anni a venire.

Ma non quel giorno.

Quel giorno Armando divenne un fenomeno del pallone, tramutando per un attimo il sogno in realtà, pur nella consapevolezza di essere destinato a ritornare, di lì a poco, alla vita di sempre.


Al fischio d’inizio non ci dicemmo niente, non facemmo programmi.

D’altronde, la metà dei presenti stava là per caso, convocata da un colpo di clacson giù al condominio, mentre magari si sperava di dormire.

E ciò lo si denotava facilmente dal fatto che in parecchi eravamo giunti senza borsone col ricambio, chi addirittura coi calzettoni dell’altra divisa, rischiando seriamente la brutta figura.

Ma non era importante quello, bastava divertirsi.

Cercando magari di non tornarsene a casa con 7-8 palloni al passivo, ovviamente.

Un dettaglio da non sottovalutare per non spezzare l'autostima per il resto della propria esistenza.

La partita scorreva fluida, senza emozioni particolari.

Se non qualche mormorio dagli spalti da parte dei (pochi) genitori ospiti, visto l'arbitraggio a senso unico a favore dei padroni di casa.

Perché, per chi non lo sapesse, tale compito è affidato in genere ad una persona random del posto, visto che di arbitri non se ne vedono a certi livelli.

Quel giorno ci capitó quello che doveva essere probabilmente l'allenatore in seconda della squadra avversaria.

Te ne accorgevi perché, ogni volta che fischiava qualcosa, dava pure indicazioni ai suoi sul da farsi.

La vedi questa palla? Mo’ la metti in mezzo, hai capito? E marca bene il 14, non farlo passare!”.

Un 11 contro 12 in piena regola della quale (leggi consuetudinarie lo imponevano) non bisognava assolutamente lamentarsi, in quanto era lo stesso “trattamento speciale” che ci ritrovavamo noi quando giocavamo sul nostro campo.

Non ci fischió niente, ma proprio niente.

Tranne un calcio di punizione a trenta metri dalla porta, ‘na cosa innocua all'apparenza, proprio per far vedere di essere almeno un minimo super partes.

Sul pallone, stranamente, andò Armando.

Le pretese, considerando la distanza, erano pari a zero.

Ma la giornata da campione stava in realtà cominciando a pigliare forma...


“Vai, vai, Armà! Tira in porta… In porta direttamente!”, fece mister Tonino, le cui doti di mental coach le ho già raccontate qui, qualche tempo fa.

C'erano almeno altre due persone della squadra più adatte, per caratteristiche tecniche, ad occuparsi di quel calcio da fermo, ma il destino aveva già deciso diversamente.

"A me misté? Ma siete sicuro?", chiese ad alta voce Armando, indicandosi con la mano sinistra il petto, ed accompagnando il gesto con un sorriso sarcastico.

Ci voltammo incuriositi in parecchi verso la panchina, aspettando risposta.

"Eh vai, provaci. Tira in porta! Che te ne fotte, tira in porta!", urlò convinto il nostro allenatore.

Normalmente sarebbe una palla da mettere tesa in mezzo, ma le richieste da fuori erano altre.

Non ci credeva nessuno, manco lui stesso.

Però che fai, non ci provi? Ormai tutti si aspettano che tiri in porta.

La rincorsa di Armando fu lunga, molto più del previsto.

E divenne ancora più lunga quando, dalle transenne dell'inferriata alla sua destra, notò la figura del padre. Quest’ultimo con la faccia dubbiosa, a discutere con chissà chi altro, che poi i loro ragazzi devono pensare solo a divertirsi, mica a diventare giocatori di pallone veramente. E che però se segna, il figlio, sta settimana la paghetta si raddoppia.


“Vai, vai, Armà!”.


Le urla d’incoraggiamento sembrarono d’un tratto moltiplicarsi, senza motivo.

Noi compagni, il presidente con la voce stridula, i papà-tifosi accorsi dopo il pomeriggio di ferie al lavoro.

A far da contrasto qualche celato insulto avversario, con tanto di previsione futura.

"Ueue non vi preoccupate, tanto non succede niente!".

Il rumore del vento veniva coperto grintosamente dallo strusciare dei chiodi degli scarpini sul suolo cementato.

Scarpini rigorosamente dello stesso modello, sia chiaro, del calciatore preferito del momento.

Un enorme casino intorno a fare da contrasto ad una lunga quiete interiore, di chi sa di non tenere nulla da perdere, se non al massimo di fare una brutta figura di cui si sarebbe scherzato giusto per un quarto d'oro dopo la partita, sotto la doccia.


“Vai, vai, Armà!”.


Chissà che dovette pensare in quel momento, Armando.

Che il rettangolo di gioco su cui si trovava in verità era quello dello stadio San Paolo di Fuorigrotta.

Che lui poteva essere n’attimo Maradona, ma che dico, El Pampa Sosa, che faceva esultare tutta la curva dopo un gol da cineteca, con lo speaker ad urlare a squarciagola il suo nome, sepolto da un abbraccio dei compagni che gli sarebbero saltati tutti addosso sul prato verde.

Che avrebbe raccontato alla mamma, mentre lei gli serviva la cena, che aveva appena fatto ‘na cosa migliore del 10 al compito di matematica a scuola.

Che questi erano tutti film a vuoto, perché in allenamento le provava sempre, anche da distanza ravvicinata, e puntualmente la palla finiva dall'altra parte del campo, dove giocavano i più piccoli.

Stesse scarpe, stesso completino, stessi piedi che necessitavano di una convergenza dal meccanico di fiducia. Mo’ per quale, folle e plausibile motivo, doveva fare gol quel giorno? Non scherziamo proprio!


“Vai, vai, Armà!”.


Che non sia mai segni, poi tutti ti abbracciano, e ci sta pure qualcuno tra il pubblico che fa il procuratore.

Già tiene il contratto in mano, poi mi devo trasferire, i sacrifici, divento calciatore.

Faccio le pubblicità dello shampoo, mi sposo a una velina di Striscia, le metto le corna, il gossip, entro nella lista per il Pallone d'oro.

Non vengo convocato ai Mondiali, sui social i tifosi si ribellano, Paolo Maldini in un'intervista dice che sono il suo erede, la pressione addosso ed un sacco di tarantelle appresso.

Ma chi me lo fa fare?


“Vai, vai, Armà!”.


E come esulto? Mi tolgo la maglia? No, che schifo, poi si vede tutta la panza, ci sta la gente. L’aeroplanino?

La mano all'orecchio?

La scivolata?

La capriola?

Magari no, non sia mai mi faccio male, a casa mi fanno pure il resto.

Ma che ci penso a fare, tanto mo’ va a finire dentro al parcheggio sto tiro, ja, non ci pigliamo in giro.


“Vai, vai, Armà! Tira in porta… In porta direttamente!”, ripetette ancora mister Tonino, con un pizzico di Alzheimer che incombeva, giustificato dal momento adrenalinico.

In verità non lo sappiamo Armando cosa ha veramente pensato, e non ci è dato saperlo.

Pure perché secondo me, se glielo chiedi adesso, va a finire che manco se lo ricorda.

Ciò che sappiamo però, con assoluta certezza, è che quel pallone si andò ad infilare giusto giusto nel sette (ripetuto appositamente due volte per rafforzare il concetto).

E che il portiere manco ebbe la forza di provarci, tanto che era potente e preciso.

Una conclusione di collo pieno che facemmo fatica a veder partire, ma che scavalcò la barriera come fosse niente, e si prese la briga di togliere parecchie ragnatele.

Ci fu un secondo di incredulità cosmica, poi tutti esultarono: noi ragazzi, mister Tonino, il presidente.

Armando no, non fece niente.

Si voltò, indifferente, per riguadagnare la sua zona congeniale di campo, senza fiatare.

Evidentemente non aveva ancora realizzato.

O più semplicemente, sentiva che qualcuno, forse l'angelo custode, aveva tirato al posto suo e quel gol quasi non gli apparteneva.

Solo una mezza occhiata, al padre, con un velo di soddisfazione nascosta sotto i baffi.

Indifferente per tutto, dai compagni di squadra ai mormorii della gente, passando per i visi sconvolti degli avversari.

Quasi a voler far apparire la giocata della sua vita come ‘na cosa da niente, scontata, nell’ordinario.

Lui che dentro stava godendo come un riccio, cercando nel mentre di spiegarsi, senza risultato, come cazzo avesse fatto a metterla là sotto.

Che se ci avesse provato altre dieci volte, manco avrebbe trovato lo specchio della porta.

Che tanto nel Napoli, e forse manco nell’Arzanese, non ci avrebbe mai giocato lo stesso, nonostante quella prodezza.

Eppure i successivi momenti, quelli che silenziosamente gli fecero riguadagnare la posizione di centrale di difesa, furono di una meravigliosa e finta strafottenza, intanto che gli altri cercavano un cenno di intesa e c'era chi, da fuori, gli urlava: "Bravoooo Armà! Ma che hai combinatoooo?!", una domanda alla quale non sapeva dare risposta.

Una strafottenza che solo i campioni tengono.

O quelli che campioni lo diventano pure per un quarto d'ora soltanto, nell'arco di ottant'anni di esistenza.

Perché se nel tennis vincono i soliti tre, quattro da anni.

Se nel rugby l’Italia acchiappa solo paliate dato che, obiettivamente, siamo scarsi.

Se nei tuffi le cinesi fanno ancetta di medaglie d'oro senza faticare più di tanto.

Se i giamaicani bruciano puntualmente tutti gli altri nella corsa, nel pallone no.

Perché nel pallone ognuno, in ogni angolo del mondo, potrebbe sentirsi pure solo per dieci secondi il migliore di sempre.

Che sia il campo di calcetto sotto casa, il garage dietro al vicoletto, la spiaggia, la zona industriale abbandonata o una partita di coppa intercontinentale.

Una rovesciata ad occhi chiusi, un tiro da centrocampo, ‘na parata con la punta delle dita, un dribbling mai visto neanche nei video di Joga Bonito con Henry e Ronaldinho.

Il pallone certe volte sarà infame, ma è democratico, a differenza di altri.

Il pallone non tiene bandiere da sventolare, non se ne fotte di niente e di nessuno.

Sarà per questo che lo amiamo follemente?


Fu un attimo che l'arbitro fischió e la partita riprese.

Il sole però non ci mise molto a scomparire dopo aver assistito a quello spettacolo, e quando ciò successe, forse tutti avevano già dimenticato quanto accaduto.

Tutti tranne uno.

Perché state sicuri che quella sera qualcuno dovette andare a dormire sentendosi invincibile.

Alla fine c'era riuscito veramente: aveva fatto 'na cosa migliore del 10 al compito di matematica.

Pure se la mamma sarà stata scettica assai quando questo qualcuno, con gli occhi lucidi dalla felicità, avrà cercato di farglielo capire.

Un fenomeno incompreso, insomma.

Tutti siamo stati un poco Armando, almeno ‘na volta nella nostra vita.

Ah, tu no? E vedi che stai ancora in tempo.

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